SETTATI AL QUARTO D’ORA SUCCESSIVO

È come se vivessimo settati al quarto d’ora successivo.

Quando pensi a una cosa, a una cosa da dire, da scrivere, da fare, è il momento della raccolta. Va colta subito. Si tratta di un guizzo, di una luce che si accende alla sua massima potenza e mano a mano va affievolendosi, persi nel gioco del percorso a ostacoli della quotidianità.

Questa luce si accende se hai l’ispirazione, e quindi andrebbe colta, attuata, in pratica, falla tua subito.

Senza dire, dopo.

Mano a mano che si spegne, perderà energia. Perdendo energia, perde di valore. Se te la tieni a mente e basta, consuma. E si consuma.

Passando le ore, i giorni, le settimane e i mesi, rimane lì. Ormai al suo minimo lume, trasformandosi poi di categoria, assume il nome di quelle cose che si annoverano nella collezione delle occasioni perse.

Il libro da scrivere, la persona da contattare, il ti voglio bene da dire al genitore, il gioco da fare col figlio, l’ispirazione da appuntarsi nel taccuino o nelle note del telefonino.

Dopo dopo dopo.

Il cellulare in mano e le notifiche.

Dopo, quel pensiero perde energia. Quindi, potenza.

Quell’attimo è il momento di comunicazione tra te e il mondo, l’antenna sta ricevendo, il segnale va trasformato. Convertito in fatti.

L’antenna sei tu.

Goethe diceva qualsiasi cosa sogni fare, cominciala adesso.

Cos’è l’ennesima notifica se non il pensare a cosa DOVER fare, l’e-mail che arriva, in punta anche per quella che non arriva, l’odiosa e martellante newsletter di chi si vuole infilare nella tua vita – tradotto, nel tuo portafoglio – che non ha alcun rispetto di te se non quello che rappresenti.

🤑

La notifica è l’inutile perdita di tempo, tempo che stai REGALANDO a terzi che neanche conosci quando lì attorno hai magari dei bambini che reclamano solo la tua attenzione. Con la maschera dell’utilità immediata della tecnologia.

La tecnologia è e deve essere al servizio dell’uomo e non il contrario. Oggi tendenzialmente assistiamo al contrario. L’uomo tende a farsi schiavizzare. E il bello è che si crede padrone.

Coppie al ristorante dove uno di fronte all’altro ci s’ignora, salvo poi fotografare la pietanza. Famiglie, sempre al ristorante, col piccolo e il tablet a un centimetro dalla faccia, purché stia buono.

Esiste un meccanismo perverso per cui il dispositivo tecnologico che maneggiamo quotidianamente rappresenta – ed è – la porta di accesso invadente cui noi conce-diamo libertà di entrare superando tutti gli scarti di priorità delle nostre vite. Tutti, o quasi tutti.

Mi sono reso conto di un particolare. Eckart Tolle lo chiama Il potere di adesso.

Si tratta di scattare una fotografia. O meglio, una piccolissima serie di fotogrammi. Ma non con il telefono: con gli occhi e con le orecchie.

Se vuoi farla proprio “sporca”, usa anche le mani e il naso.

Si tratta di un’istantanea dove ti fermi un attimo e ascolti e senti, tocchi e vedi.

Sembra che non accada mai niente ma in questa istantanea ti riempi di ricchezza.

La ricchezza dell’istante. Un attimo, un insieme di sensazioni che regalano letteralmente lo stupore dello spirito.

Una cosa incredibile, straordinaria che passa attraverso l’attenzione, l’attenzione che non lascia spazio al dare per scontato.

Un prato verde, attorno le colline, di mezzo alcune persone che si dicono delle cose, alcuni bambini che corrono, dei dialoghi pacati e delle dolci piccole urla. Alcuni leggono assorti, altri si gustano il sole, l’estate, la luce, la sensazione di leggerezza, il riposo.

Pura magia alla portata.

Il focus è spostato. Torni alla quotidianità e si sposta di nuovo. Dal piacere al problema.

E se fosse al piacere del problema?

L’istantanea può essere fatta anche nella quotidianità. Nel gustarsi la piccola grande cosa.

Ciò che conta realmente è essere qui nell’adesso. Non altrove col telefono in mano che porta ovunque fuorché qua. Non nell’introiettare le pre-occupazioni di eventi mai svolti nell’oggi e che magari nemmeno si verificheranno mai.

Va tolto quel potere al futuro che s’insinua come le e-mail promozionali non richieste.

C’è un certo futuro che è solo SPAM.

C’è un certo passato che insiste, rimugina, martella, risente, logora, che continua a bussare alla porta dell’adesso e noi lo facciamo entrare come avessimo il telefono in mano con l’effetto zombizzante di tutto ciò che non esiste, non è mai esistito o non ancora ma capta il nostro essere ipnotizzandolo.

Per ciò che è esistito – quindi relegato nelle pieghe del passato – siamo noi, noi, solo noi, a dargli accesso dicendo “prego, entra, usami e fai di me il tuo oggetto di sfogo, mangiami, logorami, succhiami l’energia, fammi stare giù l’anima”.

Mettendo a dieta definitiva passato e futuro, alimentiamo l’unica cosa che conta vivere. Il momento presente. Scattando l’istantanea. Quei tre o quattro fotogrammi chiamiamoli pure GIF.

Il vivere il momento è esattamente rendersi conto che il quarto d’ora successivo è già preistoria se l’attimo di adesso viene costantemente rimandato.

Leonardo Aldegheri

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DEDICATO A TUO PADRE

Padre, dedicato a tuo padre. Dedicato al tuo, al mio, al suo. Quando, da ribelle più che mai, guai a dargli soddisfazione.

