QUESTA È LA COSA PIÙ BELLA E MERAVIGLIOSA CHE IO POSSA ESSERE

QUESTA È LA COSA PIÙ BELLA E MERAVIGLIOSA CHE IO POSSA ESSERE

Nella ricerca spasmodica della felicità che ognuno persegue, giorno dopo giorno, dalla propria nascita al giorno in cui ce ne andremo c’è il desiderare, costantemente, qualcosa che non abbiamo.

Vorrei essere questo, vorrei fare quello. Soprattutto, vorrei avere quest’altro.

Come sempre la comprensione del linguaggio ci corre in aiuto.

Essere vs avere. Fare è a sé.

Ricordo alle elementari quando la classe era stata chiamata a riflettere sul tema: meglio essere o avere?

E il buonsenso comune, ovviamente, dettava fosse assolutamente meglio essere.

[Dettato forse anche da un certo senso italico ove per accedere alle porte dell’eternità bisognava spogliarsi dei propri beni terreni in quanto la ricchezza è peccato, chissà perché in passato i poveri erano anche ignoranti e controllare persone ignoranti è più facile che controllare persone che sono informate, documentate, preparate, competenti..].

Ebbene, non c’è “un” meglio tra i due concetti perché, semplicemente, non sono per niente opposti.

Avere non è il contrario di essere; soprattutto non è peggio.

Essere è una cosa. Avere un’altra. Fare un’altra ancora. Eppure tutte e tre compongono un essere a sé. Una entità propria.

Vediamoci meglio dentro: io non sono quello che ho. Dove per HO si intendono oggetti, giocattoli.

Piuttosto sono quello che faccio. Ma allo stesso tempo sono anche quello che penso.

E se quello che penso è la condizione propedeutica di quello che faccio e quello che faccio mi permette di avere, significa che io, nell’agire tutto questo ed essendo in parte il motore della manifestazione di tutto questo, sono anche tutte queste cose assieme.

Allora sono tutto quello che ho, nel senso di tutto quello che mi sono guadagnato (a prescindere dalla condizione di partenza, s’intende). Ho è una conseguenza di quello che sono.

La differenza di HO sta nella natura di ciò che mi appartiene. Ad esempio mi appartiene l’attitudine che ho, lo slancio nel fare, lo slancio nel perseguire, l’orientamento al risultato, lo sguardo al costruire, al condividere, al redistribuire.

HO e SONO in questo caso sono la stessa cosa.

Mentre quello che ottengo è la probabile conseguenza.. se ho un jet privato da 30 milioni di dollari (ho visto su LinkedIn nelle sponsorizzate che è uscito il nuovo modello di Embraer ed effettivamente l’ho intimamente desiderato sapendo molto bene possa essere una cosa un po’ lontana da ottenere, per me, allo stato attuale) è comunque diverso in quanto oggetto, da un’attitudine.

Sono due entità diverse.

Cosa ci impedisce dal pensare di poter “volare”?

FACCIO è lo strumento per ottenerla. La paura si risolve nell’azione e quando si ha paura di qualcosa basta affrontare quella data cosa e puff, magia: la paura svanisce.

Il concetto iniziale al quale voglio giungere è questo:

NOI DESIDERIAMO COSTANTEMENTE.

  • In particolare, desideriamo ciò che non abbiamo.

Desideriamo sempre avere qualche cosa, specie se questa cosa non ci appartiene. È la naturale attitudine dell’uomo all’espansione, al crescere, all’adattarsi sempre tenendo presente che l’uomo è uno degli esseri viventi con la più efficace adattabilità tra le specie.

Desideriamo avere un auto più bella, un lavoro più appagante, relazioni più intime, capi migliori, più soldi, un jet privato, dimagrire e vorremmo anche andare a correre per farlo salvo non andarci e lamentarsi (il fare è conseguenza di volere).

Questa spinta è naturale nell’uomo. La contro spinta si chiama: “e se non ce la dovessi fare? E se non funzionerà? E se e se e se?“.

La paura che blocca è condizione naturale dei paurosi conservativi e se fosse per loro la ruota sarebbe ancora quadrata.

Ne parlo qui ->

Mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno

 

Tornando a noi: vorremmo essere meno soli e quindi vorremmo una famiglia, una persona al nostro fianco, avere dei figli.

Vorremmo clienti meno esigenti, più riconoscenti, che ci pagano meglio, viaggiare di più, conoscere più persone. Vorremmo avere più opportunità, più chances di farcela.

Farcela a fare cosa? Farcela ad avere cosa?

Facile, farcela ad essere qualcosa. Qualcosa che probabilmente non siamo o non siamo ancora.

NON STO DICENDO DI SMETTERE DI DESIDERARE. Anzi, sto dicendo che desiderare è sano. Ma bisogna partire da una base, di ritornare a rendersi conto di ciò che si ha per migliorare la propria condizione fatta di essere, avere, fare e pensare.

Noi siamo già qualcosa.

Desiderare è sano ma serve un piano. Senza quel piano possiamo desiderare ed affidarci al fato. Ma non serve lamentarsi perché mentre avere un piano di azione è uno strumento, lamentarsi non lo è, anzi, è lo strumento più efficace per NON arrivare dove si desidera.

Noi siamo già qualsiasi cosa vogliamo: si tratta solo di diventarlo.

E per farlo basterebbe desiderare ciò che siamo già e ciò che abbiamo già.

Il senso di appagamento che ne deriverebbe ci farebbe sentire già felici perché non c’è alcun motivo per non esserlo già.. perché semplicemente abbiamo già tutto questo.

Essere felici ci farebbe approcciare al cambiamento, allo slancio, al divenire con quella leggerezza d’animo che la pesantezza invece che caratterizza la sofferenza del non essere e del non avere non permetterà di condurci verso l’ottenimento di quello stato desiderato.

Ciò che ci manca semmai, è il FARE (il piano d’azione) qualcosa di diverso per diventare qualcosa di ulteriore.

Partendo non da una base che non esiste ma da una base già ricca di esistenza, di esperienze, già ricca di avere, già ricca di essere.

Senza nessuna prevaricazione, senza nessun spiattellare in faccia che si è studiato, che si è questo e quell’altro senza averlo dimostrato. Senza grandi proclami.

Questo mio ragionamento parte da un piccolo, dolce e meraviglioso concetto che mi si è manifestato nella mente e nel cuore quando i miei figli sono venuti nel lettone una mattina e me li sono abbracciati, uno a destra e uno a sinistra.

Questa è la cosa più bella e meravigliosa che io possa essere.

Leonardo Aldegheri
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COME UN CAPOLAVORO ROCK DEGLI ANNI ’90 SIA ATTUALE E ABBIA ANCHE QUALCOSA DA INSEGNARCI

COME UN CAPOLAVORO ROCK DEGLI ANNI ’90 SIA ATTUALE E ABBIA ANCHE QUALCOSA DA INSEGNARCI

No, non sto parlando degli struggenti violini di The show must go on che ho ascoltato fino a consumare la cassetta benché abbia ben capito solo poi nel corso della vita che il suo significato è vero, ovvero che qualsiasi cosa accada lo show continui, imperterrito, nel suo intercedere.

Perché è nell’ordine delle cose.

Perché tutto si muove e quando qualcuno si ostina a volerle tenere ferme perché ha paura la sua resistenza è, semplicemente, vana.

Parlo di un pezzo nel disco dei Queen che da il nome all’album omonimo, l’ultimo con Mercury – Farouk Bulsara: INNUENDO.

