LE MIMOSE SANNO DI PRIMAVERA

Le mimose sanno di primavera.

Le mimose hanno un profumo meraviglioso, sanno di primavera.

Poi per me l’8 marzo è una bella data perché è stata la prima volta che mi sono lanciato da un aereo (22 anni fa).

Poi, fossi nato donna, forse direi che festeggiare il fatto di esserlo è un pensiero simpatico e carino, nulla di più.

Un’attenzione. E in quanto tale meravigliosa di suo.

Ma sono nato uomo e lo dico da uomo.

Celebrare la festa dell’essere è a prescindere dal genere.

Basta, davvero BASTA, con queste cazzate che la donna è questo e quell’altro (inferiore, superiore, sesso debole, sesso forte, zoccola, mamma, amante, moglie, etc.).

A me, ogni volta che devo compilare un form dovendo inserire i miei dati, alla voce SESSO M o F, viene sempre da rispondere Sì (e grazie anche)

Perché anche l’uomo è questo e quell’altro (nerd, pelato, palestrato, senza muscoli, con l’alito fresco / di mxxda, con la bella macchina / col cassonetto con le ruote, etc.).

Tutto ciò è a-n-a-c-r-o-n-i-s-t-i-c-o.

Siamo, semplicemente:

– Sfigati UGUALE. 
– Meravigliosi uguale.

Facciamo invece che siamo entrambi (sfigati e meravigliosi ma anche uomo e donna) allo stesso tempo ma in differenti contesti?

1. Con paranoie mentali uguali (distinti solamente dall’impronta ormonale e attitudinale).

2. Con la stessa paura di rimanere soli, con le stesse fisime, con le stesse inefficienze e predisposizione a combinare cazzate, con la stessa esigenza di andare alla toilette (ebbene sì, ci vanno anche le donne, anche belen – non ci credevo neanch’io, eppure..).

3. Con gli stessi sensi di colpa, la stessa vergogna, le stesse paure e arrabbiature solo connotate dai diversi contesti.

Noi uomini sbagliamo a idealizzare la donna perché viviamo nel bisogno della #passerottacapricciosa (tralascio i vezzi dei passerotti, che vanno bene uguale).

Le donne sbagliano a sentirsi inferiori: MAI! 
Rispetto a nessuno, non agli uomini.

Noi dobbiamo “espellere”, le donne “accogliere”:

sembra che l’uomo debba dominare ma il vero problema dell’uomo è fare l’uomo, NON dominare.

Il vero problema della donna è che faccia la donna, non l’uomo o non farsi dominare.

Oggi assistiamo a uomini che fanno le donne..

(non mi si fraintenda, per me il tema omosessualità è acqua fresca, l’argomento non mi tange, in più uno dei miei miti assoluti è Freddie Mercury dai tempi delle medie tanto quanto Jim Morrison)

..mentre gli uomini che fanno gli uomini per paura di sembrare troppo donne sono col testosterone a mille perché, se no, non sono uomini abbastanza.

Assistiamo a donne “manager” spigliate come non mai che alcuni uomini se le sognano.

Va bene c-o-s-ì. 
NON è questione di donna manager o uomo coxxxone.

È questione che siamo anime vestite con un paltò bello pesantino (con il solo scopo di alleggerirlo/ci):

il corpo fatto di carne e sangue.

Con, in più, uno spirito dentro e tutte le sue attitudini che forse si porta dietro da mo’.

Tutto il resto sono sovrastrutture inutili, peraltro, spesso e volentieri.

Come “doversi” ricordare di “voler” festeggiare.

Facciamo che ci festeggiamo entrambi tutti i giorni con la gentilezza?

Con il reciproco supporto e interesse verso l’altro?

Percorrendo un pezzo di strada assieme nella ben disposizione e nella benevolenza?

Facciamo che facciamo l’amore con passione e non meccanicamente perché la donna se ha avuto tanti uomini è zoccola e l’uomo è un grande (e se ne ha avute poche ovviamente è uno sfigato e lei pochi una suora – quindi il numero giusto qual è)?

Facciamo che se dobbiamo indossare questa “veste” è perché così impariamo qualcosa di più su di noi, sulla nostra natura e sessualità, sui nostri comportamenti nel segno della crescita reciproca?

Nel segno della cura e dell’amore.

A prescindere si sia Donna o Uomo.
Tanto, siamo esseri umani uguale.

#sonosostenitoredelliberoessere – nel vero senso della parola.

Leonardo Aldegheri
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IL NOSTRO COMPITO È REALIZZARE

Il nostro compito è realizzare.

Noi non dobbiamo cambiare le persone che abbiamo attorno ma possiamo fare una cosa molto più potente e intelligente: cambiare noi stessi.

Il focus va messo sul nostro cambiamento e non su quello degli altri. 

Gli altri hanno il loro percorso. Noi abbiamo il nostro. Ecco perché non vale assolutamente la pena “perdere tempo” guardando a cosa fanno gli altri.

Il nostro “compito” è quello di essere noi stessi, al meglio. Cioè “compierci“.

Realizzarci attraverso il nostro percorso, attraverso il nostro fare le cose.

Quindi il nostro compito è realizzare.

Ognuno di noi arriva con dei talenti, se ripartiamo senza averli usati, sfruttati, fatti sviluppare e maturare – esattamente come i frutti degli alberi – torniamo avendo sprecato un “giro”, una possibilità, una opportunità.

Ecco perché, cogliere le opportunità è appannaggio di chi le sa vedere.

È proprio una questione di visione, immaginazione, vedere cose che ancora non esistono ed essere il tramite per realizzarle.

“Pensavo, farò esattamente come mi pare […]. Per quanto mi riguarda, voglio solo vivere, divertirmi e stare bene più che posso”

Freddie Mercury
Queen – Days of our Lives, in una intervista di fine anni ’70. Benché Freddie Mercury morì a soli 45 anni (qui ne aveva meno di 30) non significa non avesse vissuto. Il senso è vivere appieno e sembra ci sia riuscito: Freddie ha saputo “vedere” lidi musicali (nell’epoca di Pink Floyd e Led Zeppelin) e donarli al mondo.

Ci ho messo anni per apprendere questo e in tal senso c’è un video su YouTube di Igor Sibaldi dove ironicamente illustra che quando si torna di là se hai sprecato l’esistenza a non combinare nulla, ti pigliano pure un po’ per i fondelli.

Tuo marito ti tratterà bene quando tu ti tratterai bene. Il tuo collega ti tratterà con rispetto e dignità quando tu ti tratterai con rispetto e dignità.

Il tenente Dan, in Forrest Gump (citazione presa da un video di uno Youtuber molto interessante che recensisce di solito libri o concetti complessi, Saverio Valenti) trova la pace e l’amore dopo essersi perdonato.

Perdonati, la dignità è la tua. Non devi pagare alcun prezzo solo perché esisti.

Perché si esiste, già si merita.

Se l’altro non capirà, occorre non giudicare ma nel momento in cui ci si profonde nella realizzazione attraverso il nostro percorso, le persone non in visione con questo usciranno e ne entreranno altre – quasi automaticamente.

E se non lo faranno (di uscire) è perché hanno ancora da “insegnarci” qualcosa.