Dedicato al padre di tutti. Quando le figlie si innamorano dell’uomo della loro vita perché sono innamorato della mia, di figlia. E del mio, di figlio. E della mia, di vita.

Dedicato al fatto di essere genitore, al fatto che non sia scontato, al fatto di volerlo diventare, ai fatti, sempre ai fatti. Contano i fatti. Basta. Conta vivere. BENE, possibilmente.

Dedicato a chi desidera diventare padre e non ci riesce, a chi desidera diventarlo e ci riesce. Anche e sempre a chi lo diventa senza averlo desiderato.

Dedicato a chi è diventato padre e si è goduto il fatto di esserlo stato ma per troppo poco perché se ne è dovuto andare, per troppo poco tempo cazzo, come il mio amico londi-veronese degli anni che furono. Cheers mate. Salute e onore a te, Riccardo.

Dedicato a Sebastiano, che col il suo articolo, la sua immagine e la sua pazzesca frase mi ha rimestato e mentre ero in moto e correvo pensavo pensavo pensavo.

Provavo provavo provavo.

Dal Blog di Sebastiano Zanolli

Pensavo a mio padre, a chi è padre, ai figli che diventano padri e ai padri che sono ancora tanto figli e al padre che non sa di esserlo, al padre perfetto. Al padre che sono io, che sicuramente sono tutto fuorché perfetto.

Dedicato a chi almeno ci prova, a fare il buon padre. Soprattutto, ad essere, un buon padre.

Dedicato ai bambini che chiamano “papà..!” con la loro vocina dolcissima perché vogliono giocare a palla, che ti stanno dicendo “ho bisogno di te” che tradotto significa ho bisogno di sentirmi importante, ho bisogno della tua attenzione, ho bisogno che TU mi faccia sentire importante.

Tutti bambini grandi, allora. Tutti cercano di sembrare importanti e si dannano, per quella maledettissima approvazione. Adulti-bambini sotto lo scacco del ricatto e del giudizio, giudizio che agogna quello altrui altrimenti non si è niente.

Giudizio che arriva fin da quando sei bambino perché ti insegnano ad essere giudicato, ogni ora, per tutte le ore di ogni giorno, per tutti i giorni, per nove mesi, per anni. Qual è  il tuo giudizio? Come mi giudichi?

Dedicato anche a tutti coloro che se ne fregano dell’attenzione e dell’approvazione perché sono i veri GRANDI, se ne fregano del giudizio e – soprattutto – danno prova di questo (a sé stessi, mica agli altri) fintantoché non avvertono il minimo bisogno di giustificare.

Sanno di essere nel giusto e seguono il percorso dinanzi a sé. Sono loro stessi ad averlo disegnato e sanno di essere sulla strada – giusta o sbagliata che sia – perché è la loro.

Se lo sanno permettere. Se lo consentono. Hanno coraggio di vivere, non di esistere. Hanno coraggio da vendere.

E difatti vendono perché non hanno maschere e non ne hanno bisogno.

Consentono agli altri la scelta perché non si pongono in contrapposizione noi contro loro. Non esiste guerra. Non esiste battaglia. Esiste fare. Fare bene. Insieme.

Da Instagram

Dedicato ai figli che non si contrappongono ai genitori perché il rispetto è reciproco. Ti permetto di essere mio padre. Permetto a te, figlio mio, di sbagliare. Perché io sono genitore. Sbaglio anch’io. Forse, soprattutto io.

Dedicato ai figli che si scelgono i genitori. Perché hanno il coraggio di sceglierli sempre poco perfetti e molto umani.

Il papà è un cerchio, dice Seba. Il papà è – anche – uno specchio. Ti riflette: ce l’hai davanti e ti dice fedelmente chi sei. A volte è distorsivo, ti dice esattamente chi sei. A volte ti rende anche più bello, ti dice autenticamente chi sei.

Il papà è un coach. Ti allena, ti irrobustisce, ti prepara alla vita. Il vero papà non ti nasconde la verità, non ti indora la pillola. Sarebbe un falso padre.

Il papà non deve proteggerti (solamente), deve esporti. Deve prepararti.

Il suo compito è fare in modo che una volta gettato nel mondo, quando lui non ci sarà più, saprai nuotare nelle acque torbide di chi proverà in tutti i modi ad approfittarsene.

E se è stato bravo, TU sarai in grado di andare a cercarti e nuotare nelle acque pulite, quelle più nitide, quelle trasparenti. Perché tu ci sei riuscito.. e perché LUI ti ha allenato appropriatamente.

Non conta quanto bene fai, non te lo riconoscono. Conta quanto adeguatamente ti adoperi. E NON per approvazione. Ma per gratificazione. La tua e quella delle persone con cui hai l’opportunità di misurarti per migliorarti.

Tenendo presente che relativamente alle persone che hai attorno, non puoi pretendere di averne solo di migliori, perché le peggiori sono in verità i migliori Maestri. E puoi essere lo stesso tu per loro.

Dedicato – infine – a tutti coloro i quali dedicano ogni giorno della loro vita al loro, di padre. Non solo a sé stessi. A chi può ancora godersi il padre. E a chi può solo ricordarselo.

Il papà è un cerchio intero.

Leonardo Aldegheri

PS: io non so ancora se sono un buon padre, so che faccio del mio meglio.

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Nel lungo periodo è l’inconscio che comanda

L’inconscio comanda nel lungo periodo. Sempre.

Quando osservi attentamente qualcuno che “fa bel viso e cattivo gioco”, nel lungo, il cattivo gioco è chiaro come un libro aperto e l’acqua cristallina di un mare da sogno.

In pratica, si lascia scoprire da solo.

Te ne accorgi perché in qualche modo senti, percepisci sempre qualcosa di distonico ma l’abitudine è quella di non ascoltare la voce interna. Il tuo inconscio,  invece, sa tutto. Lui continua a registrare. Anche se la ragione in qualche modo procede dritta per la sua strada.