Ho adorato i Queen quando facevo le medie ed è una band che apprezzo molto di più oggi, in età matura, per il significato dei testi che i nostri eroi hanno divulgato e continuano a divulgare.

INNUENDO. Va letto ed interpretato. Va capito.

[Premessa. Mi piace capire il senso che c’è dietro alle cose. Anche dietro alle canzoni, perché mi piace capire e applicare, anche nel mio contesto attuale e quotidiano. Non solo per vedere se qualcosa è utile ma per poi trasferirlo, se lo è].

Nello special del pezzo Mercury dice you can be anything you want to be. Ascoltalo, è magia pura. Anche mentre leggi l’articolo, il video è qui sotto.

Dice una cosa pazzesca, nel 1991. Dice che noi possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo. Interpretando la frase in chiave moderna, lo dice quasi come fosse un life coach.

Lo dice come dovesse motivarci senza essere un motivatore di professione (beh, in un certo senso eccome se lo era, eccome).

NB: non si tratta di fare una pallosissima parafrasi come a scuola ma di estrapolare quanto ci serve di concreto.

..”Till the mountains crumble into the plain

Oh yes, we’ll keep on trying
Tread that fine line
Oh, we’ll keep on trying“.

Fino a quando le montagne piomberanno nel mare, noi continueremo a provarci, superando la sottile linea di confine, continueremo a provarci.

Our lives dictated by tradition, superstition, false religion.
Through the eons and on and on, oh yes, we’ll keep on trying. Till the end of time.

Through the sorrow all through our splendor
Don’t take offence at my innuendo

E all’intonare della chitarra flamenco di May, ecco la nostra frase:

You can be anything you want to be

Just turn yourself into anything you think that you could ever be
Be free with your tempo, be free, be free
Surrender your ego be free, be free to yourself

Puoi essere qualsiasi cosa tu voglia.
Semplicemente trasformati in qualcosa che ritieni potresti essere.
Sii libero del tuo tempo, sii libero.
Rinuncia all’ego per essere libero, libero di essere te stesso.

“And whatever will be will be, we’ll just keep on trying. Till the end of time”

Sarà quel che sarà, noi continueremo a provarci fino alla fine dei tempi.

Ci leggo un valore che oggi sta tornando alla ribalta. La perseveranza.

Innuendo è un elemento di significato che attribuisce un senso al suo riferimento ma senza riferirsi ad esso direttamente.

In una parola, significa allusione.

INNUENDO = ALLUSIONE

Allusione, sostantivo femminile:

Riferimento velato che fa appello alla fantasia o alla memoria dell’interlocutore o lettore: fare allusione a qualcuno o a qualcosa. 

  • PARTICOLARMENTE –> Indicazione o rivelazione del mondo spirituale di un artista tramite il potere evocativo emanato da un linguaggio simbolico o apparentemente astratto.

Boom! Esatto, centrato il punto. L’artista è un tramite perché libera il proprio essere mediante l’espressione di se stesso. Ma non serve essere solo artisti per farlo. Ognuno può farlo.

Ognuno deve farlo. Siamo chiamati a farlo.

Siamo dei tramite.

Innuendo non è un’allusione. Non è nemmeno un’illusione.

Significa intercedere.

INDULGERE.

Cosa vedi in quest’immagine? Un’illusione? O è il tuo cervello che “interpreta“?

“Don’t take offence at my innuendo” significa non disturbare il mio cammino, non essere un fastidio nel mio indulgere.

Nel mio incedere.

Attraverso il dolore e godendo del nostro splendore. E qualche tempo fa su Facebook ho fatto questa connessione, mentre pensavo all’articolo che stai leggendo che ho in pancia da almeno un paio di mesi:

O SI CAMBIA O TUTTO SI RIPETE

Perché è nell’ordine delle cose. Come ho scritto sopra e più e più volte nei miei articoli. Il film si riproporrà sempre.

Il simbolo di seguito mi ricorda l’Auryn de La Storia Infinita.

https://it.wikipedia.org/wiki/Auryn – interessante il suo significato “fa ciò che vuoi” interpretabile come “fai ciò che vuoi in armonia con chi sei”, cioè “esprimi te stesso“.

INDULGI.

Viviamo in un posto dove è richiesto ci esprimiamo. Ed è un delitto capitale non farlo per paura. Per paura di cosa? Degli altri? Delle religioni? Da “Our lives dictated by tradition, superstition, false religion”?

Quando si cambia si evolve e nell’evoluzione ci si esprime. Se non lo fai, la vita continua a riproporsi finché non impari.

E continui a provarci fino alla fine dei tempi.

Leonardo Aldegheri
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COSTRUIRE IL MONDO DI DOMANI A PARTIRE DA OGGI [DAL G20]

COSTRUIRE IL MONDO DI DOMANI A PARTIRE DA OGGI

Sostengo da tempo che a dispetto delle notizie morbose cui siamo sottoposti ogni giorno, ci troviamo a vivere nell’epoca più prospera di sempre.

Mi trovo al Summit del G20 dei Giovani Imprenditori – Young Entrepreneurs Alliance Summit – in Argentina, anno 2018.

I MOTIVI PER CUI SONO QUI OGGI – [1]

Non solo ha senso partecipare a queste cose per motivi ovvii, del tipo relazionali, di confronto, di reciproco supporto in termini imprenditoriali, di smalto per l’azienda [di fatto Grafiche AZ e Legapress, le aziende di cui faccio parte e che producono libri per l’editoria internazionale da quasi 50 anni, sono presenti al G20 da più edizioni del Summit e sono rappresentate nel mondo istituzionale delle imprese che partecipano alla stesura dei pillars che vengono poi sottoposti al G20 politico: è un’evoluzione senza precedenti essere presenti internazionalmente in una modalità che va oltre alle classiche fiere di settore] e anche commerciali – i contatti, i contratti e le nuove relazioni aziendali e istituzionali sono sempre benvenute e vanno costantemente alimentate perché contribuiscono a costruire il bacino di collegamenti che caratterizzano l’impresa durante la sua vita.

Ha senso anche perché si parla di FUTURO. Quello che tanti tendono a ignorare facendo finta di niente e posticipandolo a un domani che chissà quando arriverà.

I FOLLI POSITIVI E I FOLLI NEGATIVI

La verità è che il domani è adesso e quello che ci si propone davanti è talmente chiaro da essere solo dei folli a mettere la testa sotto la sabbia e fare finta di non vederlo.

E per folli intendo tutti coloro che negano l’evoluzione vorticosa delle cose, i folli sono i negazionisti di un futuro che è già oggi.

I MOTIVI PER CUI SONO QUI OGGI – [2]

Credo che chi fa impresa abbia la grande, enorme, giusta, doverosa responsabilità di guardare oltre il prodotto e capire non solo cosa faccia  (cioè il prodotto e/o servizio) ma perché lo stia facendo.

Noi facciamo libri. Se non mi fossi reso conto molto tempo fa che fare libri senza leggerli è come fare il cuoco senza mangiare, il bagnino senza nuotare, il calzolaio scalzo, etc. saremmo in pratica la commodity che ogni giorno i mercati internazionali ci spingerebbero ad essere, cioè produrre per essere valutati esclusivamente sul prezzo come unica voce di senso.

Fare libri è una cosa nobile, spinge avanti l’umanità perché diffondere la conoscenza consente alle persone di avere accesso alle informazioni che sono strumenti per fare le cose.

Senza informazioni non si discerne e senza discernimento non si pensa. Senza pensare non si progetta e senza progettare e pianificare non si agisce. E quindi non si fanno le cose.