I migliori Maestri sono quelli che combattiamo e apparentemente ce l’hanno con noi. Se non fosse per alcuni di coloro, forse non ci si adopererebbe adeguatamente.

Il senso di urgenza funziona – quando si ha l’acqua alla gola.

Occorre essere aperti all’imparare però.

Serve fiducia in tutto questo e pare il mondo se ne nutra. Infatti, quando si augura in bocca al lupo non significa affatto essere mangiati da esso ma essere accolti come quando il lupo prende in bocca i suoi cuccioli per proteggerli e trasportarli.

Un bel grazie, quindi, è la risposta giusta. Anche ai Maestri.

Leonardo Aldegheri
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TUTTO PER TUTTO!

Tutto per tutto. Una storia di leadership.

Il vero significato della frase, qual è? Metto in gioco, a disposizione TUTTO: affetti, relazioni, casa, me stesso per ottenere tutto.

Anche se è palese che questo “tutto” è inevitabilmente più un TUTTI.

Perché questo è. Tutto, per tutti.

Una persona si prende carico di responsabilità, iniziativa, coraggio e per cosa?

Per doversi scusare e chiedere perdono per fare una cosa che serve anche e soprattutto agli altri.

Serve AGLI altri e SERVE gli altri.

È questa la storia che mi ha affascinato di Enzo Muscia.

La si impara nel film Rai interpretato da Beppe Fiorello. La si legge nel suo libro.

Un imprenditore appassionato che ha il sogno di firmare una nuova lettera di assunzione, che fa risorgere un’azienda, che crede che il buon leader crei nuovi leader e anzi non tema di vedere intaccata la propria leadership.

Il contrario è come temere di innaffiare una piantina perché altrimenti rischia di diventare alta. Non è forse folle?

Il vero leader cerca e vuole competenze, persone più brave di lui a fare quella data cosa.

I veri leader non temono di venire soppiantati, li creano.

Li generano, mettono le persone nelle condizioni di prosperare. È così che l’azienda cresce.

Ispirazione totale.

Così, appena ho saputo che Enzo Muscia sarebbe stato a Verona ospite di BPM, mi sono proiettato alla velocità della luce a trarre ispirazione come non ci fosse un domani.

E così è stato. Non esiste “ci devo pensare”.

Quando sappiamo cosa vogliamo, agiamo.

Ho preso talmente tanti appunti – seduto in primissima fila – da venire persino scambiato per un giornalista.

Ma prima ero stato scambiato proprio per lui!

La scena è stata davvero curiosa e bizzarra, uscendo dal bagno prima dell’evento:

“ma.. è lei? Può farmi un autografo?” 
“Sì, io sono io! Ma l’autografo magari glielo fa Enzo Muscia di persona..”

Ipotesi sulla frequentazione dello stesso barbiere..?

Il signore si è scusato ma non vi era alcun motivo di scusarsi: a me ha fatto solo un grande piacere.

Mi sono sentito coinvolto nell’ambito di un’occasione fantastica dove una banca iper nota del territorio ha avuto un’iniziativa davvero buona per la città e suoi cittadini.

ISPIRAZIONE. Assolutamente sì.

La magia di lasciarsi ispirare. Ripensare. Migliorare. Valorizzare.

Quella di Enzo Muscia è una magnifica storia di rinascita e resilienza che benché quest’ultimo sia un termine ormai iper abusato è, in questi anni di crisi cronicizzata, attuale più che mai e lo sarà con ogni probabilità ancora per molto tempo.

Consiglio il libro Tutto per tutto (anche se questa volta non lo abbiamo fatto noi ma uno dei miei maggiori riferimenti imprenditoriali) e che si legge d’un fiato a tutti coloro che hanno un grande sogno.

“Uno alla volta, tutti e venti bussarono alla porta del mio ufficio e firmarono il contratto di assunzione”.

Enzo Muscia

Personalmente, sono stato tacciato per idealista in passato, tante belle idee e poca concretezza.

“Ah sì?”

Mi è stato persino molto gentilmente detto (tralascio ogni commento) che non sarei mai diventato come mio padre. Ed è vero. Io non voglio diventare come mio padre.

Foto credits: Massimo D’Ambrosio via LinkedIn

Mi sono attivato per lasciare le belle idee belle, senza abbandonarle, e ho in qualche modo trasformato in concretezza quello che avevo in mente.

Avevo un gran bisogno di strumenti. Me li sono andati a cercare e alcuni li ho persino trovati. Ero in svantaggio. Ero in difficoltà.

Poi, tra i tanti strumenti, strada facendo, mi sono imbattuto anche in questa storia e ho notato che il desiderio del protagonista, il sogno, la massima aspirazione:

  • non è temere che qualcuno cresca
  • non è tenerti sotto controllo
  • non è tarpare le ali alle persone
  • non è dire che non hai le qualità di tuo padre per tirarti giù
  • non è mantenere lo status quo a tutti i costi:
è firmare ogni volta un nuovo contratto di assunzione.

Ci vuole molto più coraggio per questo.

Aspirazione di grande Ispirazione.

E penso che la strada per la concretezza passi attraverso le stazioni delle assunzioni.

Sì. Di responsabilità, prima di tutto.

PS: piedi ben saldi a terra con l’ispirazione in mano di chi ce l’ha fatta.

LA VISTA, IL CIELO DI PRIMAVERA (nitido, azzurrissimo, zeppo di gemme).

Leonardo Aldegheri
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AL CORSO DI STORIA DELL’ILLUSTRAZIONE

Al corso di Storia dell’Illustrazione

Continua la collaborazione tra L’Istituto di Design Palladio di Verona e la Società Editoriale Grafiche AZ con gli studenti del Corso di Illustrazione del prof. Claudio Gallo.

L’azienda è nuovamente presente presso l’accademia di design per portare il proprio contributo come “attore” che produce albi illustrati di pregio dai primi anni Settanta raccontando il lavoro di chi stampa le magnifiche opere degli illustratori, dalle tavole originali ai fogli stampati, ai libri confezionati, alla soddisfazione di autore-editore-produttore-lettore.

Il tema affrontato con gli studenti è anche relativo alla propositività degli artisti con gli Editori alle fiere di settore (tra cui l’imminente International Children’s Books Fair di Bologna (1-4/04/2019) – avendo “contezza” di cosa serva in macchina da stampa, dall’originale al foglio stampato passando per la delicata fase della “ripresa” delle immagini e della fotolito.

Il docente di Storia dell’Illustrazione prof. Claudio Gallo, dopo una visita agli stabilimenti di stampa e confezione (c/o Legapress) ha invitato Grafiche AZ ad intervenire come ospite nella lezione.

Di seguito la bellissima testimonianza di una studentessa del corso:

“Si è parlato del mondo dell’editoria e dell’illustrazione, in particolare di come i prodotti digitali quali kindle, e-book e app di lettura, non possano soppiantare totalmente i comuni libri analogici e che quindi il settore editoriale non sia in calo ma rappresenti anzi un trampolino di lancio per disegnatori e illustratori alle prime armi e non.

Proprio per l’opportunità che presenta questo campo però, il suo mercato è molto ricco ed è molto difficile emergere; tuttavia non è impossibile e basta sapersi muovere e mettere tutta la qualità possibile nei propri prodotti, senza cercare la visibilità esasperata, molto comune e che spesso sfocia in produzioni seriali poco curate e mirate al puro soddisfacimento egoistico, e andando invece a dare unicità riconoscibile alle proprie opere e che queste siano fatte per contribuire ad una causa, combaciante con i valori personali.