Sembra che un tale comportamento abbia una natura malvagia ma non è così.

Rispecchia solamente la natura della persona osservata. Se da un lato questa – apparentemente – si da da fare e crede di comunicare un atteggiamento collaborativo, nel momento in cui il tempo passa l’emersione dell’atteggiamento interno compare come l’immagine dapprima sbiadita di uno specchio umido che – mano a mano che il vapore si asciuga – successivamente restituisce la stessa nitida, con i contorni ben definiti.

In genere questo tipo di persona vive di presunzione cioè di assunzioni [concetti assunti come veri] presunte.

Nella mia esperienza la presunzione restituisce sempre una ritorsione indirizzata verso il fautore dell’atto presuntuoso.

Quando a mia volta in passato mi sono dimostrato presuntuoso mi sono sempre preso dritto sui denti una puntuale bastonata. Ogni volta. Si tratta di un fatto energetico.

Qualsiasi cosa determini il generarsi di un qualsivoglia squilibrio, qualcos’altro interviene per ristabilire l’equilibrio.

La natura detesta gli squilibri, poiché in essa tutto tende all’equilibrio: la presunzione è un’azione “smodata” che va repressa. La natura non scherza.

Così come la presa in giro. Puntualmente chi si prende la briga di deridere qualcuno diventa oggetto di un fatto che tende a riequilibrare la cosa. C’è chi lo chiama karma.

La natura, inoltre, è sincera. Fa parlare l’inconscio.

Il contrario della presunzione non è una malcelata umiltà – a volte mascherata da un atteggiamento dimesso, nell’apparenza – ma semplicemente essere, senza auto esaltazione o auto screditamento.

Essere, semplicemente. Sii ciò che sei.

Basta fare le proprie cose, essere impegnati “serenamente”, sapendo che quello che stai facendo ti concentra e ti appaga. Soprattutto sapendo – cioè esserne consapevoli – che ciò aggiunge in qualche modo valore vero, nuovo, autentico a una vita in perenne e costante evoluzione.

Nulla che sia ripetitivo, tutto che sia evolutivo.

Senza aspettative, senza risentimento verso nessuno, perché sai che il lavoro che stai facendo lo stai facendo al meglio e il mondo lo riconoscerà se riterrà opportuno che ciò sia propulsivo, determini cioè una spinta in avanti.

Tutto ciò che spinge in avanti è ben gradito.

Lo riconosceranno le persone della tua vita senz’altro, quelle di valori, quelle di valore per te e tu per loro [ne parlo quiLe persone della tua vita] – non certo quelle che il tuo valore lo nascondono tradite dal loro inconscio [ne parlo anche qui a proposito dei paurosi conservativi]. Ma ora lo sai.

Nel lungo periodo è dunque sempre l’inconscio che parla. E sa se sei sincero. Il contraltare di ciò – come già accennato – si chiama consapevolezza.

Nel momento in cui siamo inconsapevoli siamo “scoperti” cioè potenzialmente sotto attacco di persone, cose e situazioni.

Mantenere sotto controllo i 60-70 mila pensieri stimati giornalieri è una  questione di esercizio. Si tratta di dire – e fare – “sono costantemente consapevole di cosa sto pensando, so cosa sto facendo, come e perché” perché l’approccio al mondo cambi radicalmente.

Specchio, specchio delle mie brame..

E se anziché chiedere allo specchio, fossimo noi a proiettare l’immagine desiderata da riflettere?

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LA STORIA DELL’AQUILA BIANCA

“La grande aquila bianca vive più a lungo di qualsiasi altro uccello, anche fino a settant’anni.

Ma per raggiungere quella veneranda età deve prendere la decisione più difficile di tutta la sua vita.

La leggenda dice che a quarant’anni i sui artigli si fanno duri e più che mai affilati, le sue ali si accorciano e diventano molto pesanti e le sue piume s’assottigliano.

Volare diventa un’impresa difficile. A quel punto l’aquila bianca ha due sole strade: o morire o confrontarsi con un doloroso rinnovamento che dura almeno sessanta giorni.

Il processo di trasformazione consiste nel volare fino alle creste più alte della montagna e starsene lassù, in un nido, da dove per un po’ non deve uscire.

A questo punto l’aquila deve iniziare a sbattere il becco contro la nuda roccia, finché riesce a strapparselo.

Dopo dovrà aspettare un po’ fino a che le spunterà un rostro nuovo e lo userà per strapparsi le piume cresciute intorno agli artigli.

Con gli artigli nuovi di zecca, si libererà di tutto il suo piumaggio vecchio e dopo qualche settimana di dolore sarà di nuovo in grado di affrontare un volo di rinascita, con ritrovata energia per almeno altri trent’anni.

Molte volte nella nostra vita dobbiamo prenderci una pausa di riflessione, magari per leccarci le ferite, ed è allora che parte il processo di rinascita che ci permette di continuare a volare verso i nostri sogni, di liberarci dalle vecchie abitudini, dalle sofferenze che abbiamo patito, dalle tradizioni e dai ricordi che ci addolorano.

Soltanto quando saremo liberi dal fardello del passato potremo trarre beneficio da ciò che ogni rinascita porta con sé. Non riusciremo mai a volare finché saremo legati dalle catene del passato” – [dal web].

Parlavo sulla mia pagina Facebook dell’aquila che non sapeva di essere un’aquila e ha “vissuto” da pollo per tutta la vita, limitandosi, di fatto a esistere in un pollaio:


Il pollaio non ha nulla di male.

Il vero delitto è sprecare una vita esistendo senza nemmeno rendersene conto.

