La vita che volevo


Stamattina sono andato in ufficio, quasi come ogni sabato eccetto quando, in pratica, ho i corsi di formazione. Si tratta del momento ottimale per pensare, recuperare le cose in sospeso, pianificare, fare tutte quelle cose che nel brusio della quotidianità settimanale fai più fatica a fare.
La vita che volevi era andare in ufficio?
Stamattina sono andato a fare un lancio. Sì, dopo l’ufficio sono andato a lanciarmi col paracadute (meglio averne uno sulla schiena, non si sa mai) e dato che sarei dovuto andare a prendere mio figlio un po’ prima come quando sta con me, siccome aveva un sacco di compiti da fare e sarei andato più tardi, ho pensato di fare un giro a 4000 metri dopo qualche settimana di astinenza e saltare da un aereo con un amico, atterrare, cambiarmi e correre a prendere il mio cucciolo.
La vita che volevi era andare in aria per precipitare ai 250 km/h?
Stamattina poi, guidando, ho incontrato un simpatico gruppo di ciclisti, di quelli super acuti che si mettono in formazione come birilli del bowling e al mio cortese (dico sul serio) sollecito di posizionarsi in fila indiana data la pericolosità della nuvola formatasi mi sono sentito dire in perfetto italiano dantesco “sta sito ti che te parli con quela machinassa” conditamente a coloriti improperi e qualche insulto per cui nonostante ciò sono stato felice di avere avuto un dialogo comunque costruttivo con degli esseri umani dotati di elevata caratura intellettuale (alla stessa maniera di coloro i quali, ad esempio, permangono nella corsia centrale in autostrada nonostante quella a destra sia deserta come le regioni centrali dell’Africa in estate con i leoni affamati e antilopi magre con lo scheletro a dieta).
La vita che volevi era discutere con ciclisti con il quoziente intellettivo di un Nobel?
Stamattina sono andato a prendere mio figlio e mentre guidavo tranquillamente in tangenziale verso casa sono stato avvicinato posteriormente a grande velocità da un SUV dalle notevoli proporzioni un po’ come il Rocco Siffredi delle auto e l’energumeno che sedeva sui molti cavalli della Mercedes GLE nera che ho provveduto a denunciare alle forze dell’ordine mi ha scattato una foto mentre sorridente gli esponevo il mio pollice (NON il dito medio, sottolineo) alzato.
Cosa avesse costui da me a desiderare intento a immortalarmi nel mentre in cui guidava?
Forse a discernere il motivo per cui rispettando semplicemente i limiti non poteva sorpassare il mio veicolo (macchinassa) sulla destra, immagino.
La vita che volevi era farti scattare fotografie in tangenziale?
Ma no. Certo che no, è che a mio avviso la questione è molto semplice. In giro esistono vari tipi umani più o meno vicini al cercopiteco che ci ha anticipati qualche anno fa ed esistono vari tipi umani vicini alla versione evolutiva migliore della nostra specie che spingono in avanti, nonostante i cercopitechi, l’umanità intera. A favore anche dei ciclisti in nuvola e a favore di arroganti fotografi col SUV.
La vita che volevi era parlare di questi episodi di normale e quotidiana umanità?
L’essere umano è fondamentalmente un animale con però una straordinaria e contraddittoria capacità evolutiva. In pochi anni (sì e no 200.000) ha avuto un boost significativo nell’1% di questo lasso temporale e cioè solo negli ultimi 2000 anni che nei 4.8 MLD di vita della terra corrispondono a qualche 0,0000000X.. (non lo so, non sono mai stato bravo in matematica e ho un sospetto di essere discalculico).
Se eravamo in 180 MLN nell’anno ZERO e se se siamo in così tanti oggi (il primo MLD è stato raggiunto solo nel 1800) è perché negli ultimi 200 e rotti anni ci si è dati un po’ da fare, in alcuni. In altri no, non tanto.
Ad ogni modo, la vita che volevo è questa: libera.
Libera di esprimere.
Libera di volare.
Libera di fare.
Libera di costruire. Libera di essere.
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Non c’è peso di cui non ci si possa liberare

Quando ti fermi un attimo a pensare distogliendoti dal brusio e sposti l’attenzione accade lo straordinario: le cose appaiono diversamente.

Basta solo distrarsi. Cambiare flusso di pensieri. Spostare il focus non su ciò che accade dove normalmente ti lamenti continuando a dargli un nome – è così, è cosà, lui è questo, lei è quell’altro, questa situazione è per così, etc. etc. – ma su altre cose, semplicemente.

Lasciarsi rapire da altro.

Metti la tua mente su una cosa diversa che ti rapisca l’attenzione per un po’ – o per tutto il resto del tempo – e i problemi hanno un altro sapore. Si addolciscono, non sono più amari come prima.