Quest’ultimo è stato un punto fondamentale della discussione: ogni artista dovrebbe sapere perché disegna e lasciar trasparire questa passione e gli ideali per cui si batte nelle illustrazioni; e anche se sembra che qualcosa sia già stato trattato e ritrattato più volte, non serve per forza “inventarsi il mondo” ma basta rielaborare la stessa idea in chiave moderna ed innovativa.

Sono seguiti poi consigli sull’approccio col mercato: come presentarsi, cosa fare in diverse situazioni e come comportarsi col pubblico. 

Si è trattato di un intervento molto utile ed interessante e l’entusiasmo che ci ha trasmesso L. Aldegheri era contagioso. È stata una lezione utile quanto piacevole e leggera e certamente cercheremo di seguire il più possibile i consigli ricevuti.

Dalla classe 1 illustrazione, cordiali saluti”.

La proattività della classe non si è fermata e ha voluto poi approfondire successivamente cgli argomenti con la seguente domanda:

qual è metodo di approccio migliore ad una azienda o comunque ad un pubblico?

Non c’è UN modo ma mille, milioni. Tutti diversi. Quanti siamo noi come esseri umani.

Oggi è prioritaria l’originalità, la competenza, la capacità di risoluzione dei problemi, la capacità di gestire proattivamente la conversazione.

Tradotto: quando ti interfacci con qualcuno di nuovo è bene che questo rimanga piacevolmente colpito.

È possibile lavorare su sé stessi per aumentare la forza di attrazione. Le persone che “possono” sono in genere attrattive.

Nel disegno, conta l’espressività. Conta però oltre al disegno – c’è un tema di commodity – come comunichi il disegno.

Ovvero, il fattore di attrattiva è dato anche dall’originalità su come esso è veicolato.

La commodity è un prodotto indistinto e altamente sostituibile. Come fanno i produttori di sale a vendere il loro: sale rosa dell’Himalaya? Sale austriaco alle erbe?Sale da miniere di montagna anziché di mare?

Alimentare di argomentazioni le creazioni e raccontarle. Farlo in modo “diverso”.

Quanto diverso?

Può essere utile rispondere alla domanda:

come posso rendere diverso il mio modo di comunicare le mie creazioni?

La mucca viola di Seth Godin, ad esempio, offre innumerevoli spunti a riguardo.

Il cervello è una macchina estremamente efficace nel momento in cui ci si pone delle domande.

Chiediti chi vende benzina come fa ad attrarre clienti da loro anziché da altri? Shell con la V-Power, ad esempio?

La vera moneta di scambio oggi sono l'attenzione e la fiducia.

Una nota sul curriculum vitae: non ci sono problemi se non è uniformato?

Dipende.

Dipende dall’imprenditore, se è chiuso o aperto. Ma non importa, occorre seguire il proprio percorso che mano a mano si matura. Quando si ha un’idea chiara di cosa si vuole fare, che il CV sia di formato standard o “creativo”, è irrilevante.

Si può anche non averlo. Oltre al tool di Sway, molto simpatico e dinamico, è buona cosa avere il CV in word e in pdf, purché, secondo me, NON in formato europeo. Per me uccide la capacità di distinguersi dei candidati.

“Cercherò di capire cosa voglio fare e in cosa voglio specializzarmi. Ho molte idee ma devo trovare un obiettivo preciso e capire come far apprezzare le mie idee”.

Esistono molti modi efficaci per capire quali sono i propri obiettivi.

Le persone in genere non ne hanno, vagano, sanno quello che non vogliono ma non sanno quello che vogliono. Per capire quali sono i propri obiettivi occorre porsi delle buone domande, prima ancora capire quali sono i nostri valori, che sono il nostro driver.

Buone domande sono:

  • Quali sono i miei punti di forza?
  • Dove riesco particolarmente meglio?
  • Cosa mi piacerebbe fare idealmente?
  • Quello che sto facendo ora mi piace?
  • Cosa mi impedisce di realizzare quello che voglio?
  • Come posso rimuovere gli ostacoli alla mia realizzazione?

Capiti i valori e dato risposte esaustive e complete per iscritto a queste prime semplici domande, riuscirà molto più chiaro il percorso che stiamo seguendo.

Poi, per il raggiungimento di ciò che ci siamo prefissi, ripetere a voce alta ogni giorno dei mantra, frasi affermative che si depositano nel nostro inconscio, es. SONO UNA GRANDE ILLUSTRATRICE APPREZZATA NEL MONDO.

Questo “comando” ripetuto molte volte appreso dal nostro sistema di convinzioni ci supporterà nel tempo nella realizzazione del nostro intento. Provare per credere.

Il libero arbitrio è questo: chiedi e ti sarà dato. Se non chiedi, non verrà dato nulla.

[cit.]

Leonardo Aldegheri
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L’ULTIMA NOTTE DI GIORDANO BRUNO – DIALOGO CON SAGREDO

L’ultima notte di Giordano Bruno

da “La futura scienza” – Giordano Bruno di Giuliana Conforto.
Un dialogo che sembra di questi giorni ed è avvenuto esattamente 419 anni fa.

Febbraio 1600, nell’angusto, buio e lungo corridoio delle carceri di Castel Sant’Angelo, si odono passi che segnano l’avvicinarsi di ospiti ai condannati prossimi all’esecuzione.

Con un forte rumore di chiavi si apre la pesante porta della cella ove è rinchiuso il condannato al rogo: Giordano Bruno.

È lì, steso su un rude pagliericcio, mentre i suoi occhi lucidi, fermi e sereni si illuminano di gioia e di tenerezza alla vista dell’ospite.

“Sagredo, mio giovane amico!” esclama il grande filosofo. I due si abbracciano; il guardiano esce in silenzio, richiudendo dietro di sé la porta della nuda e umida cella. “Corri gravi rischi, figliolo. L’inquisizione non ha simpatia per chi ha simpatia per gli eretici”.

Maestro, non potevo non salutarvi“. Il giovane nasconde a stento l’emozione di trovarsi di fronte al grande saggio, ormai prossimo all’esecuzione della feroce sentenza.

“Sei un uomo ormai e il tuo coraggio comunque ti premierà”.

Ho chiesto un permesso speciale al cardinale Bellarmino. Si è dimostrato disponibile. Forse qualcosa sta cambiando“.

Sì, sta cambiando” conferma Bruno “anche grazie alla mia morte: la storia di questo mondo è segnata più dalla morte che dalla Vita. La morte suscita paura, inquietudine, domande, tanto più se è illustre. Ciò mi rende sereno, amico mio, so di compiere il mio destino”.

“L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.
Lo ha previsto da tempo immemorabile la Vita”.

Come le religioni che fanno morire 
Sulle terre di un mondo che uno solo 
Figlio di un universo che è senza limite 
…non dimenticarlo mai, non c’è limite 
[Le Vibrazioni – Non dimenticarmi mai – 2003]

Maestro, ma non temete il fuoco che brucerà le vostre carni?”