LE AZIENDE NASCONO PER PROGETTARE, PIANIFICARE, PRODURRE E DELIVERARE

Se non investono non servono a niente. Le imprese sono strumenti privilegiati per fare le cose in maniera sistematica, ovvero tramite un sistema e gli imprenditori sono strumenti per servire al mercato, cioè al proprio mondo quando non proprio il mondo, ciò che serve, cioè può servire, ciò che determina benefici, ciò che produce gioia, ciò che rende felici le persone, ciò che rende migliori le persone.

Il libro in tutto questo si presenta come uno strumento di utilità e di piacere allo stesso tempo.

DOBBIAMO RIPENSARE E REINVENTARE IL SISTEMA EDUCATIVO

Tutto passa dal mondo in cui veniamo educati. A parità di condizioni possiamo vedere una cosa come una opportunità. O come un problema. Quando ho a che fare con persone che hanno un problema per ogni soluzione decido di essere drastico. Semplicemente non ci voglio avere a che fare.

Educare significa “tirare fuori” [da educere, lat.] ovvero è molto semplice: se non hai niente da tirare fuori, hai un problema. Ma è un problema risolvibile.

Basta mettere dentro qualcosa. Quella cosa è la formazione, cioè l’atto di formare. A me piace molto il termine FORGIARE, ha più a che fare con il dare forma a una sostanza.

Educhiamo i nostri bambini – ed educhiamo noi stessi per primi – ad avere una soluzione per ogni problema. E attenzione, i problemi non sono una brutta cosa. Sono opportunità per imparare qualcosa di nuovo.

SERVE VISIONE

La parola visione, ancora una volta ultra abusata, non ha a che fare con le favole da start up innovativa che cambierà il mondo – anche sì ovviamente ma sappiamo tutti che i casi di riuscita sono 1 su migliaia.

Ha a che fare con quello che SI VUOLE FARE con quello strumento chiamato IMPRESA (e l’impresa non si chiama così a caso), immaginando il futuro, portandolo qui ad oggi, progettandolo e decidendo COME andarci.

Come attualizzarlo.

Il sogno dei nostri avi una volta realizzato ci ha restituito il mondo di oggi. Noi dobbiamo immaginare di restituire a chi verrà dopo di noi il mondo di domani. E per fare ciò siamo chiamati ad agire oggi.

Oggi, cioè, in un contesto iper competitivo dove il fruitore – il cliente, non l’utente – è iper informato e il fornitore è iper commoditizzato.

SERVE GUARDARE AVANTI CON COGNIZIONE DI CAUSA

E scusate tanto ma per farlo bisogna, è necessario, occorre, è obbligatorio, è propedeutico METTERE IL NASO FUORI DALL’UFFICIO, uscire a capire il mondo.

Per calarlo nella propria realtà locale, nella propria impresa, che poi locale lo è poco perché è globale e tutto oggi sta permeando tutto di sé stesso.

La visione è ciò che vedi e che magari adesso non esiste. Ma esisterà.

La categoria degli imprenditori ha la responsabilità e il dovere di anticipare il mondo di domani a oggi. E lo deve fare con attenzione all’ambiente, rispetto per il pianeta che ci ospita, rispetto per le persone, allineamento tra le persone che guardano nella stessa direzione, cioè avanti e non chini guardandosi le punte dei piedi, formando a loro volte le persone perché persone formate e che imparano cose sono persone migliorate, upgradate necessariamente e oggi se non ti fai gli update al software rimani per forza indietro e chi non lo fa è perché ha la presunzione di sapere già quello che gli serve solo che non sa che domani potrebbe non essere sufficiente solo perché le condizioni ”ambientali” non sono più quelle di prima, stabili per decenni.

Poi (e non per minore importanza), rispetto per i nostri figli, rispetto per i nostri sogni. Che non sono altro che desideri da realizzare. Che vanno trasformati in obiettivi dandogli una pianificazione temporale.

Viaggiamo, cerchiamo di capire, espandiamo le relazioni, siamo curiosi, leggiamo, costruiamo, facciamolo col cuore e facciamolo per gli altri oltre che per noi stessi.

Leonardo Aldegheri
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COME NELLA RICERCA DI UN LAVORO SIA UTILE COMUNICARE

Nella ricerca di un lavoro, le soluzioni da mettere subito in pratica per aumentare le possibilità di riuscita sono molteplici. Qualche giorno fa si è presentata in azienda una dinamica grafica che evidentemente stava cercando una posizione. Una posizione, un lavoro.

Sono dell’idea che al giorno d’oggi – ovvero dal cambio di paradigma da economia di scala a economia di scopo, dal 2008 – non sia più possibile cercare un lavoro ma sia il caso di offrire competenze.

Le aziende cercano competenze. Bramano, hanno bisogno, necessitano di:

C-O-M-P-E-T-E-N-Z-E.

Ovvero hanno bisogno, in una società ad elevata / elevatissima competitività, di persone che sanno fare le cose.

La prima domanda che ci si dovrebbe porre, quando si cerca un lavoro – o meglio – quando si vogliono offrire delle competenze, è:

Io, che cosa SO FARE?

Per questo motivo la risposta alla domanda di cui sopra screma la moltitudine di professionalità generiche in circolazione. Ad es., molto banalmente:

  • Sai vendere?
  • Sai le lingue?
  • Sei disponibile a viaggiare?
  • Sei disponibile a imparare?
  • Frequenti persone, luoghi, fuori dal tuo ufficio / casa / città?
  • Leggi, ti informi, ti documenti, sei in linea con la filosofia dell’azienda, del mercato, del mondo?
  • Sai usare un gestionale oltre al solito pacchetto Office?
  • Aumenti la tua capacità relazionale, ti sei specializzato in qualcosa?
  • Quando ti relazioni con qualcuno, il focus è sul prendere, solo sul ricevere o sul dare, sull’erogare valore per tutti?

Occorre in pratica smontare e poi rimontare elemento per elemento di ciò che ci caratterizza e rendersi consapevoli di cosa si sa fare e poi presentarlo nella maniera opportuna (il come).

La nostra “Bugatti” in fase di smontaggio e rimontaggio. La manutenzione costante rende efficienti e fa girare le nostre “rotelline” sempre meglio che il “non fare niente”

Alla suddetta candidata – che devo ammettere si presentava anche bene – ho detto che non abbiamo posizioni aperte per la sua figura. Anzi, spesso relativamente alla categoria dei grafici, accade che le aziende non cerchino.

Si tratta di una professione tipicamente da freelance e spesso, proprio essendo molto tecnica e poco sul pezzo da un punto di vista di vendita, spesso è fee-lance. La grafica è diventata una commodity, perché tanto basta un Mac.

Cavolate.

Per esperienza, dato che mia moglie è grafica pubblicitaria e in azienda riceviamo pdf generati da InDesign tutti i giorni per elaborare i file dei libri che produciamo, garantisco che tale professionalità non è e non deve essere una commodity e soprattutto non basta soltanto un Mac con qualche suite Adobe sopra.

C’è bisogno di grafici bravi, in giro.

E più bravi si è nel comunicare le proprie competenze, più sono aumentate le probabilità di farsi trovare e quindi di erogare i relativi servizi.

Un grafico non fa solo locandine e biglietti da visita. Può specializzarsi, dato che ci occupiamo di editoria e agli editori servono figure preparate, per esempio:

  • nelle prove colore certificate
  • nell’impaginazione
  • nell’ideazione di copertine che vendano
  • nella preparazione di file che rispettino le norme di produzione con i profili carta corretti, segni di taglio, abbondanze, etc.