Provare per credere.

E la considerazione base che faccio è che tutte quelle persone che hanno deciso di farla finita o che pur esistendo non ne vengono fuori è probabilmente perché il flusso di pensieri costante li ha travolti. Non vivono consapevolmente, si limitano a esistere.

I problemi si sono ingigantiti quando bastava non caricarli dell’importanza eccessiva che li ha fatti andare fuori controllo.

Cioè, un problema è un problema. Grande o piccolo, lo stabilisci tu, per te.
Un problema piccolo può diventare grande a seconda della percezione che gli dai.

E viceversa, grande può diventare piccolo, quando non un’opportunità.
Allora è la mente e il suo flusso di pensieri che è la porta di accesso a come ti senti relativamente a quella data cosa.

Ciò significa che se volontariamente decidi di spostarti e di non lasciarti travolgere è possibile pensare che tante sofferenze possano essere deviate, evitate. Tante vite possono essere salvate.

La leggerezza paga. La pesantezza fa pagare a te.

E il conto è salato portandoti dietro la zavorra.

Basta liberarsi del peso dell’importanza eccessiva data alla data cosa spostando semplicemente il focus, là dove va il pensiero abitualmente, effettuando una sostituzione volontaria.

“Le difficoltà ci sono solo se le pensi”

[cit. di un ragazzo italiano con disabilità che apparso in una trasmissione televisiva sul raggiungimento di obiettivi è riuscito nell’arco di un anno a diventare campione mondiale di sollevamento].

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L'importanza della condizione [seconda parte]

..allora mi sono reso conto che l’assopita attitudine alla scrittura diventava via via più libera di essere. Non dovevo scrivere per fare business ma scrivevo in maniera disincantata e senza condizionamenti, senza “legami”.
Così le riflessioni che desideravo fossero disponibili pubblicamente affinché potessero essere utili a qualcuno, quando raggiungevano due, tre persone era già molto OK. Perché era già qualcosa. Ed ero felice. Probabilmente sapendo che qualche parola raggiungendo qualche persona poteva produrre qualche risultato, qualche effetto per qualcuno.
Allora, a quel punto, la considerazione successiva era la seguente:
Permettere agli altri di essere. Se permetto a me stesso di essere me stesso e permetto agli altri di essere sé stessi svaniscono, spariscono, si polverizzano le condizioni del conflitto.
Permettere agli altri di essere quello che sono, consente a mia volta di permettermi di essere quello che sono io. Mi do il permesso di essere. Pazzesco no? Quante persone questo permesso SE LO NEGANO e di brutto, anche? Ho riscontrato nella mia esperienza la maggior parte, in verità.
E se io permetto agli altri di corrispondere alla loro natura, forse per una delle tante leggi della vita che l’uomo non ha ancora racchiuso nella scatola della scienza, gli altri permettono a me di essere chi sono, senza condizionamenti.

Permettere agli altri di essere quello che sono senza preoccupazioni di sorta.

Mi spiego meglio.
Quand’anche tu avessi determinate aspirazioni che cozzano inavvertitamente contro quelle di qualcun altro – non perché egli ne abbia ma proprio perché magari non ve ne sono – ti trovi in automatico in una condizione in cui non ti è permesso di esprimerti liberamente.
Allora è fondamentalmente una questione di culo (termine tecnico) se hai aspirazioni e non “dai fastidio” a nessuno. Che incidenza statistica sussiste nel momento in cui tu vuoi realizzare qualcosa che non rompa le scatole necessariamente a qualcun altro e che è a favore anche di qualcun altro?
A questo punto il potere dell’intenzione interviene con maggiore forza: è molto più importante comunicare un’autentica attitudine di voler fare il bene collettivo che decidere di fare bene e basta perché fare bene e basta può essere non chiaro a qualcuno e l’altro non permetterà di essere chi sei e realizzare quello che vuoi fare se non è ben esplicitato che quello che stai facendo lo è anche per lui.
Almeno come lo intendi tu, benché bonariamente. Intendere come lo intendi tu non è abbastanza. Perché lui intende un’altra cosa nella sua testa. Ha il suo mondo percettivo.
L’efficacia della mia comunicazione è in diretta relazione al recepimento da parte tua.

In sintesi: se hai voglia di farti un mazzo tanto ma non lo comunichi in maniera che gli altri siano tranquilli, interverrà in loro la paura e non ti aiuteranno a favorire le condizioni.

  • La condizione è il campo arato con la terra fresca e ricca di minerali appena bagnata dal fiume che favorisce la fertilità e quindi la nascita delle colture che porteranno i buoni frutti della semina e del raccolto.
  • La condizione non è affatto scontata ed è il tempo meraviglioso senza una nuvola e senza vento con la vista a decine di chilometri e il cielo terso ove effettuare lanci col paracadute portando a termine tutti gli esercizi e a fine giornata ti bevi pure una birra con i compagni.
  • La condizione è una tavola originale di un artista che vuole vedere il suo libro stampato con te e solo con te perché ha visto i tuoi lavori precedenti e ha fiducia della resa cromatica, lasciandoti carta bianca su come fare per arrivare ad ottenere il libro perfetto.