“Sì, Sagredo, ho paura; il mio corpo ha paura” riflette il condannato “ma io so che non morirò. Quando il mio corpo fisico morirà, io sarò lì; vedrò cadere il mio corpo, vedrò i volti trionfanti, attoniti e sgomenti dei miei persecutori”.

Malgrado le parole del maestro, il volto del giovane è triste e sconsolato: “Se io non vi avessi avvertito dell’arresto di vostra figlia e della vostra amata, voi non sareste tornato a Venezia” afferma, quasi per rimproverarsi.

“Sarei tornato comunque, prima o poi. Sì, la loro morte fu un segnale per me” continua Bruno con lo sguardo rivolto verso l’infinito.

“Quanto teneramente e voluttuosamente ho amato quella donna.

L’amore, Sagredo, è la forza più grande della Natura… è Vita, fusione dei corpi degli amanti.

Avvicinarmi a lei era sentire l’infinita dolcezza di Casa, del vero mondo, la dolce tenerezza che solo una donna intelligente e profonda sa dare e ricevere. Quanta illusione, quanta ignoranza.

L’uomo non è cattivo, Sagredo, è solo infelice… è la sua piccola mente la causa della sua infelicità. Sì, sapevo che erano state prese e anche della loro condanna. La tua è stata solo una triste conferma.

Quando il mio corpo brucerà, io sarò libero Sagredo, libero di ricongiungermi a loro, abbracciarle. Non ti crucciare, amico mio. Questo era il nostro destino, comune a tutti coloro che cercano la verità, bandita da un mondo che si regge sulla menzogna.

Verrà un giorno, Sagredo, che l’uomo si risveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.

Si volta e guarda il suo allievo quasi raggiante: “Lo ha previsto da tempo immemorabile la Vita”.

Maestro, ma perché questo destino crudele? Chi può aver voluto tutto questo?

“Io stesso, Sagredo, ben prima di nascere in questa dimensione. La morte ignea del corpo fisico è una purificazione profonda, è il battesimo del fuoco.

In tanti abbiamo scelto questa morte, non solo come esempio ad un’umanità ottusa, meschina e crudele, ma anche per adempiere il compito che la Vita ci ha assegnato e che abbiamo accettato di buon grado, per Amore.

In fondo, anche se in modo inconsapevole, la Chiesa sta compiendo la nostra volontà”.

Ma allora… il cardinale Bellarmino esegue la nostra volontà?

Roberto Francesco Romolo Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542 – Roma, 17 settembre 1621) è stato un teologo, scrittore e cardinale italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e proclamato dottore della Chiesa (si tratta della stessa figura ecclesiastica che contribuì invece ad “aiutare” successivamente Galileo Galilei esprimendo una posizione “aperta” nei confronti dello scienziato).

Bellarmino ora esegue la volontà della Chiesa, volta a conservare il potere; esegue però anche la Volontà vera, quella di una morte illustre che lasci traccia nella storia.

Anche gli uomini di chiesa sono parte dell’Uno:

la mia morte servirà per mostrare il vero potere, quello occulto, che si muove dietro tutte le chiese e tutti i poteri del mondo. In questo mondo illusorio, ove menzogna, bontà ipocrita e paura dominano, una morte illustre è più efficace di un’intera vita.

Le umane genti la ricordano. L’uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio.”

Bellarmino quindi… anche lui, è alla ricerca di Dio?

“Certo, anche Bellarmino è un fratello”.

“Maestro, ma perché tutto questo, perché tutta questa sofferenza, queste atrocità, ingiustizie, dolori: fratelli che uccidono loro fratelli!”

Come può Bellarmino firmare ad animo leggero la sentenza della vostra morte?

“Non lo ha fatto ad animo leggero, Sagredo. È stata per lui una decisione sofferta e penosa, ma non poteva fare altrimenti; avrebbe dovuto rinunciare all’abito che porta e ai credi che predica.

Egli non ha coscienza, non sente l’Unità dell’infinito universo, non sa che la sua azione di oggi avrà per lui una reazione, in altra sua vita futura; questo vale anche per me e tutti coloro che hanno cercato invano di risvegliare l’umanità dall’inganno.

La terra è una dura scuola: ogni opera lascia una traccia, perché la giustizia vera esiste, figliuolo, anche se in questo mondo non appare”.

La giustizia vera vuole la vostra morte?” Sagredo è tanto incredulo quanto ammirato della saggezza del suo maestro.

“Forse con maggior timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla”.

“La vogliamo noi stessi, Sagredo, non i nostri corpi transeunti, ma i veri Esseri immortali che siamo. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi.

L’Essere non teme la morte, perché sa bene che non esiste.

Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare.

Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco.

Siamo figli dell’unico vero sole che illumina i mondi. Il dolore e la sofferenza non c’erano all’inizio della storia, ai tempi dell’antico Egitto che conservava ancora memoria delle gloriose ed immortali origini.

Un giorno non lontano, una nuova era giungerà finalmente sulla Terra. La morte non esiste. La miseria, il dolore e le sue tante tragedie, sono il frutto della paura e dell’ignoranza di ciò che è la vera realtà”.

Ma quanto tempo ancora sarà necessario?

“Il tempo anche dipende da noi, Sagredo.

Il tempo è l’intervallo tra il concepimento di un’idea e la sua manifestazione.

L’umanità ha concepito il germe dell’utopia e la gestazione procede verso il suo compimento inevitabile: il secolo passato è una tappa importante, che precede la nascita.

Gli Esseri divini vegliano sulla gestazione della terra e alcuni nascono qui per aiutare gli umani a comprendere che la trasformazione dipende anche dal loro risveglio”.

Anche voi, maestro, siete sceso qui per questo scopo?

“Anch’io Sagredo, ma non sono il solo. C’è un folto gruppo di Esseri che sono scesi più volte nel corso della storia e si riconoscono nel grande Ermete, Socrate, Pitagora, Platone, Empedocle.

Incolpare VS rendersi respons-abili. È la chiave che apre la porta dell’abbattimento di ogni limite (mentale).

In questo secolo, Leonardo, Michelangelo, Shakespeare, Campanella, nomi noti, ma anche gente umile, semplici guaritrici, molte delle quali finite sul rogo”.

Giordano è commosso al ricordo dei tanti che l’hanno preceduto sulla via del patibolo.

Sagredo è profondamente colpito; è divenuto partecipe di una verità finora a lui sconosciuta.

Giordano continua: “È il battesimo del fuoco che serve a trasmutare il corpo fisico e a manifestare i veri Esseri. La loro rivelazione ormai è inevitabile.

Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”.

Rumori di fondo fanno intendere che la visita deve volgere al termine.

Il respiro di Sagredo si fa affannoso: “Maestro, come posso ritrovarvi?

“Guarda dentro di te, Sagredo, ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno.

Ascoltala: la verità ed è dentro di te. Sei divino, non lo dimenticare mai.”

La porta della cella si apre e compare il guardiano; è il volto di un uomo apparentemente duro, ma che ha anche timore reverenziale di quell’uomo di cui si trova ad essere il carceriere.

Non pronuncia alcuna parola ed attende con rispetto che il visitatore si allontani.

Giordano e Sagredo si alzano e si salutano, entrambi commossi. “Non ci stiamo separando Sagredo, la separazione non esiste.

Siamo tutti Uno, in eterno contatto con l’Anima Unica”.