Così ho detto alla nostra amica: – senti, appena ho un attimo una sera di queste ti mando una e-mail con un paio di indicazioni su quello che secondo me è il caso di fare nella ricerca di un lavoro come grafica.

E mi è venuta un’idea: competenze grafiche da un lato, di web marketing dall’altro. La soluzione? Studiare il social media management da grafico competente e offrire alle aziende il prodotto finito che comunichi, non solo il prodotto.

Cioè il prodotto con il plus, cosa tutt’altro che scontata, che funzioni.

“Ciao Xxxx,

come promesso ti invio l’e-mail relativamente a quanto ci siamo anticipati.

Credo che per il tuo lavoro, a prescindere lo sia per tutti praticamente oggi, sia molto importante comunicare e comunicare quello che si fa.

Comunicare in modo da distinguersi consente un vantaggio competitivo. Da leggere Strategia Oceano Blu a riguardo.

Una buona cosa sarebbe comunicare i propri lavori (ma anche i valori perché denotano la tua attitudine) e il proprio portfolio con una presentazione efficace.

Poi, se sei presente nei social: Instagram, Facebook con una pagina professionale in primis ma anche Twitter e LinkedIn, esiste un tool di Aruba che ti costruisce un sito web pressoché in automatico. Si chiama Swite ed è un altro modo per comunicare ciò che fai.

Ciò che fai comunica l’essenza di ciò che sei.

Tieni presente che alle persone non frega niente di chi “sei”. A loro importa cosa puoi fare per loro. Questa è l’essenza di ogni business.

Per questo è molto importante comunicare ciò che si fa. Quindi il COSA.

Poi viene il COME. Come lo dici, continuativamente e nel tempo, rivela molto della tua natura e questa è utile conoscerla per chi deve contare su di te.

La vera moneta di scambio oggi si chiama fiducia. E occorre essere davvero credibili in un mondo e in un mercato ad alta altissima competitività.

Per questo esistono i blog che parlano dei tuoi interessi e di come vivi le esperienze che fai. I blog servono per trasferire alle persone informazioni utili circa quello che fai ma sono ancora più utili per stabilire una connessione tra chi scrive e chi raccoglie quelle informazioni.

Tutto ciò detto, se ti va di andare all’estero, faresti più che bene. Sono certo delle opportunità che si possono trovare oltre i confini nazionali. Siamo cittadini del mondo, non Italiani solamente. Perché non esplorare Dubai? So che tempo fa cercavano figure come la tua, in particolare se hai un inglese consolidato.

Non temere di chiedere chiarimenti se ti va, lo faccio col cuore. Anzi, credo elaborerò questa e-mail per un nuovo articolo 😉 

E dato che parlavamo di Marco Montemagno, questo l’ho visto stamattina e merita davvero. Prenditi 10 minuti per guardarlo.

In bocca al lupo,
Leonardo”
Ed infatti, ecco l’articolo. Prova a dare un’occhiata, se ti va, a un CV “dinamico”, è il mio e credo rispecchi quanto esposto.

Buon lavoro, Leonardo Aldegheri
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La vita è un corso di formazione.

La vita è un corso di formazione.

Form-Azione.

L’azione di forgiarsi. Di prendere una nuova forma.
E lo devi fare tu perché lo vuoi tu.
Parte da te e da nessun altro perché la volontà di forgiarti è tua e solo tua.

Sei il fabbro di te stesso.

E nessuno sa battere sull’incudine delle tue possibilità come te.
Altri possono incitarti nel farlo e nel non farlo.
Ma quando sei tu a battere, la decisione è tua.

Se sbagli hai imparato. Non hai perso. Hai tratto la tua lezione.
Se hai fatto correttamente le cose, hai vinto.
In questo battere l’incudine vinci sempre, vinci anche quando perdi.

E sai cosa significa che vinci anche quando perdi?

Che non c’è sconfitta.
Anche quando la vita ti schiaffeggia.

Ti è mai successo che la vita ti abbia preso a schiaffi?

Ci sono momenti in cui ti sembra di toccare il cielo con un dito e poi qualcosa cambia e ti sembra che tutto cambi.

La vita per coloro “di successo” presenta le stesse dinamiche.
Vuoi sapere un segreto?

Non esistono vite diverse: di successo o di fallimento, al contrario.

Esistono situazioni in cui chi vive quelle vite ha capito che la vita è il viaggio stesso e tutto sta nel modo in cui vivi il viaggio.

Il viaggio stesso è la felicità.

Puoi avere una vita di successo ed esserne insoddisfatto.
Puoi avere una vita con poco niente ed esserne felice.

La visione sta nei tuoi occhi.

Non esiste sconfitta ma insegnamento.
Non esiste insuccesso ma atteggiamento.

Non esiste successo senza apprezzamento.
La felicità non è condivisione, è dentro. E fuori, allo stesso tempo.

Quando condividi puoi non rendere felici le persone dalle quali ti aspetti un ritorno sul tuo stato d’animo.

Non alberga in loro la felicità fino a che non decidono che è in essi che la felicità vive già ma non lo sanno.

Non esiste felicità senza una decisione di voler essere felici.

Felici di combattere?
No.. Felici di vivere.

Vivere per vivere.
Per vivere veramente.

La vita è ora.
La vita è questo momento e basta.
Tu sei questo momento.

Io sono questo momento.
Ripetilo con me. Io sono questo momento.

Vivere veramente significa giocare per vincere.
I campioni non giocano mai per partecipare.
I campioni giocano per vincere. Sempre.

Non mettono nemmeno in considerazione l’idea di perdere perché sanno già che non ci sono possibilità.
Si vince e basta.
In ogni caso.

Così è la vita.

Non motiva.
Non serve a caricarti.
Non ti sprona. Non si tratta di doping per le tue performance.

Non ti da le soluzioni.
Non tira fuori il coniglio dal cappello.

Non ti dice:

• come fare
• cosa fare
• quando farlo
• perché farlo

[Chi ti dice di avere la ricetta sta in qualche modo cercando di venderti qualcosa che ha solo forma ma non sostanza].

Non ti fa fare le cose e non ti costringe.
Non ti tratta da automa.
Non ti assoggetta ad essere passivo che deve eseguire.

La vita è solo neutra.

Non ti traduce il modale “deve” con “vuole” solamente per dirti che la motivazione parte da te e se non raggiungi abbastanza risultati è perché non sei abbastanza motivato e comunque alla fine è sempre colpa tua.

Hai gli strumenti?
Hai le competenze?

Nessuno fa queste cose per te.
Nessuno dovrebbe prometterti nulla.

Nulla che non sappia mantenere.

Tu sei il fabbro.
TU TI FORGI.

Non si è utili se non sei tu ad agire.

La vita è un corso di formazione.
È un corso che dura tutta una vita.
È un percorso di coaching e le persone attorno a te sono i tuoi coach.

E tu chi sei?

Tu sei il coach degli altri.
Mica perché devi necessariamente insegnare loro qualcosa, per carità.
Infatti è l’esempio che insegna.
Non la teoria o le prediche.

Quando sei un genitore sei il coach dei tuoi figli.
Quando sei una moglie sei il coach di tuo marito.

Quando sei il migliore amico sei il coach del tuo migliore amico.

Quando sei un insegnante a scuola sei il coach di una moltitudine di giovani menti che ancora sono sotto la pura forma di una tabula rasa.
Sei a conoscenza del potere che hai su di loro ogni volta che affidi o affibbi loro un’etichetta?