La condizione è avere attorno persone che hanno fiducia in te e alle quali non trasmetti alcun timore perché quand’anche fossi percepito come diverso è solo perché non sei omologato rispetto ai canoni dei più. Ricordando che Jobs diceva che i pazzi sono quelli che hanno creduto di poter cambiare veramente il mondo. E l’hanno cambiato.

“Imparando a usare i nostri pensieri in maniera produttiva, diventiamo potenti” – Louise Hay.
E allora la differenza tra colpa e responsabilità è quando ti assumi la responsabilità delle scelte rimboccando ulteriormente maniche già rimboccate, agisci per costruire e mai per distruggere e ti dai per contribuire alla collettività.
Se la condizione è favorevole, bene. Se è s-favorevole, bene.
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L'importanza della condizione [prima parte]


Sento dappertutto dire “la responsabilità è tua”, “sei responsabile di ciò che ti accade” o ancora “sei responsabile di ciò CHE accade” quindi persino più genericamente e poi, “la responsabilità che non ti assumi è dare potere all’altro“, etc. etc. Tutto vero, d’accordo. Ho deciso in passato di assumermi via via sempre più responsabilità.
Non mi sono fermato e mi sono chiesto: sono un irresponsabile se voglio essere responsabile?

Che si diventi responsabili o non lo si diventi nonostante lo si voglia, alla base, va compreso:

  1. cosa significa essere responsabili?
  2. cosa di preciso non ci consente o ci impedisce di esserlo?
  3. di cosa siamo responsabili veramente?

Risposta possibile alla domanda 1: Noi abbiamo responsabilità di quello che siamo noi. Abbiamo responsabilità anche su quello che noi non siamo. Spesso mi sono trovato di fronte a una spasmodica e smaniosa voglia di responsabilità con uno slancio poderoso verso tale responsabilizzazione. Diventare abile nel dare risposte. Essere un abile risponditore.

Respons-abilità.

Sostengo che le abilità – lo step successivo nell’essere capace di fare qualcosa – possano essere acquisite. Sono conoscenze trasformate in azione. Si chiamano competenze. Le competenze sono gli strumenti per fare le cose e per cui quando sei particolarmente bravo, ti chiamano a farne di determinate nel momento in cui qualcuno ne ha di bisogno.
Quindi, per dare una risposta breve, siamo responsabili delle nostre abilità che sono le nostre conoscenze trasformate in azione a uno step successivo.
Allora, per essere responsabili, cosa dobbiamo fare?

  • Studiare qualcosa, diventare esperti applicando quel qualcosa al punto di essere responsabile per quello che dici e per quello che fai, in relazione agli altri.

Risposta possibile alla domanda 2: non ci è consentito essere responsabili di ciò per cui non siamo responsabili. Ciò per cui non siamo abilitati nel dare risposta non appartiene alla nostra sfera d’influenza. Possiamo intervenire sulle cose per cui possiamo intervenire ma non su quelle su cui non possiamo intervenire, ovvero quelle che non sono di nostra competenza. In pratica: non possiamo far finta di sapere ciò che non sappiamo. 
Il problema è quando qualcuno vuole intervenire sul tuo senza badare al proprio. Un po’ come dire, guardare nel piatto dell’altro. Tradotto: quando un terzo vuole intervenire non nel proprio ambito di competenza (facendo peraltro credere all’altro di essere competente e ingannando se stesso) ma nel tuo. Nulla tu sai o ti è dato sapere del suo – che viene peraltro gelosamente custodito. Ma per lui, il tuo è anche suo. In virtù di cosa non si sa bene ma stai certo che il fare le pulci è una particolare specialità.
Ti faccio un esempio. Noi non siamo responsabili dell’educazione dei figli degli altri ma siamo responsabili dell’educazione dei nostri. Qui possiamo intervenire sulla nostra sfera di influenza. Se mio figlio bestemmia, è una mia responsabilità direttamente correlata alla mia educazione nei suoi confronti. Se è il figlio di qualcun altro, non è mia responsabilità ma lo è nel momento in cui mando lo stesso mio figlio a scuola con quello che bestemmia.
La mia responsabilità è poter / dover mandare mio figlio in una scuola in cui non si bestemmi. Poi, in pratica, cambiargli scuola per un singolo episodio magari è da pazzi. Ma mandarlo in un ambiente basso facendo finta di niente, lo è.
Un esempio macroscopico come questo è attuale nel mondo del lavoro. Se non si è felici delle condizioni di lavoro in cui ci si trova, è nostra responsabilità NON cambiare quelle condizioni (come a dire cambiare l’immagine riflessa di uno specchio) ma cambiare NOI (cambiare l’immagine da riflettere) lo è.
E cambiare noi in relazione a quel lavoro, presume quasi sicuramente cambiare lavoro. Ma se non cambiamo anche noi, è probabile che troveremo le stesse problematiche altrove. Ebbene, questa è NOSTRA responsabilità.