Nasci, vai a scuola, cerchi un buon posto di lavoro, ti sposi, fai dei figli, invecchi, muori.

Di mezzo c’è di tutto. Cose belle, cose meno belle. Percorsi diversi da questo “standard”. Non sto dicendo ciò sia un bene o un male. Sto dicendo COME lo vivi. SE lo vivi. L’aquila bianca sceglie COME vivere.

La vita è sostanza dentro l’esistenza.

Osservo le persone che ragionano con la propria testa rispetto a quelle che ragionano con quella degli altri. Ne ho trovate pochissime della prima categoria. L’aquila bianca ragiona con la propria testa.

Consapevolezza è proprio la chiave.

Nella consapevolezza c’è il rispetto per sé stessi. E nel rispetto per sé stessi c’è quello per gli altri, di pari dignità, sempre. L’aquila bianca ha rispetto per sé stessa e conosce la propria dignità.

Ciò ti porta a vivere consapevolmente come sei.

Se vuoi migliorarti, è una scelta da compiere. Se non vuoi farlo, è una scelta.

Magari non devi distruggerti la faccia per rinnovarti con un becco nuovo e con nuovi artigli strapparti il piumaggio.

Ma puoi scegliere. Compiere un’azione, densa, decisa, pensata prima, con una finalità piena di amor proprio, di dignità, di rispetto verso sé stessi.

Si tratta di sicuro di una scelta consapevole.

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Le persone della tua vita

Le persone della tua vita sono quelle che conosci da 28 anni e frequenti pochissimo. Poi organizzi una cena a casa tua d’estate e ti sembra di esserti visto l’ultima volta ieri. Queste persone sono inseparabili.

Ogni tanto ti scambi pure qualche video old fashioned di Kenshiro per ridere di niente.. è condivisione.

Le persone della tua vita sono quelle che ti ritrovi in giardino la sera e apri due birre fresche: ti senti ricco perché hai tutto, tra risate estive, considerazioni serie e semi serie, mentre parli di futuro. E vedi i tuoi figli correre giusto lì attorno. Il tramonto alle nove di sera è magnifico e sa di appagamento dopo una giornata di lavoro, intensissima come tutte le altre.

Le persone della tua vita sono quelle che non senti mai. Poi pubblichi un post su Facebook e ti piazzano un bel like. Queste le vedi sulle notifiche. Sono coloro che Facebook ti nomina come amici social, conosci da sempre e sai che il loro mi piace è vero, perché anche se non ti senti, in qualche modo, a loro modo, sono presenti.

Più o meno lontani, chi se ne frega. Va bene così.

Le persone della tua vita sono anche quelle che transitano. Arrivano come sparate chissà da dove, ti passano davanti, le vedi, le vivi per un po’ e svaniscono come meteore. Ti possono lasciare un bel ricordo.. come uno meno bello. Non importa. Avanti.

Le persone della tua vita sono anche quelle che senti in radio e ti mettono in guardia. Le senti tutti i giorni o quasi e in qualche modo fanno parte della tua vita anche loro, come Marco Mazzoli dello Zoo di 105.

Che dice:

“Nel 2050 ci sarà più plastica che pesci negli oceani”.

Ho due figli. La cosa mi allarma. Vivere bene in questo mondo significa anche e soprattutto rispettarlo e insegno ai miei figli che qualora vedano una carta per terra, la raccolgano. Sono perentorio in questo.

Non si deve essere spazzini per farlo.

“Ma non è compito mio”.

Il tuo compito è fare la cosa giusta. Perché è giusto. E sai che se è giusto, è già abbastanza.

Senza tanti alibi, noi sappiamo perfettamente cosa sia giusto e cosa non lo sia.

La carta si raccoglie. E la si mette nel giusto recipiente.

Abbiamo il dovere di lasciare un mondo pulito a chi verrà dopo di noi.

Le persone della tua vita sono quelle che non conosci e fanno un gesto come questo.

Le persone della tua vita sono anche quelle che ti stanno altamente sulle scatole e che non puoi vedere, né soffrire e pur tuttavia ti tocca averci a che fare.

Fortunatamente ci sono anche quelle che conosci da quando sei nato e che standoti altamente sulle scatole puoi scegliere anche di NON frequentare.

Di scelta si tratta.

Se qualcuno ti drena energia e ti infastidisce NON sei in nessun modo tenuto ad averci a che fare, a dover frequentare quella persona.

Nonostante gli amici in comune.

VIA.

Si taglia.

La sensazione di sollievo è immensa. Si chiama decluttering. Fare pulizia del superfluo. Quando liberi spazio si generano opportunità per il nuovo. Perché il nuovo ha spazio per fluire. In natura gli spazi tendono a essere occupati. E questo funziona in tutte le relazioni.

Siamo abituati fin da bambini a essere magnanimi anche con coloro che ci procurano disagio, fastidio, a favore dell’accettazione con chi prevarica, bullizza, monopolizza le conversazioni, non lascia parlare, ragiona esclusivamente a partire dal suo punto di vista perché quello è l’unico possibile.

Tagliare dove si può. Un’ottima regola.

Le persone della tua vita sono quelle costanti, che ti sopportano anche se sono loro che taglierebbero te ma ti vogliono un bene infinito e tu lo sai e cerchi di fare del tuo meglio per ricambiarle. Anche qui, a tuo modo.

A volte magari i modi non coincidono ma tutto ha il sapore del suo equilibrio e qui guai.. a tagliare. Sono gli alti e bassi della vita. Nessuna relazione è perfetta.

E l’obiettivo è coltivarla, innaffiarla come una piantina, farla crescere, darle amore, farla durare, farla vivere.

Le persone della tua vita sono quelle storiche ma per le quali le strade si sono divise: si era uniti quando le abitudini, i valori, le amicizie in comune erano.. in comune. E ci si frequentava, inconsapevolmente, solo per quello.