Prologo de “la futura scienza di Giordano Bruno” di Giuliana Conforto

Documento notarile che “fotografa” l’avvenuta esecuzione del filosofo Giordano Bruno.

“Ostinatissimo eretico”.

È la solita storia.

chi persegue la propria idea all’insegna del “rock” (non necessariamente imbracciando la chitarra ma in direzione di tutto quanto sia realmente autentico intuendo e anticipando pensieri e concetti non raggiungibili dalla gente comune) dettata dalla visione di ciò che altri non vedono, inizia l’invocazione al rogo.

Chi ama serenamente e sinceramente la verità e propone l’evoluzione è sempre contrastato dall’oscurantismo, dalla tirannia di chi persegue la paura come strumento di controllo, dalla rigidità, dalla chiusura, dall’intransigenza.. mascherate da raziocinio.

Chi lo fa, sa bene a cosa va incontro.

Anche se spera sempre in cuor suo in una presa più morbida rispetto alla posizione inamovibile del sostenitore del principio (ex) esistente, immobilista per natura.

Più l’altra parte si irrigidisce, più il conflitto sarà acceso. Più l’altra parte si ammorbidisce, più il conflitto si dissolverà pressoché da solo.

Quel presunto raziocinio è solo la faccia apparente che nasconde tutte le retrograde convinzioni che non sono altro che il mezzo ove lo hanno portato, oggi, a trovarsi ove si trova e ad essere rivelato come si rivela un libro aperto salvo comportarsi come un gatto ferito che soffia e graffia.

Anche se ci vorranno secoli, la verità e la giustizia verranno a galla.

Per vincere sulla cecità, sulla mediocrità, sulla chiusura, si perseguono la sana intenzione, il pensiero, la saggia pianificazione, le azioni buone e atte al servizio di tutti, nel segno della prosperità, della generazione di beneficio per tutti e non ad appannaggio SOLO di alcuni – chissà perché – intoccabili.

«Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannidesofismiipocrisia; […] /
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, / ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que’ tre gran mali sottostanno,
/ che nel cieco amor proprio, figlio degno
/ d’ignoranza, radice e fomento hanno.»
(da Delle radici de’ gran mali del mondo – Tommaso Campanella)

Leonardo Aldegheri
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IL SABATO SERA AL CONCERTO CON MIO FIGLIO [CON DON AIREY DEI DEEP PURPLE E TOLO MARTON]

Il sabato sera al concerto con mio figlio a sentire il grande Tolo Marton assieme a Don Airey dei Deep Purple e una super band.

Sono sempre stato appassionato di musica. Ho anche suonato la batteria per lungo tempo in passato.

Ora, grazie agli studi che sto compiendo (per capire meglio le cose) e soprattutto che mi appassionano, inizio a comprendere perché la musica faccia così bene alle persone e ciò a prescindere dal genere e dai gusti.

La musica è vibrazione pura.

Lo si può leggere nel meraviglioso libro di Luca Donini Siamo Suono e Luce

Se sei “triste” o scazzato, “accendi” la musica e questa ti trasforma, letteralmente.

Una batteria ha la sua frequenza. La chitarra elettrica, WOW, che potenza! – ha la sua frequenza. 

E ieri sera ho sentito per la prima volta anche le note dell’organo elettrico di Don Airey assieme a Tolo Marton con le loro frequenze incredibili.

Ci sono frequenze che ci fanno stare bene. Frequenze che ci fanno stare meno bene. 

Anche le parole hanno le loro frequenze. Come sono dette, come vengono “parlate“. Così il cibo, che è la nostra fonte di energia primaria.

E così la nostra fisiologia e via dicendo. La natura ha la sua frequenza ed è quella più in equilibrio in assoluto (tutto in natura tende all’equilibrio, la natura non ama sprechi): 

  • una passeggiata nei boschi, ad esempio o a contatto con la terra, la sabbia (spiaggia, mare, montagnacampagna) ha un enorme potereriequilibrante su di noi e su come viviamo le cose, le esperienze, le persone, le situazioni.

Alla fine tutto per dire che è stato il mio primo concerto assieme a mio figlio (ci avevo provato coi Guns n’ Roses in passato ma non è andata 😆) e leggevo la gratitudine nei suoi occhi per aver fatto questa cosa assieme.

Dopo aver appreso ciò che è successo in questi giorni (parlo della scomparsa di un compagno delle elementari di mio figlio) sto comprendendo un’altra cosa. 

Passando per il filo cui siamo appesi e per cui tanto ci lamentiamo di problemi che sono congetture presenti soltanto nelle nostre menti: i problemi sono solo altri.

Noi li facciamo entrare o li possiamo tenere fuori. 

Dobbiamo essere grati di quello che abbiamo, di quello che siamo, di quello che viviamo. E dobbiamo cercare di fare tesoro il più possibile della nostra dimensione fatta di “carne” e di “cose” perché è la nostra vera natura. 

Spirituale e carnale allo stesso tempo. 

Anche quando facciamo l’amore, siamo spirito e carne allo stesso tempo e siamo in estasi, non è così?

Un po’ come lo slanciato simbolo di donna della Rolls Royce che impera sul cofano di queste meravigliose auto: The Spirit of Ecstasy. 

Abbiamo a disposizione un guizzo nell’eternità, forse più di uno, una manciata di anni per fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo e con le persone che siamo, sempre sapendo che possiamo:

  • imparare
  • migliorare
  • fare del bene
  • contribuire
  • dire una parola buona
  • dire un grazie
  • fare una gentilezza
  • fare bene il proprio mestiere e tutto ciò senza lamentarsi continuamente e dare la colpa sempre agli altri.

Sermone della domenica finito, promesso. Amen.

Che la musica – che è una meravigliosa invenzione dell’uomo pur presente in natura con il canto degli uccelli e il fragore delle onde degli oceani, il vento e tutto il resto – e le frequenze delle parole siano di aiuto, di supporto affinché possiamo stringere le persone che amiamo senza vergogna, senza sensi di colpa, senza recriminazioni e rancori, senza personalismi, senza ego e soprattutto, senza paura.

Leonardo Aldegheri
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QUAL È LA TUA INTENZIONE?

QUAL È LA TUA INTENZIONE?

In questi giorni, vent’anni fa, mi stavo accingendo a partire per una delle esperienze più significative della mia vita. Era il 1999 ed ero una persona molto diversa da quella di oggi.

Il ragazzo che stava partendo per Londra presentava la sua attitudine e quella uscita dalla zona di comfort, come oggi si dice, avrebbe contribuito a svilupparla, almeno in parte.

La strada da percorrere era molto lunga e lastricata di ogni tipo di difficoltà, come spesso accade, ben ignaro di tutto quello che mi avrebbe aspettato dopo.

Ad ogni modo, in quei giorni ho conosciuto molte persone meravigliose, alcune delle quali ancora oggi frequento. Mentre una di queste, della mia stessa identica età, se ne è andata.

Altre, invece, sono completamente sparite (e io per loro).

Nel disegno, i meccanismi che sottendono a un ponte non comune, il Tower Bridge.

Il tema è questo:

  • a parità di condizioni, quali sono le intenzioni che hanno mosso le persone che mi sono arrivate grazie a quella esperienza?
  • Perché ho attirato quelle e non altre?
  • Perché nel mio processo di crescita alcune sono uscite, altre sono rimaste e altre completamente inaspettate sono arrivate?