  • Cambiare è una nostra responsabilità e appartiene alla nostra sfera di influenza.

Risposta possibile alla domanda 3: nonostante la nostra società stia progredendo a una velocità pazzesca e via via crescente, c’è una altrettanto crescente necessità di crescere umanamente e spiritualmente come ad indicare che a forza di usare l’emisfero sinistro del nostro cervello per aggiudicarsi la parte pratica e razionale e quindi la ragione delle cose (e il consenso delle persone in una società che preferisce la giustificazione del raziocinio all’attitudine di creare) e delle situazioni, abbiamo bisogno “naturalmente” cioè per via naturale che l’emisfero destro della creatività e dell’armonia sia in equilibrio con quello sinistro.
La natura tende sempre all’equilibrio. E sceglie sempre la via migliore per lasciare scorrere l’energia.
E allora mi sono accorto che mentre leggevo solo di finanza, biografie e libri “tecnici” e di business divenivo scettico, cinicamente pratico mentre il mio comportamento veniva influenzato verso un tipo di collocazione del mio essere nel contesto.
Mentre leggevo libri di spiritualità, di armonia universale, di allineamento tra spirito e ragione, anima e corpo, socialità e contesto, divenivo via via più comprensivo e benevolente verso il mondo.
Siamo quindi responsabili di come alimentiamo la nostra mente. Sono a un corso di business mentre scrivo, è domenica mattina.
Sono in un luogo distante da casa per imparare mentre i miei figli e i miei cari sono a casa senza di me. Scelte.
Il mondo è come uno specchio. Per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Per riprendere l’esempio qui sopra, noi non possiamo cambiare l’immagine riflessa in uno specchio. Dobbiamo prima cambiare l’immagine da riflettere. Cioè la sorgente. Cioè, NOI.
Allora mi sono reso conto.. [continua la lettura L’importanza della condizione – seconda parte]
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Sulla via di Damasco

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Un piccolo gesto, uno dopo l’altro, piccolo più un altro piccolo. Più un altro piccolo. Pochi euro. Un piccolo pensiero. Pensare all’altro anche per una piccola cosa. Per una piccolezza. Non è privarmi. Un piccolo dare è un grande dare.
Ero uno di quelli che diceva “sarei generoso, molto generoso se potessi..”. Mi sono reso conto di avere fatto uno switch. Un cambio di mentalità. Una specie di piccolo cambiamento sulla via di Damasco. Nulla ovviamente di così eclatante come la storia che ci è stata raccontata mille volte da piccoli. Una cosa che vale tanto in ufficio quanto per strada, al ristorante, al supermercato, in relazione professionale o semplicemente.. umana.
Quello che gli anglosassoni chiamano Paradigm Shift:

  • Dal pensare che anziché essere in un’epoca di crisi viviamo nell’epoca più prospera di sempre.
  • Anziché prendere per vero incondizionatamente il postulato economico relativo alle risorse che sono scarse al concetto di abbondanza planetaria e rispetto per madre Terra.
  • Dal prima io e poi te o prima te e poi io a io e te, assieme. Dalla sostituzione all’integrazione.
  • Non dall’essere egoista all’essere generoso ma al fare una cosa per l’altro che aiuti tutti e due. O al farla incondizionatamente, che va bene lo stesso.

Solo un piccolo cambio di paradigma. Che suona più o meno così: “non ti preoccupare, penso io a quella cosa per te”. Anche senza necessariamente doverlo dire all’altra persona. Il piccolo shift di pensiero passa da “se potessi, farei” a “che possa o non possa non conta, faccio il mio possibile. Intanto faccio qualcosa e quando potrò di più, farò di più”. Che è diverso dal non fare niente.
Riconosco la dignità dell’altro. Quando è l’altro a non riconoscerla, che fare?
Spostare l’attenzione. Mettere il focus su ciò che conta per te. Non dove lui vorrebbe lo mettessi. Non fare il suo gioco, ma il tuo. Personalmente continuo a fare quello che sto facendo. Per esempio facendo un piccolo gesto per la persona meritevole a fianco.
Non siamo tutti meritevoli della stessa dignità. In Sette anime il protagonista voleva essere certo delle persone che desiderava aiutare, osservandole senza che loro lo sapessero e riconoscendo loro in seguito “sei una brava persona”.
Non siamo buonisti, suvvia. Non siamo tutti brave persone. Non conta essere peccatori o cazzate simili. Conta come ti comporti in relazione a te stesso, agli altri, alle cose e alle situazioni. Negando la dignità dell’altro la si nega a sé stessi. Il piccolo gesto di riconoscimento pensando all’altro, almeno, dona a quella persona un sorriso, uno stato dell’animo. Una cosa che può cambiargli la giornata.
La famosa frase del Mahatma Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” rispecchia, credo, questo. Almeno in parte.
Niente miracoli. Piccole cose. Una e poi l’altra.
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Il bello sta accadendo proprio ora