L’interpretazione della vita è la tua aula dove la vita ti insegna le cose e tu le impari.

Stop. Dimentica. Perché.

Se non impari le cose, la vita te le ripropone continuamente finché non le hai imparate.

Ti sei mai accorto di avere sempre gli stessi problemi?

E ti sei accorto che una volta che hai capito come risolvere quei problemi e ne anticipi anzi la soluzione te ne arrivano degli altri questa volta diversi?

Capisci che la vita e i problemi sono la vita stessa?
Che mano a mano che risolvi i problemi sei più competente?
Sei più evoluto?

Capisci che se invece non capisci non puoi risolverli e non puoi evolvere?

Capisci che tutti hanno problemi e non sei il solo ad averne?
Capisci che non sei solo? A centro la vita e il coach sei tu.

Nessuno può avere la pretesa di risolvere i tuoi problemi. Perché ha già i suoi da risolvere. Può darti una mano, certo, può aiutare. Anzi, credo che aiutare gli altri sia un a delle chiavi di interpretazione di questo mondo.

Sei nelle condizioni di interpretazione degli eventi.

Quale interpretazione?
Attribuzione di significato.

Tutto ciò che accade nella tua vita diventa oggetto di attribuzione di significato.

Un brutto voto a scuola.
Una gratificazione sul lavoro svolto.
Persino un grazie seguito da un non c’è di ché che ne vanifica il significato.

All’evento associ un’emozione.

Questa cosa è pazzesca.
Puoi decidere quale emozione attribuire.

Questo ti permette di avere un potere immenso.

È la vita.
La vita è un corso di formazione.

Ho l’evento che mi arriva dentro, lo interpreto e lo restituisco.
Arriva la vita, mi entra dentro e io la tiro fuori per ridarla.

Il fabbro della formazione della vita restituisce la vita migliorata e mentre lo fa si forgia.

Il fabbro è un artigiano evoluto, di quelli che sanno che la vita ti ritorna se non l’hai superata.

Il fabbro è un artigiano evoluto ma non è mai perfetto.

Non necessariamente è un artigiano sopraffino.
Nella vita non conta la qualità del manufatto.
Conta la qualità dell’essere umano.

E l’essere umano – proprio per sua natura – non è e non sarà mai perfetto.

La vita è un corso di formazione e non è un corso perfetto.

Il coach della formazione della vita è un essere umano e mai un superuomo.
Il formatore è semmai un educatore, uno che educa cioè che tira fuori.

“Etimologicamente il termine deriva dal verbo latino educĕre (cioè «trarre fuori, “tirar fuori” o “tirar fuori ciò che sta dentro”), derivante dall’unione di ē- (“da, fuori da”) e dūcĕre (“condurre”).[2][3] Secondo altri, deriva dal verbo latino educare (“trarre fuori, allevare”)” – Wikipedia.

Senza avere la presunzione né la pretesa di sapere cosa serve agli altri, di avere la ricetta per risolvere i problemi.

Nessun coach, nessun insegnante, nessun formatore può farlo.

Solo la vita può.

Perché è lo strumento che tira fuori dall’uomo imperfetto le condizioni per attribuire un significato al proprio vivere e che gli consenta di vivere meglio come essere umano tra gli esseri umani.

Non ti serve?
Probabilmente sei già perfetto.
Insegnami, ti prego, come si fa.

Leonardo Aldegheri
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COS’È IL SUCCESSO

Cos’è il successo. Cos’è il successo? Cos’è SUCCESSO? In ottica business – e la cosa può naturalmente essere trasposta in tutti gli altri ambiti –  è il perseguimento degli obiettivi aziendali quando dal punto A arrivi al punto B avendo effettuato un percorso che ti ha portato al raggiungimento dell’obiettivo possibile, cioè arrivare a B.

Avrei potuto dire hai effettuato un percorso che ti ha portato dritto dal punto A al punto B. Ma di dritto, se ci vai e grazie a Dio, è per Cxxo.

Come a dire che per arrivare dritti al punto B dal punto A serve il cosiddetto fattore C.

Ma quando statisticamente dritti non ci si arriva se non per culo, ovvero per processo, ovvero spesso lungo, ovvero spesso doloroso, ovvero spesso faticoso, avviene qualcosa nel frattempo, avviene cioè succede qualcosa, appunto, nel frattempo, cioè lungo andare.

Lungo andare che significa che devi a-s-p-e-t-t-a-r-e.

Breve. Medio. Lungo Periodo. Il periodo è lo spazio interconnesso tra il punto A e il punto B, di nuovo. Devi mettertela via, serve tenacia a profusione.

I 21 segreti del successo dei self-made millionaires di Brian Tracy

Come a dire che il presente del verbo succedere è il tramite, cioè il periodo, dal punto A al punto B.

Quindi il tramite corrisponde a: AL.

AL = SUCCEDERE = PERIODO. Quindi è evidente che dal punto A al punto B non esista il tempo ZERO ma vi è al contrario uno spazio.

Tutto quello che vi capita dentro a quello spazio è il tramite del periodo.

Quando sei arrivato a B, qualcosa è SUCCESSO.

Durante è succedere. E prima?

È immaginare. Sognare, fantasticare, visualizzare, vivere nella propria fantasia cioè nella propria mente cioè la  parte dinamica del nostro hardware – il cervello.

Prima, quindi, è ideare.

Pensare. Cioè, in qualche modo, creare.

CREARE [da etimo.it] = che fa, che effettua, che compie.

Sì sì, OK, lasciami la licenza poetica. Crea solo Dio. Se ci pensi bene, anche noi creiamo. Pensiamo e abbiamo delle mani per fare.

Ah, si crea quando si fa. E chi dice che quando non pensi non stia già creando?

Come a dire, che se lo pensi esiste.

Tutte le cose prima di essere fatte sono state pensate. Ne parlo nel mio articolo:

Non dirmi cosa vuoi, chiedimi cosa posso fare io per te

Ma poi etimo.it dice: azione, immagine. “Produco, fabbrico”. Poi dice KRANTÒR e KREÌÒN, dominatore.

Pensare, fare = dominare.

Fare dal nulla, produrre, generare, formare, istituire.

FARE ACCADERE. Far succedere. Prima lo pensi, poi lo fai, poi lo produci. Mentre creare è il collante di tutto questo.

Creare = far succedere. Ovvero mentre lo stai pensando lo stai facendo succedere. Poi tutti gli altri sono gli stadi eventuali e successivi della stessa cosa, che assume via via aspetti diversi.

E quando ti stai cimentando nel compiere qualcosa e qualcosa effettivamente accade e ti chiedono cos’è successo? Gli puoi rispondere.. nulla, niente di ché. Sorridendo. Fino a quando non è compiuto.

E quando l’hai compiuto gli puoi mandare questa pagina e questo link all’interno di Gerald Nachman ove, tra le frasi sul successo, vi è questa che parla del fallimento:

nulla fallisce come il successo.

Mi dicono che dovrei scrivere meno ma.. ora dovrei parlare del fallimento. Come fare?

Scriverò un articolo sull’argomento opposto a quello del successo.

Anticipo solo che il fallimento ha a che fare con FALLERE dal latino a cui sembra far riscontro dal tedesco antico FALLAN, da cui si evince il participio passato – anche qui – del paradigma inglese di TO FALL, FELL, FALLEN. Ovvero caduto.

Caduto sarebbe quindi l’opposto di successo.

CADUTO VS SUCCESSO. Due participi in lotta.

Potrebbe essere il titolo di un film della Marvel.

Ma se ti rialzi stai ancora giocando la partita. E il punto B è ancora lì.