Queste domande sono relative ai tempi in cui ho vissuto per un po’ in UK – ben lontano dalla Brexit – ma in verità, immaginando un upgrade ai giorni nostri, persino sono arrivato io a volerne scremare alcune lasciandole andare, altre vorrei tutt’ora uscissero consentendo ad altre più in sintonia con me di arrivare e rimanere.

Arricchendoci vicendevolmente sul piano della reciproca crescita, dandoci valore.

In questi giorni mi sto rendendo sempre più conto – per presa di consapevolezza – che conta l’intenzione sottostante a un pensiero, un atto, un’azione, una decisione.

Crescere nell’idea profondamente sbagliata del “stai facendo un processo alle intenzioni?” scagiona in verità ogni pretesto per indurre la malafede e a percepirla come una cosa giusta, quando non lo è, solo che ancora non lo sai.

E così, dato che l’intenzione è invisibile ma non irreversibile, chiunque è in grado di mascherare il proprio operato secondo la più visibile e apparentemente nobile voce del bene per forza, specie quando questo è confezionato con un bel sorriso condito dal senso di dovere.

Un dover fare certe cose e prendere determinate decisioni altrimenti succede questa e quest’altra cosa (ove queste cose sono identificabili con il fallimento di un’idea, di un’attività, etc.) presuppone con ciò un ricatto morale.

Quando usiamo la nostra testa e non quella degli altri, prepariamoci alle rimostranze.

Tradotto: per fare questa cosa che si vuole fare, si nasconde la vera intenzione dipingendo l’azione che va fatta per forza di cose come un atto necessario.

Ovviamente ciò in conflitto di interessi, dato che il promotore coincide allo stesso tempo con il salvatore. Salvo piani collaterali che sono ciò che inficiano tutto il resto.

È qui che scatta il tema della VERA INTENZIONE.

LA PUREZZA DEL PENSIERO INIZIALE

L’intenzione emerge nel lungo periodo. Sia nel bene che nel male.

Diverso dal giusto o dallo sbagliato. Il giusto e lo sbagliato hanno a che fare con azioni che provocano effetti benefici o errori e gli errori – oltre a pagarli – si possono correggere.

Il bene e il male hanno il loro fondamento nell’intenzione benevola o malevola.

È proprio così o te la stai raccontando?

Se l’intenzione iniziale è mascherata, alla lunga si smaschera da sola. Lo si vede e lo si sente negli atteggiamenti dei suoi promotori.

Se questi una volta smascherati si ritraggono a vittima, ecco che ammettono senza nemmeno accorgersene la loro intenzione, sebbene inconsapevolmente.

L’intenzione promuove sé stessa nella pro-attività e non nella singolarità agendo nella creazione di un’intenzione comune ove il bene premia e valorizza le azioni della collettività e mai dei singoli o solo di alcuni scelti (come nel Quotidiano del Mattino).

Appena l’ego di uno inizia a partire per la tangente non riconoscendo e non valorizzando per favorire sé stesso nell’esclusione, esso sporca il buon proposito comune, attiva in frequenza chi lo seguirà e il “gioco” non sarà più pulito ma andrà ad inquinare l’intero disegno.

Per ripulirlo serve una nuova intenzione pura e collettiva che porti beneficio a tutti, pur occorrendo a volte un’azione atta allo scrollarsi di dosso l’incrostazione occorsa.

  • Se l’intenzione è diversa dal bene comune, a un certo punto qualcosa inizia a stridere.
  • Se la promozione è fin da subito benevola, nel lungo periodo verrà confermata. Se è malevola o torbida, nel lungo periodo verrà smascherata e smentita. A meno che non si auto-corregga nella buona fede dell’azione in corso.

Ad ogni modo, ciò che sto imparando a mettere sempre più in pratica è la qualità del pensiero iniziale.

Con questo metodo, quando questo pensiero che è puro muove l’intenzione nel realizzare una data cosa ove il beneficio non è del singolo ma della collettività, quell’intenzione manterrà la sua purezza.

Lo so che la maggior parte pensa prima a sé stesso ma quando quel pensiero non dovesse essere totalmente lindo e candido ecco avvertire lo stridore. Ed iniziano a manifestarsi eventi e forze contrarie atte a ristabilire l’ordine.

NB: come detto, nel momento in cui il pensiero iniziale non fosse lindo e trasparente ma nel percorso il torbido dovesse diventare chiaro e cristallino, ripulendosi, le azioni dirette e indirette rispetto a quel pensiero ripulito, correggerebbero la loro rotta.

Dopotutto, domani è un altro giorno 😉

C’è sempre spazio per la conversione sulla via di Damasco.

Infatti, qualunque essa sia, l’intenzione non va punita. Nessuno deve punire niente. Non dobbiamo ergerci a giudici e puntare il dito per fare il processo alle intenzioni.

Le persone possono sbagliare. Anzi, è la naturale condizione umana – senza sensi di colpa. Quando si sbaglia e lo si riconosce e oltre a ciò si propone il rimedio, nessuna punizione è obbligatoria.

Il senso della mia riflessione di oggi é:

nel momento in cui promuovi un qualcosa, un’idea, un progetto, un’azione, fai molta attenzione a quella che è la vera intenzione sottostante. Scava per capire qual è il vero essere di ciò che ti muove, se un fine egoistico o se un ambizioso (che porta il tutto a un livello superiore) progetto per il bene comune.

Dal web [autore ignoto su Instagram]

L’ego in sé non porta mai a una intenzione pura. Il pensare a sé stessi o alla salvaguardia solo dei propri interessi familiari tralasciando o ignorando gli altri o altre situazioni contingentate, non è sano.

Quel pensiero non è puro. Anche se ci si muove, sembra anche nei confronti di sé stessi, per senso di dovere. 

Non è abbastanza. Almeno, non è la sola cosa.

L’intenzione pura e sincera, parlata e meditata, aperta e senza conflitti, volta e atta alla costruzione e alla valorizzazione di persone, cose e situazioni, non temerà di essere smascherata perché non nasconde nulla se non il vuoto.

La sincerità è inattaccabile.

L’intenzione, l’attitudine, il ragionamento sorto tra mentalità, discernimento e cuore oltre all’esperienza, allo studio continuo e alla volontà di applicare, può solo portare del bene purché questo bene sia collettivo.

“Non si fa ciò che si dice ma ciò che si è”.

Leonardo Aldegheri
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LA VISITA ALLA TIPOGRAFIA GRAFICHE AZ


COME SI FA UN LIBRO

COME SI FA UN LIBRO?

Il “reparto”, le macchine da stampa, l’odore di inchiostro, la carta. Se c’è una cosa che in Grafiche AZ si è sempre amato fare, è accogliere le scolaresche per la visita ai reparti per vedere come si fa un libro.

La visita non è tanto e solo per vedere e toccare con mano come si fa un libro. È una vera e propria immersione nello spirito che anima questa azienda che fa libri per bambini da tempo immemore.

Libri illustrati di pregio, qualcuno direbbe. E oggi libri di divulgazione, di saggistica, splendide brossure con la copertina morbida trattate con la medesima cura con cui la quadricromia viene posata sulle patinate o sulle carte uso mano per la massima resa dei colori, una resa speciale, sia dei cartonati sottili di pregio – quelli stupendi che si trovano in libreria, per capirsi – che sui libri in senso un po’ più ampio.