Ne sono assolutamente convinto. Capire dove siamo calati ci fa rendere conto che ciò che conta è la visione del mondo che abbiamo. La nostra visione ci restituisce la felicità o l’infelicità delle nostre giornate.
Se per esempio pensi che “sta la crisi” e che il mondo sia brutto e cattivo, continuerai a trovare conferme di ciò attorno a te. Basta farci caso.
Se pensi invece che viviamo nell’epoca più prospera di sempre, inizierai mano a mano a notare delle piccole differenze come nelle figure della settimana enigmistica.

Trova le differenze (foto un po’ datata).

La realtà oggettiva è la stessa mentre sei tu l’arbitro che nota ciò che desidera notare. Vuoi vedere i pregi di una persona? Vedi i pregi. Vuoi vederne solo i difetti? Vedi solo quelli. Perché tu hai deciso cosa vuoi vedere di quella data persona.
Così è per le cose.
Le persone vedono le cose non per come sono. Vedono le cose per come sono loro.
L’essere umano è un animale – ebbene, sì – che si è distinto tra tutte le altre specie per avere una mostruosa, efficacissima e velocissima capacità di adattamento e allo stesso tempo per essere decisivo nell’abilità di plasmare la realtà attorno a sé. Proprio in virtù di una visione.

La capacità di certi uomini di vedere le cose prima che esistano è ciò che ha fatto fare salti all’umanità intera, è ciò che ha spinto in avanti la veloce evoluzione dell’uomo, concentrata in particolar modo negli ultimissimi secoli.

Considerato che il trend è moltiplicativo, ci troviamo oggi in una fase di accelerazione di questo fenomeno.
E se per contro l’umanità cessasse di esistere dall’oggi al domani, il pianeta terra si riapproprierebbe del verde totale in meno di dieci anni. La natura crescerebbe rigogliosa ovunque. L’intero pianeta tornerebbe a respirare aria pura pressoché istantaneamente e si depurerebbe nel corso di qualche secolo, nella sua lenta corsa verso la fine di tutto, fra 5 MLD di anni quando il Sole diventerà una gigante rossa e ingloberà parte del nostro sistema solare, inghiottendo la Terra. Sì, tutto questo un giorno finirà.
Dicevamo, l’uomo plasma la realtà intorno a sé – finché ne ha tempo – in virtù di una visione.

Quella che era solo una lingua di deserto negli anni ’90 testimoniata dalla foto datata 1990-2008 di cui un po’ più su – solo immaginata nella mente di qualcuno – oggi è una metropoli pazzesca che muove milioni di persone e miete primati uno dietro l’altro. Questa città è Dubai.
Un isolotto lussureggiante e selvaggio comprato per una pipa di tabacco – 20 $ mi pare – popolato da laghi e attraversato da fiumi e fiumiciattoli, oggi è New York e l’isola è Manhattan con l’incredibile quantità di grattacieli che conosciamo. Il tutto in poco più di un paio di secoli, nulla nell’andamento temporale del nostro contesto.

Una cosa è sempre prima un’idea nella mente di qualcuno. Basta immaginarsela. Poi “basta” proiettarla adoperandosi per creare le condizioni per manifestarla.
..poi basta farla.
Ricapitolando:
1. Immaginare
2. Creare le condizioni
3. Fare
L’antica Roma è stata una visione di Romolo prima di diventare la metropoli che ha dominato il mondo dell’epoca per un buon migliaio di anni.
Ma nei milioni di anni attraversati prima di conoscere l’uomo come creatura adattiva nel suo upgrade moderno, in un contesto che ha all’incirca 4.8 MLD di anni (l’età del meraviglioso pianeta che ci ospita), abbiamo iniziato a svilupparci non certo quando la vita è apparsa 3.8 MLD di anni fa ma solo negli ultimi circa 200.000 (la matematica non è mai stata il mio forte ma se non erro è lo 0,004%).
Non è successo niente fino a circa 10.000 anni fa, fino almeno alle prime civiltà note, come ci è dato sapere. Quelle che ci insegnano ancora alle elementari che elenco per sommi capi: Mesopotamia, Cina, India per arrivare a Babilonia, Antico Egitto, Antica Grecia, Alessandro Magno, Impero Romano.