Che ti guarda. E ti fa pure l’occhiolino. Dai sono qui, cosa aspetti?

Nessun risultato [ancora], quindi, sarebbe una constatazione che assume valore solo se definitiva. Finché non lo è.

Un risultato sta già producendo quello successivo fino a quando non sei tu a fermarti.

Leonardo Aldegheri

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Questa immagine l’ho scattata in APPLE alla mia seconda visita alla sede della grande azienda americana al n. 1 di Infinite Loop – Cupertino qualche mese dopo la dipartita di Steve Jobs

COME SCRIVERE UN CV CHE NON CI SI ASPETTA

COME SCRIVERE UN CV CHE NON CI SI ASPETTA:

per alcuni è il momento di tirare la riga e vedere che risultato viene fuori.

Si tratta di un bilancio provvisorio e in genere settembre rappresenta un mese di rinascita. Una seconda primavera. C’è chi pensa di cambiare lavoro,  c’è chi dovrebbe farlo ma non si è ancora deciso. Ed è il momento giusto. È comunque una buona ora per rimettersi in gioco, rimettersi in pista, riprendere palestra. Fare ciò che si è rimandato fino ad ora.

Una festa di buoni propositi.

A me piace fare spesso il punto della situazione analizzando le cose fatte e le cose non fatte. E per fare il punto, il miglior momento – anche se è sempre il miglior momento per fare le cose intelligenti – è quando si è tranquilli, possibilmente a bocce ferme e quando anche gli altri ti consentono di non essere tirati per gli elastici a destra e a manca perché si godono la santa pace pure loro.

Come a dire, a bocce ferme si riflette meglio. Cosa vera più che mai.

Nella pagina CV di Help-sviluppoideeaffari.com trovi una breve considerazione su come ritengo che oggi – in un’epoca e in un mondo ad alta – quando non altissima competitività – sia necessario distinguersi.

Nel mare magno del mercato, della confusione, degli elastici di cui sopra e delle onnipresenti distrazioni, serve focus.

Concentrazione e possibilmente acquistare l’attenzione altrui non con il martellamento ma con la curiosità e l’interesse.

Per esperienza personale quando arrivano i CV in azienda, sono abbastanza tutti uguali o simili. Come a voler significare che ci deve essere connaturata una necessità di omologazione per sperare in una presa di considerazione. In verità spesse volte funziona il contrario.

A mio avviso, è molto più importante una lettera di presentazione fatta bene e motivata nonché motivante che un CV all’europea identico a tutti gli altri.

Tempo fa ho scoperto un tool per fare le presentazioni diverso dal solito Power Point. È uno strumento che si trova on line e gratis che si chiama Sway, elaborato da Microsoft.

Ebbene, il mio CV l’ho scritto e redatto lì e ogni tanto gli do un aggiornamento mano a mano che faccio le cose, compio esperienze, faccio viaggi, aumento le mie conoscenze, competenze e abilità.

La cosa interessante di una presentazione come questa è che puoi interessare per immagini. Il cervello ragiona e soprattutto ricorda per immagini.

Io te lo consiglio. Ovviamente Bill Gates non mi da un euro per farlo. Spero solo ti sia utile per distinguerti e aumentare le probabilità di cambiare.

Chi non si distingue, si estingue.

Qui trovi la testimonianza di una cara amica (imprenditrice di un’azienda che gira bene, molto bene) alla quale l’ho anticipato in vista della pubblicazione dell’articolo. NON perché sia mio, ma perché una cosa studiata e un minimo congegnata – ma soprattutto un filo diversa – può semplicemente avere un impatto.. diverso.

Perché non provare a interessare con un possibile effetto WOW? Perché non provare?

Buona scrittura. Buon lavoro.

Leonardo Aldegheri

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IL SIGNIFICATO PROFONDO DEI BRACCIALETTI

IL SIGNIFICATO PROFONDO DEI BRACCIALETTI. Senso di appartenenza, gruppo dei pari, responsabilità. Accettazione, senza farsi inchiappettare, possibilmente.

Qualcuno obietterà, quando non dissentire, per la scritta I’M THE BOSS.

Questa scritta non significa sono io il capo, sono io il più bello, sono io il più forte, sono il tuo o il suo capo o che desideri comandare chicchessia. Non me ne frega nulla del comando in senso stretto. Mi piace – e ritengo profondamente giusto – fare le cose in ottica di evoluzione.

“C’est moi le plus fort” e “C’est moi le plus beau” sono best seller di Mario Ramos, capolavori di significato su come la presunzione, alla fine, si ritorca contro.

Perché l’evoluzione è cosa necessaria.

EKIS, una delle più grandi società di formazione in Italia, è “responsabile” del significato profondo dei braccialetti.

Chi accetta di portare un braccialetto con sopra una tale scritta, accetta la propria responsabilità nel senso più ampio del termine affinché si ricordi che se prende una botta contro lo spigolo del mobile, non è colpa del mobile che deliberatamente si è mosso contro di lui/lei ma è lui/lei che muovendosi inavvertitamente si è incontrato col mobile di cui sopra.

Ovviamente, si tratta di una metafora.

Esiste un mondo, là fuori, che gira e corre alla velocità della luce. Negarlo e far finta di non vederlo, è da irresponsabili. Fai conto che quel mondo là fuori sia il mobile e tu ti scontri contro i suoi numerosi spigoli.

Si tratta di responsabilità. I’m the boss significa IO SONO RESPONSABILE di come agisco, di quello che penso-dico-e-faccio.

Essere responsabili va ben al di là di coloro che criticano, tramano, complottano, si riuniscono, organizzano. Si lamentano. Sempre nella pesantezza in cui si trovano a loro agio. Nel loro brodo caldo per l’anima, per dirla alla Brian Tracy.

Zack! Ahi, avverto un pizzicorio alla schiena. Si tratta di un coltello conficcato in mezzo alle scapole.

Non fa male. Piccolo coltello, piccolo pugno.

Difficile assumersi la responsabilità di avere un pensiero diverso. Difficile ma fattibile.

Sbagliato, perché diverso. Sbagliato, perché attuato da persone diverse. Sbagliato e basta.

Hai sentito cos’ha detto? Hai visto cos’ha scritto? Senza scendere nel significato profondo dell’intenzione.

Il significato profondo dei braccialetti.

Non importa il futuro, non importa il risultato, l’importante è frenare, distogliere, rendere difficoltose le cose: questo sì, è da irresponsabili, è tipico di chi non accetta, di chi non prova nemmeno ad ascoltare l’alternativa, tipico di chi non da fiducia perché deve proteggere lo status quo a tutti i costi. Ma proprio a tutti. Tipico di chi pensa e agisce in maniera presuntuosa.

Ne parlavo qui, quando dicevo che mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno.

È mai possibile che alle persone alle quali interessa non brillare ma spegnere si prodighino tanto per infestare la vita degli altri con il loro disagio?

Personalmente trovo questo inconcepibile in quanto credo che chi si trova impegnato a lavorare per il futuro, a costruire e ad attorniarsi di persone cui volere bene non abbia tempo né energie da spendere per infastidire gli altri.

Trovo insensato spendere le mie energie per scoraggiare gli altri.

Semplicemente, non è nelle mie corde. Preferisco molto di più incoraggiare.

Quando si crede che la propria idea, il proprio atteggiamento, il proprio modo di vedere le cose siano gli unici possibili al mondo, ebbene, si è come il lupetto di cui sopra, la cui presunzione – senza spoilerare troppo la cosa – è in realtà la manifestazione della sua profonda insicurezza.