Ma crescendo sai che i valori sono cambiati. Quelle sono scelte, invece. E non ti frequenti più. O poco. O abbastanza. Va benissimo così.

Hai preso la tua strada.

Poi ci sono quelli che hai perso e hai ritrovato perché la strada si è ricongiunta.

Le persone della tua vita sono quelle che ti mandano una foto su whatsapp, inaspettatamente, perché hanno letto un tuo articolo, hanno creduto alle tue parole e senza pensarci hanno acquistato su Amazon il libro dove tu hai scritto la prefazione (ne parlo qui – Come nasce un libro di finanza personale).

Le persone della tua vita sono quelle non storiche per le quali le strade si sono unite: non ci si frequentava o conosceva quando le abitudini, i valori, le amicizie non erano in comune. E crescendo con i tuoi valori le hai incontrate. Ti frequenti sempre di più.

E va alla grande così!

Perché cresci insieme, ti sostieni, ti alimenti, ti scambi letture e consigli, questi ultimi davvero, davvero preziosi.

Queste persone sono gli amici di valori. Quando le persone hanno gli stessi valori o simili, sono in sintonia. E queste sono quelle che preferisco frequentare.

Perché mentre mi arricchiscono, do il massimo per arricchire loro.

Con queste persone ci scrivi dei libri, fai dei progetti, ci salti col paracadute, condividi dei corsi di formazione, proponi corsi di formazione alternativa (molto alternativa). Impari la leadership, la trasferisci.

Le persone della tua vita sono quelle che ti mandano un messaggio su Messenger dicendo che hanno apprezzato il post sull’universo (Mio figlio e l’universo parallelo), gli dici che sei ispirato da determinati libri scritti da un autore russo rivoluzionario (contemporaneo), ti chiede consiglio e boom! In un secondo ordinano un libro promettendoti che ti diranno cosa avranno imparato di nuovo.

Questa cosa si chiama commistione, che per me significa scambio di ricchezza. E sai che essa non è mai fine a sé stessa quando il presupposto e l’intenzione sono creare,  co-creare cioè creare insieme, trasferire, dare e ricevere. In questo mondo funziona così, almeno da che ho forse capito io: prima dai e forse poi ricevi. E chi ha dato tanto, è noto, ha spinto in avanti parecchio gli altri uomini.

Le persone della tua vita sono i clienti, quelli per cui la vita d’azienda non termina col timbro del cartellino ma ai quali pensi H24 perché non smetti mai di essere una persona.

Da sempre sostengo che prima di tutto siamo esseri umani e la relazione viene prima di qualsiasi forma professionale di scambio di opportunità, che nel mio caso – devo dire essere davvero fortunato – è nobile, dato che faccio libri. E incidentalmente.. li leggo anche, il che aiuta davvero tantissimo.

Le persone della tua vita sono i figli, quelle creature straordinarie che vengono sulla terra per insegnare ai genitori ad essere grandi. Perché loro sono più grandi dei grandi, sono puri, sono tavolette da scrivere, sono storie da inscrivere nel mondo, aiutandoli. E il nostro scopo è valorizzarli.

Come dovrebbe essere farlo con tutte le persone che abbiamo intorno, i colleghi, gli amici, i G20, i mentori – alcuni di questi pazzeschi come Sebastiano Zanolli – i genitori, mio padre in cielo, i fratelli, gli amici dei fratelli, i soci, i fornitori, i conoscenti, i formatori, le persone che conosci, le persone che non conosci, le persone della tua vita.

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I Pearl Jam e l’energia

Chi è stato al concerto dei Pearl Jam ieri sera a Padova ha assistito a un’onda di energia senza precedenti, per 2 ore e tre quarti.

Perché la musica e i concerti hanno tanto effetto sulle persone?

Perché i cantanti, le band, i gruppi “famosi”, da sempre – almeno da che esiste il rock’n’roll – impattano a tal punto da determinare uno spostamento di masse che si concentrano in un luogo specifico per un certo tempo a muoversi in sintonia allo scadere di note sincroniche tra vari strumenti in ordine organizzato, contemporaneo e consequenziale?

Ho fatto questa domanda a un amico, stamattina. Mi ha detto letteralmente:

“Vedder ha cantato a cannone. È stata un’inondazione di energia”

Capisci che queste parole non sono messe lì a caso. Sono constatazioni.

Affermano che queste persone – i cantanti, i musicisti, i gruppi – sono lì proprio perché sono loro così.

Cioè, essendo così, spostano decine di migliaia, milioni di fan dentro ai palazzetti, agli stadi, ai campi da calcio, ai circuiti non perché prendano DAI fan qualcosa ma perché danno ai fan qualcosa.

Qualcosa talmente grande e talmente potente che le moltitudini, ognuna, pro-capite, sono disposte e disponibili ad esborsare del denaro – e sappiamo perfettamente quanto sia difficile far aprire il portafoglio anche a una sola persona – per essere coinvolte emotivamente.

Perché Eddie Vedder e la sua voce sono disarmanti.

Perché Liam Gallagher ha la voce affilata come la lama di un rasoio, leggevo qualche giorno fa in riferimento del suo concerto milanese.

Queste persone hanno il potere di muovere il fluido in cui viviamo.

Muovono il fluido in cui siamo calati.

È come fossimo in un acquario e quando passa il pesce grosso, questo smuove le acque.

È per questo che è importante smuovere le acque. L’energia che ristagna, marcifica.

L’energia dirompente, smuove le coscienze. 

I pesci piccolini non possono che esserne travolti beneficiando di questa energia di spostamento, di questa onda d’urto di vita.

E tutti noi siamo chiamati a smuovere le acque.