Libri nella loro accezione più nobile. Mai, per noi, essi sono una commodity. Per quanto.. “stupidi” (lo diciamo ironicamente, ovvio).

Si è appresa una cosa. I libri, illustrati e non, sono di pregio. È il libro ad essere pregiato in sé. È una tecnologia millenaria, analogica, che ha a che fare con la carne dell’essere umano e del suo “sentire”. Del suo spirito, per così dire. Ovvio, nella sua manifattura, deve esserci una certa cura. Non si può certo pretendere sia pregiato solo perché si chiama così: deve essere fatto in un certo modo. E noi ce la mettiamo tutta. Tutta anche nel coinvolgere.

#farelibrièunaresponsabilità

Il proposito è quello di nobilitare questo mestiere, quello di fare libri, con la ferma intenzione di essere parte attiva nella propagazione di questo strumento antico e moderno, nobile e attuale, sensuale e con una resa investimento-rendimento esageratamente elevata, se si pensa che con pochi euro si accede al pensiero intimo di un autore che sta dicendo a te, proprio a te, una cosa contenuta in più pagine e protetta da una copertina.

La copertina? Ha la doppia funzione di proteggere e vendere. Sì, perché dapprima attrae la tua attenzione. Poi, quando il libro è nelle tue mani e deve vivere tantissimo, va protetto. La copertina è la sua “mamma”.

[Cit.]

Nel frattempo arriviamo noi. Tra autore e lettore c’è il mondo di mezzo.

Noi siamo quelli che prendono quell'idea e la trasformano fisicamente in più copie, così più persone hanno l'opportunità di intercettarla e lasciarsi cullare in quel mondo.

Il mondo che esiste tra l’idea dell’autore – della connessione tra la sua mente e la scrittura, della trasposizione del suo frutto dell’intelletto alle parole, alle frasi contenute nei paragrafi contenuti nei capitoli, nelle pagine, sulla carta – e il lettore che prende in mano il manufatto fisico e lo sfoglia, è fatto di una serie di operatori, di professionisti di settore, di esperti che si prodigano ogni giorno per trasformare le idee in libri.

I libri sono un oggetto, uno strumento altamente tecnologico a basso costo che contiene opere dell’ingegno umano e ha consentito e consente l’evoluzione planetaria dell’umanità intera.

Come l’accelerazione degli ultimi 500 anni testimonia dall’avvento dei caratteri mobili inventati da Johannes Gensfleisch della corte di Gutenberg – un orafo e tipografo tedesco a cui si deve l’inizio della tecnica della stampa moderna in Europa.

Un orafo tipografo?

Iniziamo a capirci..

Le scolaresche, dicevamo: vengono da quelle delle elementari con bambini di otto anni, a quelle dei ragazzini delle medie, poi quelle dei ragazzi delle superiori e dei giovani adulti dell’università, come è stato qualche giorno fa.

A tutti, dai piccini ai grandi, vengono raccontate – o meglio narrate – le stesse meravigliose storie.

Come si traspone il colore sui fogli, a cosa servono gli elementi delle macchine offset (i cosiddetti gruppi stampa), a cosa serve la macchina da stampa grande e quella piccola; cosa sono le lastre, come si montano.

Cosa sono gli avviamenti e come si vede la stampa di un libro che prima non è altro che un foglio steso.. e via il giro sulla macchina con i rulli che girano tra il castello del ciano, del magenta, del giallo, del nero.. dalla bocca della macchina che mangia bancali di fogli bianchi all’uscita dove la magia della sovrapposizione del colore si è compiuta.

#lamagiadelvistosistampi

E poi c’è tutta la parte della Legapress dove arrivano i fogli stesi, dove essi vengono sezionati e preparati alla piega delle segnature, della raccolta e della cucitura, della messa in colla, delle copertine con il cartone rigido, dell’incassatura del blocco libro che accoglie la copertina appena uscita dalla copertinatrice e tutte le nobilitazioni con l’oro a caldo in testa come il mega cliché di ottone di un libro della Disney in macchina proprio in queste ore.

L’Istituto design Palladio è una Scuola di design e formazione post-diploma in ambito design e comunicazione visiva, fondato nel 1983 a Verona ed è ufficialmente accreditato come ente formatore dal 2003.

Il corso, Illustrazione&Comics, sviluppa un orario basato sulla formazione di illustratori digitali e fumettisti anche nell’ambito del character design e dell’arte computerizzata.

La classe prima di questo corso ha fatto visita alla Società Editoriale Grafiche AZ in collaborazione con il professore di Storia Dell’illustrazione Claudio Gallo.

La visita comprendeva un’introduzione al lavoro di tipografo ed editore e successivamente l’accompagnamento alla visione dei macchinari di stampa e di creazione di un libro cartaceo.

“Siamo rimasti piacevolmente colpiti dalle nozioni imparate e abbiamo potuto apprendere come le Grafiche AZ puntino alla qualità usando materie prime certificate nel rispetto dell’ambiente e danno unicità al loro lavoro con tecniche manuali e conoscenza del colore non comuni. Un’esperienza da rifare”.

L’oro a caldo stampato sulla copertina del meraviglioso C’ERA UNA VOLTA IN PERSIA edito dai Topipittori

www.graficheaz.it – www.graficheaz.eu – www.graficheaz.com – www.legapress.it

https://www.facebook.com/graficheaz/

Leonardo Aldegheri
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FINCHÉ NON RESTITUISCI LA DIGNITÀ PERSONALE AL TUO AVVERSARIO

Finché non restituisci la dignità personale al tuo avversario, continuerete a farvi la guerra.

Le persone “al gancio” si alimentano di demoni nella loro mente e reagiscono tramite ritorsione

Sono meccanismi molto “rettili” ovvero dati non tanto da una capacità di calcolo ed elaborazione del dato dell’uomo avveduto e moderno quanto di quella parte primitiva del cervello – il cervello rettile, appunto – ancora funzionale al retaggio di difesa/attacco cui esso era abituato ai tempi delle fiere che con tanto gusto si pappavano l’uomo primitivo.

Oggi, tuttavia, le persone al gancio – cioè agganciate, ingaggiate, innescate – passano la loro esistenza con l’attenzione su “ma lui ha fatto, lei ha detto” perpetuando all’infinito una condizione disagevole di disappunto che dal niente perdura negli anni senza averne contezza.

Né una risoluzione.

E spesso senza averne anche un perché reale e realmente motivato se non invece attivato da una debolezza interiore non vista, non accettata, non riconosciuta.

Perché l’ego non permette di ammettere che in qualche modo la responsabilità è nostra, se stiamo in un certo modo.

Ma è COLPA sempre dell’altro. Questo solleva tantissimo nell’immediato.

Ma è pura illusione perché più diamo respons-abilità all’altro, più siamo noi stessi a indebolirci.

Per il semplice fatto che deponiamo altrove la nostra abilità di dare risposta.

La recriminazione, l’arrabbiatura, l’ira, la rabbia sono tutti atteggiamenti rettili di chi nutre uno stato di disagio interiore – magari anche per sua attitudine “perché sono fatto così” (ignorando la parola magica cambiamento che tanto risolve) – che si ripercuote su persone che possono anche non rendersi conto di essere oggetto di “tali attenzioni”.