“Tutti ti dicono cosa fare, alla fine tutti si iniettano solo scuse per non fare”.

[Da: Stanno tutti bene – con Robert De Niro]

Alla fine, la presunzione è uno squilibrio che in natura ha o avrà un suo riequilibrio.

Se ne parla molto bene nel Transurfing: uno squilibrio genera una polarizzazione che per essere ripianata innesca l’intervento di una forza uguale e contraria.

Questo è il motivo per cui ogni volta che ci si comporta in maniera presuntuosa – cioè inadeguata secondo natura – qualcosa sistematicamente sembra punire quel comportamento.

Permettiti di essere te stesso e permetti agli altri di essere loro stessi. Se non ti va bene frequentare persone che non ti piacciono, non frequentarle. Se non permetti agli altri di essere loro stessi, stai impedendo a te stesso il naturale scorrere delle cose.

Il significato profondo dei braccialetti è appartenere alla propria natura.

Appartenere al proprio mondo, alle proprie cose, al proprio tran-tran. Non c’è nulla di male in questo. Purché non emerga il negare all’altro l’appartenenza naturale con lo scopo di negare la sua identità.

Appartenere al gruppo di persone rappresentative di chi si è, non di chi non si è o non si è più: il più che noto ormai gruppo dei pari, che sono coloro i quali ti permettono di essere te stesso e consentono a loro stessi di esserlo senza impedire il fluire del naturale corso delle cose.

Leonardo Aldegheri

PS: UNFUCKABLE non significa inchiavabile. Significa resiliente. Wikipedia dice della resilienza:

  • In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.
  • Nel risk management, la resilienza è la capacità intrinseca di un sistema di modificare il proprio funzionamento prima, durante e in seguito ad un cambiamento o ad una perturbazione, in modo da poter continuare le operazioni necessarie sia in condizioni previste che in condizioni impreviste.

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DEDICATO A TUO PADRE

Padre, dedicato a tuo padre. Dedicato al tuo, al mio, al suo. Quando, da ribelle più che mai, guai a dargli soddisfazione.

Dedicato al padre di tutti. Quando le figlie si innamorano dell’uomo della loro vita perché sono innamorato della mia, di figlia. E del mio, di figlio. E della mia, di vita.

Dedicato al fatto di essere genitore, al fatto che non sia scontato, al fatto di volerlo diventare, ai fatti, sempre ai fatti. Contano i fatti. Basta. Conta vivere. BENE, possibilmente.

Dedicato a chi desidera diventare padre e non ci riesce, a chi desidera diventarlo e ci riesce. Anche e sempre a chi lo diventa senza averlo desiderato.

Dedicato a chi è diventato padre e si è goduto il fatto di esserlo stato ma per troppo poco perché se ne è dovuto andare, per troppo poco tempo cazzo, come il mio amico londi-veronese degli anni che furono. Cheers mate. Salute e onore a te, Riccardo.

Dedicato a Sebastiano, che col il suo articolo, la sua immagine e la sua pazzesca frase mi ha rimestato e mentre ero in moto e correvo pensavo pensavo pensavo.

Provavo provavo provavo.

Dal Blog di Sebastiano Zanolli

Pensavo a mio padre, a chi è padre, ai figli che diventano padri e ai padri che sono ancora tanto figli e al padre che non sa di esserlo, al padre perfetto. Al padre che sono io, che sicuramente sono tutto fuorché perfetto.

Dedicato a chi almeno ci prova, a fare il buon padre. Soprattutto, ad essere, un buon padre.

Dedicato ai bambini che chiamano “papà..!” con la loro vocina dolcissima perché vogliono giocare a palla, che ti stanno dicendo “ho bisogno di te” che tradotto significa ho bisogno di sentirmi importante, ho bisogno della tua attenzione, ho bisogno che TU mi faccia sentire importante.

Tutti bambini grandi, allora. Tutti cercano di sembrare importanti e si dannano, per quella maledettissima approvazione. Adulti-bambini sotto lo scacco del ricatto e del giudizio, giudizio che agogna quello altrui altrimenti non si è niente.

Giudizio che arriva fin da quando sei bambino perché ti insegnano ad essere giudicato, ogni ora, per tutte le ore di ogni giorno, per tutti i giorni, per nove mesi, per anni. Qual è  il tuo giudizio? Come mi giudichi?

Dedicato anche a tutti coloro che se ne fregano dell’attenzione e dell’approvazione perché sono i veri GRANDI, se ne fregano del giudizio e – soprattutto – danno prova di questo (a sé stessi, mica agli altri) fintantoché non avvertono il minimo bisogno di giustificare.

Sanno di essere nel giusto e seguono il percorso dinanzi a sé. Sono loro stessi ad averlo disegnato e sanno di essere sulla strada – giusta o sbagliata che sia – perché è la loro.

Se lo sanno permettere. Se lo consentono. Hanno coraggio di vivere, non di esistere. Hanno coraggio da vendere.

E difatti vendono perché non hanno maschere e non ne hanno bisogno.

Consentono agli altri la scelta perché non si pongono in contrapposizione noi contro loro. Non esiste guerra. Non esiste battaglia. Esiste fare. Fare bene. Insieme.

Da Instagram

Dedicato ai figli che non si contrappongono ai genitori perché il rispetto è reciproco. Ti permetto di essere mio padre. Permetto a te, figlio mio, di sbagliare. Perché io sono genitore. Sbaglio anch’io. Forse, soprattutto io.

Dedicato ai figli che si scelgono i genitori. Perché hanno il coraggio di sceglierli sempre poco perfetti e molto umani.

Il papà è un cerchio, dice Seba. Il papà è – anche – uno specchio. Ti riflette: ce l’hai davanti e ti dice fedelmente chi sei. A volte è distorsivo, ti dice esattamente chi sei. A volte ti rende anche più bello, ti dice autenticamente chi sei.

Il papà è un coach. Ti allena, ti irrobustisce, ti prepara alla vita. Il vero papà non ti nasconde la verità, non ti indora la pillola. Sarebbe un falso padre.

Il papà non deve proteggerti (solamente), deve esporti. Deve prepararti.

Il suo compito è fare in modo che una volta gettato nel mondo, quando lui non ci sarà più, saprai nuotare nelle acque torbide di chi proverà in tutti i modi ad approfittarsene.

E se è stato bravo, TU sarai in grado di andare a cercarti e nuotare nelle acque pulite, quelle più nitide, quelle trasparenti. Perché tu ci sei riuscito.. e perché LUI ti ha allenato appropriatamente.

Non conta quanto bene fai, non te lo riconoscono. Conta quanto adeguatamente ti adoperi. E NON per approvazione. Ma per gratificazione. La tua e quella delle persone con cui hai l’opportunità di misurarti per migliorarti.

Tenendo presente che relativamente alle persone che hai attorno, non puoi pretendere di averne solo di migliori, perché le peggiori sono in verità i migliori Maestri. E puoi essere lo stesso tu per loro.

Dedicato – infine – a tutti coloro i quali dedicano ogni giorno della loro vita al loro, di padre. Non solo a sé stessi. A chi può ancora godersi il padre. E a chi può solo ricordarselo.

Il papà è un cerchio intero.

Leonardo Aldegheri

PS: io non so ancora se sono un buon padre, so che faccio del mio meglio.

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Le persone della tua vita

Le persone della tua vita sono quelle che conosci da 28 anni e frequenti pochissimo. Poi organizzi una cena a casa tua d’estate e ti sembra di esserti visto l’ultima volta ieri. Queste persone sono inseparabili.