Ognuno a proprio modo, a proprio piacimento, scegliendo di fare quello che fa, facendolo bene, facendolo al meglio di quello che il suo potenziale gli illustra.

E tutto è in proporzione. Oggi questo è misurabile, lo vedi in termini di numero di like e di interazioni. Lo è nel lato virtuale della cosa.

Ma lo è nel lato relazionale analogico, quando le persone apprezzano chi sei, riconoscono quello che fai, ti chiamano, ti cercano, ci mangi la pizza assieme, LIVE.

In altre parole, l’impatto relazionale di ognuno di noi oggi ha solo un’integrazione ulteriore con l’on-line quando vediamo i risultati in termini numerici delle nostre interazioni mentre nella vita quotidiana, quella che ci vuole sulla strada a macinare polvere e cemento, questo impatto lo abbiamo con la qualità dei rapporti che abbiamo tra le persone.

Vedendosi faccia a faccia, chiamandosi, cercandosi, amandosi. Interagendo.

E più energia dai e muovi più sei il pescione che smuove l’acqua dell’acquario.

PS: Alice in Chains tra qualche dias e sempre very Grunge sia.

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Come nasce un libro di finanza personale

Quando ho incontrato Massimiliano e abbiamo parlato del suo libro sulla creazione del proprio patrimonio la prima volta sembrava già che tutta una serie di cose fossero organizzate affinché in quel momento e in quella condizione, ci trovassimo seduti di fronte a cena per affrontare quell’argomento.

Cose non organizzate da un’intenzione, chiamiamola “materiale” ma da una situazione, chiamiamola “favorita” o favorente/favorevole.

Louise Hay

Una cosa simile mi è capitata quando ho conosciuto mia moglie. Una serie di elementi si erano messi in fila uno dietro l’altro affinché venissimo in contatto l’uno con l’altra. Ci siamo conosciuti e poi, ovviamente, ci ho messo del mio per convincerla.

Ma sappiamo perfettamente come vanno queste cose. Perché accadono a tutti. Cose che la scienza ufficiale non iscrive in un quadro leggibile, in un database fenomenico. Ma sappiamo che empiricamente sono cose che vanno così.

Sembra incredibile, c’è qualcosa che agisce a supporto quando vuoi ottenere qualcosa. Anzi, più che di ottenere, parliamo di qualcosa a supporto per FARE qualcosa purché quel qualcosa in qualche modo SERVA.

Serva a generare esperienze utili, generi la vita, generi qualcosa che nella concatenazione delle cose, in qualche modo, permetta un’evoluzione.

Conosci quella persona perché nel suo apporto serve per farti capire determinate cose.

Leggi quel libro che ti è capitato nelle mani per intuire la data cosa e ti faccia venire la data idea mentre se lo avessi letto solo un anno prima sai perfettamente che non lo avresti compreso come lo comprendi oggi.

Conosci quella persona e FAI quel libro, che è lì da un po’ ma è come se avesse aspettato il momento giusto per manifestarsi.

La prima copia di Total Return

Il mio primo lancio tandem l’ho fatto a 18 anni. Sono diventato paracadutista a 34 anni. C’è voluto del tempo di maturazione ma se lo fossi diventato a 24 non sarebbe stata per me la stessa cosa.

Dovevo vivere un pesante lutto familiare per usare quella leva affinché fosse davvero potente per me.

Attenzione quando dico che una cose SERVE: non nel senso che SERVA in maniera strumentale, ma serva in maniera AUTENTICA.

Così è stato per l’incontro con Massimiliano.

A me produrre un libro in più o uno in meno non cambia la vita (certo che me la cambia dato che è il mio lavoro, intendiamoci) ma vedo che quando ci metto particolare cuore capisco che c’è qualcosa in più da dare.

Cuore -> cosa che nel mio lavoro di fare libri, faccio regolarmente perché amo farli, amo contribuire e lo faccio con cuore normalmente.

Lui aveva in serbo uno strumento con un certo grado di utilità per le persone.

Io avevo in serbo come farlo, come realizzarlo.

Le “cose” erano a un certo punto mature affinché ci conoscessimo e iniziassimo a parlarne. Col senno di poi, sembra tutto automatico, “scontato”. Eppure è proprio come dicevo di quando conosci la persona della tua vita: sembra che le cose accadano per caso ma in realtà sono condotte da un filo intenzionale.

“Non ho idea di come farlo” – aveva dichiarato Massimiliano. Nessun problema. Se non si ha idea, qualcuno da qualche parte ce l’ha.

Sono abbastanza l’uomo del possibile.. cioè sono di natura possibilista, mi piace molto più pensare che una cosa si possa fare che non il contrario.

E ho risposto “che ci vuole ..basta farlo!”

Del resto, davvero, che ci vuole a fare un libro? Partiamo!

Così è nato Total Return, il libro sulla finanza personale scritto non da guru noti alla Anthony Robbins (ve ne sono di validissimi anche in Italia, e per fortuna che ci sono per “divulgare il verbo”), per capirsi, ma da un ragazzo “normale” che è riuscito a ottenere risultati significativi usando semplicemente testa e costanza.

Il denaro è energia e potere nel senso di “poter fare le cose”.

L’argomento patrimonio qui ha un’accezione davvero possibilista, alla portata, inedita.

Potente, accessibile. Solido, diretto.

Come si fa a costruire un patrimonio? Come si contribuisce giorno dopo giorno a generare il proprio tesoretto personale?

Massimiliano illustra con semplicità che la cosa non è facile – questo libro non vende illusioni, come lui stesso dichiara – ma è facilmente fattibile e soprattutto pone il focus su come concretizzare una reale qualità della vita preservando il proprio tempo, l’unica vera risorsa esauribile e la più preziosa di tutte.

Spiegando persino come ottenere un aumento di stipendio.