  1. Nell’anno ZERO eravamo 170 MLN.
  2. Nel 1800 eravamo 1 MLD.
  3. Oggi siamo quasi 8 MLD.

Questi dati – e datemi il beneficio d’inventario – ci restituiscono un’idea: che la curva è ESPONENZIALE.
Noi ci troviamo ora nel picco più in alto.

  • Viviamo nell’epoca più pacifica di sempre.
  • Viviamo nell’epoca più in salute di sempre.
  • Viviamo nell’epoca in cui il benessere è nella sua fase più estesa di sempre (sì, la disparità è ancora amplissima ma si è ridotta anche solo fino a 20 anni fa).
  • Viviamo nell’epoca dell’accesso immediato alla conoscenza: significa oggi che se si è ignoranti è perché lo si vuole. Non esistono più scuse, ognuno ha la possibilità di documentarsi, formarsi, fare esperienze di ogni tipo.
  • Viviamo nell’epoca dell’arbitro dove l’arbitro è ognuno di noi.
  • Ah, viviamo anche nell’epoca, da poco più di un solo secolo in tutto questo – un soffio! – in cui possiamo salire su un aereo e in una manciata di ore (grazie a una manciata di euro, non decine di migliaia com’è stato fino a epoche recenti) e trovarci ovunque sul pianeta.
  • Poi, sono di parte, viviamo nell’epoca in cui possiamo salire su un aereo e uscirci mentre questo sta volando e volare noi a nostra volta. Ma questo è un altro discorso.
  • Viviamo nell’epoca in cui parliamo non più a qualche decina di persone in una vita intera che si e no fino a qualche anno fa i nostri nonni conoscevano nel corso di tutta la loro esistenza.. siamo nell’epoca in cui persone comuni possono raggiungere centinaia, migliaia, milioni di persone esprimendo il loro pensiero in una forma più che mai libera e meno che mai censurata.
  • Viviamo in un’epoca che diamo per scontata, ma non è così. Basta togliersi le fettine di prosciutto dagli occhi, aprirli per lo stupore e uscire di casa. Sì, il mondo è in casa in un computer, è persino in tasca in uno smartphone.

Ma il mondo vero è là fuori e basta solo andare a prenderselo.
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Non dirmi cosa vuoi, chiedimi cosa posso fare io per te

Esiste una parola che cambia le sorti di ogni relazione. Di ogni rapporto. Anche quando abbiamo a che fare con persone diverse da noi per pensiero, opinione, visione del mondo.

Nasciamo liberi di pensare e crediamo veramente di farlo con la nostra testa.

Mi domando perché spesso le persone non si capiscano. Quando hai un obiettivo comune, un bene comune, un privilegio comune, cosa bisogna fare per “capirsi”? Ognuno ha in comune qualcosa con qualcun altro. E allora siamo in conflitto di interesse.
E allora si generano i ricatti.
Probabilmente, basterebbe questa parola per assorbirli alla nascita. Sia i pensieri degli altri, sia i ricatti. Degli altri.
E allora succede che quando ci esprimiamo, se siamo veramente puliti e lineari, senza minimizzare le proprie manchevolezze in pieno conflitto di interessi e senza massimizzare quelle degli altri, in pieno conflitto di interessi, ebbene, l’altro ci capisce.
Quando ci esprimiamo e non nascondiamo il conflitto, esso si dissolve da solo. Ma solo quando l’altro fa la stessa cosa. Lo squilibrio svanisce, l’armonia si riappropria delle nostre anime.
Lo squilibrio è l’espressione di un peso percepito o reale maggiore che sbilancia la bidirezionalità della relazione, di fatto, abbassandone la qualità. Lo squilibrio è dato dal confronto, inteso come paragone, non come “parliamoci”.
Lui è mentre io, lei ha avuto di più, lui ha fatto meno, lei quella volta mi ha detto. Si tratta di potenziale superfluo che si genera con il paragone: sono tutte sovra-costituzioni mentali che nulla hanno a che vedere con il pensare con la propria testa bensì con quella dell’altro. E allora i film partono che è un piacere.
Stop.
Usiamo la parola magica che cambia le sorti – in meglio – di ogni relazione. Parola, originariamente nel suo etimo greco parabola. Che significa confronto. E se vogliamo, parola fatta carne. Un confronto che prende vita e diventa espressione concreta nella realtà.
Perché tutto è prima stato un pensiero nella mente di qualcuno. Le cose vengono prima pensate per essere fatte – sebbene spesso le persone credano di pensare con la propria testa.
Allora quando ci si esprime, una possibile domanda da porsi è:

  • in questo confronto sto parlando per mia vece o per quella di qualcun altro? Sono consapevole questo pensiero sia realmente MIO o credo sia mio mentre invece mi è stato in qualche modo instillato, inoculato da qualcuno al quale magari anche credo ma comunque non si tratta di un mio pensiero?