“Esistere” non è una colpa.

Ecco che il vicino “mi fa incazzare”, il collega “mi fa”, il fratello, la sorella “ha detto e fatto questo, quello e quest’altro”, “tu quella volta hai fatto/sei stato cattivo..” etc. etc.. tendendo a identificare la persona con il pretesto dell’errore, della colpa.

(Sappiamo che non sono le persone ad essere in colpa ma i comportamenti errati a dover essere corretti).

Tutte cazzate! Tutto materiale del passato che continua a DOVER essere ri-portato nel presente per puntiglio.

Sono congetture presenti solo nella mente di chi le promuove perché è gravido di un’energia emotiva che da qualche parte DEVE essere sfogata, liberata

Quando l’oggetto delle vostre critiche, del vostro disagio avvertirà la vostra avversione, potrebbe andare in reazione. Non è così detto in quanto il suo cervello rettile potrebbe non essere preso al gancio (molto se ne parla nel Transurfing).

I vostri attacchi, tuttavia, si arrischiano nel campo minato e zeppo di insidie della risposta di difesa.

Poi, nel caso sia lui ad attaccare, sarete voi a dovervi difendere. E ciò in un ciclo infinito che drena forze e fa vivere male.

Dicevamo che l’unica cosa che conta è vivere bene l’adesso.

A prescindere dai legami, dalla parentela, dalla storicità delle relazioni.

Per me, quando una relazione non funziona, va recisa.

Occorre avere coraggio per farlo ma il senso di liberazione è straordinario. I nodi vanno sciolti, le paure dissolte, i vecchi traumi elaborati, fatti emergere, lasciati liberi.

Ma una volta fatto, stop ai rimuginamenti. Quella storia è conclusa, quel capitolo è andato, quella pagina è stata voltata.

Quella relazione è s-voltata, quel collegamento è rescisso. FINE.

Le energie stagnanti vanno rimosse. Per rimuoverle devono essere liberate.

E a meno che non si tratti di crimini, di atti illegali, azioni di violenza, stupri, rapine o quant’altro che questi soggetti possono aver attuato nei confronti della vostra mente, una soluzione c’è, bella come il sole.

Eccola: restituire la Sua dignità al Tuo nemico

Ancora una volta, riconoscendolo.

Lascialo ESSERE.

L’avversario va riconosciuto come tale. E nel momento in cui lo riconosci, esso svanisce.

Ridona a lui la Sua dignità e lascialo andare, liberalo. Riprendi tu la Tua responsabilità e restituisci a lui la Sua dignità, la dignità che gli hai negato, il riconoscimento che non hai voluto dargli, l’ammissione di colpa (che di colpa non si tratta ma, come più volte detto, di responsabilità) che non hai voluto prenderti, la cognizione del suo diritto di esistenza.

Così facendo, liberandolo, liberi te stesso. Il fardello se ne andrà e la pesantezza del passato lascia il posto alla leggerezza dell’adesso.

Leonardo Aldegheri
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ALLE COSE, PER CAPIRLE, BASTA SOLO DARE UN NOME

ALLE COSE, PER CAPIRLE, BASTA SOLO DARE UN NOME

Alle cose, per capirle, spesso occorre dare loro un nome.

Non per identificarle o etichettarle ma per legittimarle, esplicitarle, renderle reali. Dare loro la loro dignità.

Le cose hanno bisogno di essere riconosciute.

Per essere capite.
Come avviene per le persone e per le situazioni.

Quando diamo un nome alle cose, non stiamo replicando il creato. Stiamo contribuendo a crearlo ex novo, minuto dopo minuto.

Noi, con la nostra immaginazione, siamo capaci di creare mondi
possibili e li realizziamo.

Tutto quello che accade – umanamente parlando – è dato da due
cose soltanto:

                               OSSERVAZIONE + IMMAGINAZIONE

Mentre tutti gli animali osservano e si adattano, l’uomo che si
limita a osservare soffre – a meno che non apprezzi.

L’uomo che osserva ma immagina qualcosa di diverso non dice “è così” o “si è sempre fatto così” ma vede ciò che può essere.

Ciò che ci contraddistingue è la visione del potenziale.

Al Philip Kotler Maketing Forum una cosa mi ha colpito tra molte
altre, una frase dell’intervento di Ivan Mazzoleni (Microsoft).

Ed è la differenza che ha fatto 70.000 anni fa quando sulla terra
esistevano 18 specie di homo tra cui solo una non si è estinta, e
anzi si è sviluppata a una velocità impressionante:

la nostra, ovviamente.

La differenza l’ha fatta, oltre all’osservazione, lo storytelling. Ed è il motivo per cui rimaniamo incollati alle storie, quando ce le raccontano. È il motivo per cui siamo sopravvissuti.

Le storie evocano, stimolano la fantasia, consentono di ricreare nella nostra mente, di immaginare.

E con l’immaginazione l’uomo ha fatto veri e propri miracoli. In una manciata di migliaia di anni è evoluto in maniera vorticosa.

Mentre gli altri animali sono rimasti pressoché tali e quali, noi, ad esempio, sappiamo volare e questo solo nell’ultimo paio di secoli (considerando l’invenzione dell’aerostato). E solo perché due fratelli l’hanno prima immaginato. 

Cosa sono 200 anni in –> 70.000 –> in 3.8 MLD di vita comparsa sul pianeta?

Sono un banale, brevissimo frangente. E noi ci siamo dentro con tutta la nostra complessità.

Chiunque abbia osservato e abbia immaginato qualcosa di diverso e soprattutto l’abbia compiuto, ha compiuto e fatto compiere passi immensi all’intera umanità. 

Ecco perché anche solo una persona può contribuire in minima o in larga parte, per tutti.

Oggi tutti noi guidiamo ma se non fosse stato per Ford?  [il quale peraltro se avesse chiesto alle persone cosa serviva loro avrebbe ricevuto in risposta “cavalli più veloci”].

Oggi tutti noi abbiamo un pc ma se non fosse stato per Gates? O per Jobs, dato che sto scrivendo con un Mac?

Oggi tutti noi leggiamo ma se non fosse stato per Gutenberg? Se non fosse stato per lui oggi io stesso non produrrei libri, pertanto un signore, poco più di 500 anni fa, ha immaginato un modo diverso di produrre l’editoria e l’implicazione è che oggi esso si sia sviluppato tanto da diffondere la cultura nel mondo e io ne faccio parte. 

Non è incredibile?

È TUTTO da inventare, siamo solo all’inizio. 

Dobbiamo solo stare un po’ attenti a non auto-distruggerci prima che il sole imploda e mancano “solo” 5 MLD di anni.

Ma fatto salvo ciò, siamo una specie davvero pazzesca.

Allorché si riconosce,  si “restituisce” e nel mentre di farlo, si fa sentire l’altro importante e degno.

Per vincere i dubbi.. basta dargli un nome. Li si fa venire fuori e li si vince, possibilmente col confronto.

Tutto ciò che resiste alla fine basta si rilassi. Gli si da il suo giusto riconoscimento. E se nulla resiste ancora.. si va avanti.

Leonardo Aldegheri
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