Mi piace tantissimo dire che da cosa nasce cosa. Auspico che a coloro i quali leggeranno questo articolo accadano – o meglio, facciano accadere – delle nuove belle cose. Per essere liberi. O almeno.. più liberi.

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Mio figlio e l’universo parallelo

Il titolo originale di questo ultimo mio articolo che ha a che fare con l’universo era “Stamattina mio figlio mi ha fatto una domanda e la risposta è stata incredibile” ma sapeva leggermente da click-bait e rinsavendo il giusto sono presto e bene tornato in me. Ovviamente detesto i click-bait e li evito come la peste.

Quindi.

“Papà, ho una domanda”

“Sì cucciolo.. dimmi”

“Cos’è un universo parallelo?”

Ehm, tra me e me.. OK.

“Mi lavo i denti e ci penso un attimo!

..te lo spiego dopo in macchina.”.

Eccola, come un fulmine, la riposta al mio dolcissimo decenne. BOOM.

C’era una volta..

Tu sei una persona, un cittadino, un essere umano. Vivi in una piccola scatola che si chiama città.

Questa città è dentro a un’altra scatola, che si chiama regione.

Il Veneto, la tua regione, è dentro un’altra scatola che si chiama nazione.

L’Italia, il Paese in cui viviamo, si trova a sua volta dentro un’altra scatola.. che si chiama Europa, il nostro continente.

Il nostro continente è uno dei sette continenti (c’è chi dice 5 con l’Eurasia e le due Americhe unite) che sono in un’altra scatola.. una scatola meravigliosa: si chiama Terra, ed è un pianeta.

La nostra casa. L’umanità è nata e si è sviluppata qui.

La Terra è collocata in un’altra scatola che è il nostro sistema solare che non è se non uno tra i sistemi potenziali delle duecento miliardi di stelle contenute in un’altra scatola che è la nostra Galassia:

ogni stella può avere un suo sistema solare con una media di quattro pianeti per astro. Vedi quante scatole? Girano tutte quante!

E la nostra galassia – che si chiama via Lattea – è una delle centinaia di miliardi del nostro Universo. La galassia più vicina a noi – si fa per dire, vicina – si chiama Andromeda ed è anche decisamente più grande della nostra.

Grande? Piccolo?

Ora, se tanto mi da tanto, non c’è alcuna ragione perché ci fermiamo qui pensando di essere meravigliosamente unici al mondo.

Il nostro Universo potrebbe essere racchiuso in un’altra scatola che chiamano Multiverso, un luogo che potrebbe contenere altre grandi scatole, altri universi.

Grandi o piccole? Grandi rispetto a noi, che siamo piccoli.

E se via discorrendo il Multiverso sia dentro un’altra scatola, noi, ora non possiamo saperlo. Possiamo solo immaginarlo. E l’immaginazione ci può dire – – soprattutto, far fare – tante, tantissime cose.

Un universo parallelo è un luogo dove tu potresti essere mio padre, dove tua sorella è tua madre, dove qualsiasi cosa può essere tutto e il contrario di tutto.

Fil: “E se fosse così veramente?”

Cos’è veramente?

Se fossero i figli a scegliersi i genitori? Essi non sarebbero – e non sono – proprietà dei genitori ma di certo noi saremmo i loro custodi.

Il nostro ruolo di genitori è di valorizzarli, i figli. Come fossimo i loro “coach”, termine che oggi si usa molto.

Coach significa allenatore ed è una persona che ti allena ad essere migliore di come sei oggi solo intervenendo su taluni e/o tal’altri aspetti, proprio come l’istruttore di palestra, di calcio, di paracadutiamo, di scherma, di qualsiasi disciplina preveda qualcuno che con il suo contributo ti valorizzi.

Io ti valorizzo.

Questo è il mio compito.

Un universo parallelo è dove ora tutto potrebbe accadere, dove potrebbe essere già successo o dove potrà ancora accadere, grazie all’immaginazione (lo diceva anche qualcuno di poco noto, un certo Einstein, una persona che ha contribuito pochissssssimo all’umanità).

Ogni cosa prima di diventare una cosa è  un pensiero e un pensiero è già una cosa. Si chiama emissione mentale e ha una sua frequenza.

Quando più pensieri alla stessa frequenza si mettono insieme permettono la proliferazione della concatenazione delle cose per cui da cosa nasce cosa.

“Ma papà, questo universo è già così qui”

Questa risposta mi spiazza. La penso anch’io così.

Per noi umani succede da quando siamo comparsi sulla Terra come civiltà. Ma in qualche modo sono convinto ciò accada da molto prima.. sostanzialmente, da sempre.

Viviamo nel mondo del possibile.

Tutto è qualcosa di qualificativo in relazione a qualcos’altro. Grande e piccolo lo sono solo in relazione a qualcosa di più piccolo e più grande.

Questo vale anche per le persone.

Siamo chi siamo, a partire dal permetterci di essere pienamente chi siamo e permettere agli altri di essere come sono.

Nessuna contrapposizione.

Un universo vale per sé stesso e in relazione a quello parallelo? Bene o male tutte le cose sono in relazione alle altre e si influenzano.

Noi ci influenziamo l’uno con l’altro, influenziamo e siamo influenzati. Le cose ci influenzano e noi influenziamo le cose, le persone, le situazioni. Siamo tutti collegati.

E in tutto questo non c’è migliore o peggiore. Non c’è vero o falso.

C’è l’essere, il permettersi di essere e il permettere agli altri di essere.

In questo caso sì, siamo unici.

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Io salto, tu salti, egli salta, Noi SALTIAMO [col paracadute]

[lancio col paracadute]

Anni che faccio una testa tanta al mio amico Alessandro Ferrari. E ora è successo, l’ha fatto!