Non ti ho ancora detto quale sia la parola magica. Non è per farti leggere l’articolo fino in fondo, se lo farai mi fa solo che piacere. Ma non è per quello.
Il paragone scaturisce da un volere qualcosa. Cosa voglio? Cosa voglio tu faccia per me (..tuo malgrado)?
Nel conflitto d’interessi il confronto è un’imposizione del mio pensiero sul tuo perché il mio interesse – nonostante sia anche il tuo, dato che è in comune – per te deve venire meno per lasciare spazio al tuo. E se il confronto è composto da più elementi in un tutti contro tutti, questo diventa per forza di cose guerra. E la parola si fa carne. La collettività si sbriciola, ognuno va per la propria strada, ognuno con le proprie convinzioni che si rafforzeranno ulteriormente, per lui giuste e basta perché l’ha deciso lui e la riconciliazione diventa poco probabile quando non impossibile.
La sovra-costituzione dei pensieri dilaga, le fisime si moltiplicano, lo sparlare semina fraintendimenti e risentimenti, le azioni vanno nella direzione opposta a quella dell’armonia (Treccani):

żiżżània s. f. [dal lat. tardo (crist.) zizania della nota parabola evangelica (è il plur. di zizanium, gr. ζιζάνιον)]. – 1. Pianta graminacea (Lolium temulentum), che infesta i campi di cereali, particolarmente nota per la parabola evangelica, detta appunto la parabola della zizzania (Matteo 13, 24-30), da cui derivano le frasi fig. seminarespargeremettere zizzania, mettere discordia, provocare volutamente e per malignità dissensi e dissapori, liti e contrasti: in seminare z.in dir cattività e tristizie (Boccaccio).

Ma come fare allora? Come uscire da questa situazione intricata dove i risentimenti alimentano i pensieri che alimentano le convinzioni che alimentano le azioni che confermano i pensieri (degli altri) che di nuovo confermano le convinzioni e le azioni in un loop infinito?
Come fermare questa generazione di ciarpame?

Smettila di dirmi cosa vuoi. Dimmi cosa posso fare io per te.

Cambio mood, cambia modalità. In una parola – eccola finalmente – mi metto in modalità:

  • reciprocità.

Nella reciprocità il riconoscimento della dignità dell’altro comporta il rispettarsi reciproco. Quando parlo il paragone cessa la sua attività di alimentazione del potenziale superfluo cioè nella generazione di quel in più inutile che comporta danno prima nella mente, poi nella parola, poi nel fatto.
La diversità anziché antagonismo si dimostra ricchezza. Il conflitto di interessi svanisce. Non è più la prevaricazione del mio pensiero sul tuo. Non è più il mio imporsi sulla tua vita.

Cosa posso fare io per te?

Il potenziale superfluo smette di essere alimentato. Non avendo più cibo, si dissolve.
Smettendo di succhiare energia alle parti.
La sovra-costituzione dimagrisce fino a svanire. Si polverizza. Si scioglie nell’etere come sabbia in una spiaggia dove il maestrale soffia e porta via le nuvole per lasciarti sereno in una giornata di sole e di mare.
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Quanti anni ho io?

La splendida ragazza che ha servito il mio amico Ale e me qualche sera fa in uno dei locali più belli sulle Torricelle con una vista incredibile sulla nostra città, Verona, mi ha dato del Lei. La giovane ragazza era ineccepibile: sorridente, precisa, solerte, meravigliosamente gentile. Ha contribuito a migliorare la burrata che ho preso che già era fantastica di suo. E la nostra serata.
In più, quando il mio amico Ale e io siamo fuori a cena, amiamo analizzare “l’atteggiamento commerciale” dei camerieri. Sarà perché siamo appassionati d’impresa, sarà perché lui si occupa a sua volta di ristorazione, sarà perché siamo sempre attenti ai profili validi o perché semplicemente ci piace migliorare e notare anche il miglioramento negli altri.
Secondo noi, i camerieri sono dei veri e propri venditori. Meglio ancora quando vendono senza vendere, cioè quando l’abilità di vendita non è palesata se non fino a quando il commensale non manifesti la sua soddisfazione apprezzando la portata e gratificando il cameriere con un bel grazie – cosa non affatto scontata (se non con una mancia che gratifica anche le tasche del consapevole “valorizzatore di situazione” – composta evidentemente da cibo, location e.. gentilezza). E ci fa inorridire quando la categoria viene trattata da pezza da piedi, soltanto perché serve.

Se ci pensi, servire = essere utile.