Le cose hanno il loro tempo di maturazione. Ieri mattina, durante l’ascesa, ho realizzato che l’amicizia è anche “sollecitare” a fare una cosa che a te dà tanto e finché anche la persona cara non l’ha fatta spingi perché dia tanto anche a lei.

Questo perché:

1. affidarsi: la prima foto è stupenda -> Ale sospeso nel vuoto a 4000 metri agganciato al pilota Emanuele Colombo (al quale mi ero affidato a mia volta nel mio secondo tandem), io appresso per saltare al seguito del mio amico. Voglio essere presente.

Si apre la porta, entra l’aria fredda e l’odore pungente della benzina avio del Pilatus di SKYDIVE VERONA aeroporto di Boscomantico. L’espressione è “sto per saltare da un aereo, anzi ci sono già fuori, l’organismo è in tilt, che cazzo sto facendo ma adesso lo faccio, lo sto facendo! Dio è stupendo!” 🙂

2. Uscita dalla zona di comfort: il velivolo non è alle spalle, è sopra! Il sole illumina e tra l’ala e la stella l’energia e l’adrenalina pervadono tutto il corpo;

 

3. lo sfogo, il buttare fuori, il godersi il momento, la gioia, la libertà, la velocità, la sensazione della forza attrattiva della Terra 🌍 che capisci quanto è grande.. anche perché vedere tutto il Lago di Garda, la catena del Monte Baldo 🏔, tutta la Valpolicella, l’Arena di Verona e tutta la nostra splendida città di Verona dall’alto è qualcosa di

S T R A O R D I N A R I O.

Scatti magnifici del prof. Gennaro Iacc 📷

Paracadutismo per la Leadership è il primo corso per le aziende dove i manager saltano da un aereo facendo formazione.
Per info e contatti scrivi pure qui. No newsletter. Sì privacy, molta.
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La mia vita in movimento. La vita è.. movimento

Sto scrivendo ora in questo punto della mia vita a Malibu, piedi nella sabbia, il suono, la musica dell’oceano nelle orecchie, il suo profumo nelle mie narici. Grato. Leggo. Ho quattro libri con me. Oltre al mio taccuino dove trascrivo cosa mi passa per la testa con lo scopo di fissare, di ricordare, di portare con me la sensazione che questo luogo mi da.

Sto scrivendo in questo punto della mia vita a Santa Monica, i piedi nell’oceano. Prima di un appuntamento con un editore di qui, l’ultimo di questi giorni prima di salire su un aereo viola della WOW e finire in Islanda. Mi dicono che questa compagnia abbia qualcosa di strepitoso, che sia particolare e io sono curioso di sapere cosa faccia per distinguersi.



Pensavo a quando ho fatto il mio primo lancio col paracadute a 18 anni. Pensavo a come sono diventato paracadutista a 34 anni. Pensavo a.. perché proprio in quel momento.
Pensavo alla logica dietro all’accadimento delle cose.
Le cose accadono nel movimento. Succedono una dietro l’altra – succedono, appunto – come un flusso. E i flussi in natura tendono a seguire sempre il percorso più agevole. L’acqua scorre nei condotti, in natura scorre sul letto dei fiumi, dei torrenti, corre giù dalle montagne seguendo la sua via.
Pensavo al mio primo libro mai pubblicato – o meglio, non ancora pubblicato.. – dal titolo Fantasiafollia, avevo 17 anni quando l’ho scritto.
Lì vi era un episodio in cui per raggiungere il Dean (andavo matto per Kerouac e a quell’età significava qualcosa come raggiungere il Nirvana ma come fosse la normalità) io e Leroy facevamo una gita fuori porta da un giorno per andare a suonare Sulla Strada per poi tornare indietro, solo per l’esperienza. Quella gita era a Los Angeles, naturalmente.
E ora che sono più di 10 anni che non suono più sono qui per una manciata di ore per lavoro.
In qualche modo quella visione si è realizzata. Io non lo sapevo, voglio dire, l’ho realizzato solo oggi mentre sullo shuttle venivo al Tom Bradley.
Pensavo al lavoro di fare libri, di essere in editoria, di valorizzare il mestiere di chi stampa e renderlo il più possibile nobile di quanto non lo sia già.
Un giorno o l’altro si valorizzerà l’accadimento di una pensata avuta chissà quando e che nel movimento delle cose, semplicemente, si manifesta.
La sabbia di Santa Monica scotta veramente tanto sotto i miei piedi. Scappo all’appuntamento.

A Venice vedo un signore che sta per accoccolarsi per leggere un libro.
“Have a good reading :)! – “Oh Thank You”.

Le persone sorridono mentre cammino per la Ocean Front Walk. Un atteggiamento positivo, sorridente alla vita. Ne sono entusiasta, sorrido di rimando. La vita è uno specchio. Mano a mano l’immagine riflessa prende la forma di quello che pensi.
Guardo le case.



Sono una più pazza dell’altra. C’è gente davvero pazza che pensa cose pazze. Come queste case. Le trovo adorabili, incredibili.
Case dalle forme più disparate. Case da milioni di dollari sul Front Walk a qualche centinaio di metri dal Pacifico.
Per aver fatto cose fuori dal comune, i grandi pensatori hanno pensato a cose fuori dal comune. Mi riferisco ad Einstein, a Ford, a Edison. A tutti colori i quali non hanno temuto di pensare qualcosa di diverso e di fatto hanno spinto l’umanità in avanti.
La vita se si ferma non è più vita. La natura stessa della vita è che si muova. Che scorra.
Stanno chiamando il mio volo violetto per Reykjavik. Mi aspetta una nuova avventura.
Penserò a produrre Fantasiafollia. L’ho ricordato qui. Quindi, è un’ispirazione.
Penserò a queste palme.

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