E quando sei fuori a cena e detto tra noi, non te ne devi fare, è ancora più bello se questo essere utile da parte di una persona sconosciuta è disinteressato perché finalizzato solamente a fare bene quello che sta facendo.
Ma torniamo a questo Lei. Cavolo, ho trentanove anni, mi sento un ragazzo! Che sia la barba? L’aspetto? L’atteggiamento? Le esperienze che magari mi hanno reso apparentemente un po’ più burbero di quello che dovrei essere?
Ho imparato ad essere gentile. Anzi, sto imparando. Qualche settimana fa ho preso questa decisione: “sii gentile“. Cercando il più possibile di non perdere occasioni per esserlo.
Guarda caso, qualche giorno fa mi è capitato tra le mani questo libro: Il libro della gentilezza del CORBACCIO, che ho avidamente iniziato a leggere. E che consiglio a t-u-t-t-i. A riprova che sono i libri a scegliere noi.

Sto imparando ad essere gentile. Anche con chi ha con sé dei fiori come il bimbo in copertina. Anche se non è bimbo e viene da lontano.
E in verità quando la nostra deliziosa assistente mi ha dato del Lei, non ci sono affatto rimasto male. So di essere giovane.. Ma mi premeva capire perché.
La ragazza molto pacificamente ci ha risposto “perché è nel mio modo di fare, è professionale, lo faccio per riuscire bene ed essere brava”. Sinceramente adulti da 30-40-50 anni che danno risposte del genere non è così frequente incontrarli. Questa ragazza ci ha rivelato poi avere ventidue anni.
L’età è così un fatto percepito. L’età anagrafica non ha nulla a che vedere con l’età del proprio spirito. Con l’età del proprio comportamento. Con l’età di come ci comunichiamo verso gli altri.
Quanti anni ho io?
Quanti anni credi di avere tu?
Magari te li porti molto meglio. In una testimonianza d’impresa, recentemente, i ragazzi di quarta e quinta di un Liceo Scientifico mi davano poco più di trent’anni e si sono stupiti quando ho loro rivelato di avere due figli di cui uno grande di dieci anni.
L’età è un fatto relativo. Grande a dieci anni? Vecchio a trentanove? Mi sono appena definito giovane.
Mia madre ne ha settantacinque ed è una meravigliosa ragazza. Ale ha qualcosa in più di me e non sembra averne quaranta (o forse quarantuno.. non lo so neanche, non importa).
Viviamo in media trentaquattro anni in più rispetto ai nostri bisnonni, esiste un fenomeno che è una nuova vita oltre alla vita che già abbiamo, una vita che sta dentro abbondantemente all’età della ragazza che ci ha così gentilmente serviti e praticamente alla mia età di oggi.
L’età che siamo è l’età di quello che siamo per gli altri. E credo che per farci percepire più giovani possiamo essere più gentili. Ma senza interesse, non certo per l’età. Per essere semplicemente più gentili con gli altri.
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DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d'impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio

Domani sera il quarto e ultimo appuntamento della decima edizione de Il Cenacolo dell’Impresa:DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d’impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio”, dopo tre incontri dallo scorso autunno che hanno visto la partecipazione di più di 300 imprenditori.

In questa occasione avrò la possibilità di raccontare la nostra esperienza ma soprattutto di mettere a disposizione di imprenditori e professionisti non solo ciò che va fatto ma anche ciò non va fatto per trarre spunti di utilità per gli altri.
Ci si può registrare sul sito di Confindustria Verona e/o sul link qui sopra.
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Persone come Nick sono persone illimitate


Se un essere umano partito nel modo più svantaggiato possibile è riuscito a trasmutare e a ispirare milioni di persone attraverso la sua esperienza, perché persone “normali” non perdono occasione di lamentarsi e a non adoperarsi per fare le cose?
E non dico per fare le cose “solo” per gli altri, ma nemmeno per sé stesse.
Questo ragazzo ha tentato il suicido a 10 anni. A 10 anni (!).
“..non puoi sapere quello che puoi ottenere almeno fino a quando non ci provi” – così gli hanno detto successivamente i genitori, iniziando poi a imparare a pescare, a nuotare, a fare surf, snowboard e giocare a golf.
“Per ogni disabilità possa avere, sei compensato con tutte le disabilità che non hai”, Dice Nick. E se la disabilità peggiore risiedesse proprio nei limiti che abbiamo in testa? E se fosse una finta disabilità?
Mica necessariamente per superare chissà quali sfide.. sarebbe sufficiente superare la sfida di erodere i propri limiti mentali.
Io stesso ho visto lanciarsi un ragazzo sulla sedia a rotelle sopra il deserto di Dubai. I limiti sono solo nella testa delle persone.
E per una buona volta e senza falsa ipocrisia, bisognerebbe smetterla di continuare a frequentare persone limitate. I loro limiti, diventano i tuoi.
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