Ogni tanto ti scambi pure qualche video old fashioned di Kenshiro per ridere di niente.. è condivisione.

Le persone della tua vita sono quelle che ti ritrovi in giardino la sera e apri due birre fresche: ti senti ricco perché hai tutto, tra risate estive, considerazioni serie e semi serie, mentre parli di futuro. E vedi i tuoi figli correre giusto lì attorno. Il tramonto alle nove di sera è magnifico e sa di appagamento dopo una giornata di lavoro, intensissima come tutte le altre.

Le persone della tua vita sono quelle che non senti mai. Poi pubblichi un post su Facebook e ti piazzano un bel like. Queste le vedi sulle notifiche. Sono coloro che Facebook ti nomina come amici social, conosci da sempre e sai che il loro mi piace è vero, perché anche se non ti senti, in qualche modo, a loro modo, sono presenti.

Più o meno lontani, chi se ne frega. Va bene così.

Le persone della tua vita sono anche quelle che transitano. Arrivano come sparate chissà da dove, ti passano davanti, le vedi, le vivi per un po’ e svaniscono come meteore. Ti possono lasciare un bel ricordo.. come uno meno bello. Non importa. Avanti.

Le persone della tua vita sono anche quelle che senti in radio e ti mettono in guardia. Le senti tutti i giorni o quasi e in qualche modo fanno parte della tua vita anche loro, come Marco Mazzoli dello Zoo di 105.

Che dice:

“Nel 2050 ci sarà più plastica che pesci negli oceani”.

Ho due figli. La cosa mi allarma. Vivere bene in questo mondo significa anche e soprattutto rispettarlo e insegno ai miei figli che qualora vedano una carta per terra, la raccolgano. Sono perentorio in questo.

Non si deve essere spazzini per farlo.

“Ma non è compito mio”.

Il tuo compito è fare la cosa giusta. Perché è giusto. E sai che se è giusto, è già abbastanza.

Senza tanti alibi, noi sappiamo perfettamente cosa sia giusto e cosa non lo sia.

La carta si raccoglie. E la si mette nel giusto recipiente.

Abbiamo il dovere di lasciare un mondo pulito a chi verrà dopo di noi.

Le persone della tua vita sono quelle che non conosci e fanno un gesto come questo.

Le persone della tua vita sono anche quelle che ti stanno altamente sulle scatole e che non puoi vedere, né soffrire e pur tuttavia ti tocca averci a che fare.

Fortunatamente ci sono anche quelle che conosci da quando sei nato e che standoti altamente sulle scatole puoi scegliere anche di NON frequentare.

Di scelta si tratta.

Se qualcuno ti drena energia e ti infastidisce NON sei in nessun modo tenuto ad averci a che fare, a dover frequentare quella persona.

Nonostante gli amici in comune.

VIA.

Si taglia.

La sensazione di sollievo è immensa. Si chiama decluttering. Fare pulizia del superfluo. Quando liberi spazio si generano opportunità per il nuovo. Perché il nuovo ha spazio per fluire. In natura gli spazi tendono a essere occupati. E questo funziona in tutte le relazioni.

Siamo abituati fin da bambini a essere magnanimi anche con coloro che ci procurano disagio, fastidio, a favore dell’accettazione con chi prevarica, bullizza, monopolizza le conversazioni, non lascia parlare, ragiona esclusivamente a partire dal suo punto di vista perché quello è l’unico possibile.

Tagliare dove si può. Un’ottima regola.

Le persone della tua vita sono quelle costanti, che ti sopportano anche se sono loro che taglierebbero te ma ti vogliono un bene infinito e tu lo sai e cerchi di fare del tuo meglio per ricambiarle. Anche qui, a tuo modo.

A volte magari i modi non coincidono ma tutto ha il sapore del suo equilibrio e qui guai.. a tagliare. Sono gli alti e bassi della vita. Nessuna relazione è perfetta.

E l’obiettivo è coltivarla, innaffiarla come una piantina, farla crescere, darle amore, farla durare, farla vivere.

Le persone della tua vita sono quelle storiche ma per le quali le strade si sono divise: si era uniti quando le abitudini, i valori, le amicizie in comune erano.. in comune. E ci si frequentava, inconsapevolmente, solo per quello.

Ma crescendo sai che i valori sono cambiati. Quelle sono scelte, invece. E non ti frequenti più. O poco. O abbastanza. Va benissimo così.

Hai preso la tua strada.

Poi ci sono quelli che hai perso e hai ritrovato perché la strada si è ricongiunta.

Le persone della tua vita sono quelle che ti mandano una foto su whatsapp, inaspettatamente, perché hanno letto un tuo articolo, hanno creduto alle tue parole e senza pensarci hanno acquistato su Amazon il libro dove tu hai scritto la prefazione (ne parlo qui – Come nasce un libro di finanza personale).

Le persone della tua vita sono quelle non storiche per le quali le strade si sono unite: non ci si frequentava o conosceva quando le abitudini, i valori, le amicizie non erano in comune. E crescendo con i tuoi valori le hai incontrate. Ti frequenti sempre di più.

E va alla grande così!

Perché cresci insieme, ti sostieni, ti alimenti, ti scambi letture e consigli, questi ultimi davvero, davvero preziosi.

Queste persone sono gli amici di valori. Quando le persone hanno gli stessi valori o simili, sono in sintonia. E queste sono quelle che preferisco frequentare.

Perché mentre mi arricchiscono, do il massimo per arricchire loro.

Con queste persone ci scrivi dei libri, fai dei progetti, ci salti col paracadute, condividi dei corsi di formazione, proponi corsi di formazione alternativa (molto alternativa). Impari la leadership, la trasferisci.

Le persone della tua vita sono quelle che ti mandano un messaggio su Messenger dicendo che hanno apprezzato il post sull’universo (Mio figlio e l’universo parallelo), gli dici che sei ispirato da determinati libri scritti da un autore russo rivoluzionario (contemporaneo), ti chiede consiglio e boom! In un secondo ordinano un libro promettendoti che ti diranno cosa avranno imparato di nuovo.

Questa cosa si chiama commistione, che per me significa scambio di ricchezza. E sai che essa non è mai fine a sé stessa quando il presupposto e l’intenzione sono creare,  co-creare cioè creare insieme, trasferire, dare e ricevere. In questo mondo funziona così, almeno da che ho forse capito io: prima dai e forse poi ricevi. E chi ha dato tanto, è noto, ha spinto in avanti parecchio gli altri uomini.

Le persone della tua vita sono i clienti, quelli per cui la vita d’azienda non termina col timbro del cartellino ma ai quali pensi H24 perché non smetti mai di essere una persona.

Da sempre sostengo che prima di tutto siamo esseri umani e la relazione viene prima di qualsiasi forma professionale di scambio di opportunità, che nel mio caso – devo dire essere davvero fortunato – è nobile, dato che faccio libri. E incidentalmente.. li leggo anche, il che aiuta davvero tantissimo.

Le persone della tua vita sono i figli, quelle creature straordinarie che vengono sulla terra per insegnare ai genitori ad essere grandi. Perché loro sono più grandi dei grandi, sono puri, sono tavolette da scrivere, sono storie da inscrivere nel mondo, aiutandoli. E il nostro scopo è valorizzarli.

Come dovrebbe essere farlo con tutte le persone che abbiamo intorno, i colleghi, gli amici, i G20, i mentori – alcuni di questi pazzeschi come Sebastiano Zanolli – i genitori, mio padre in cielo, i fratelli, gli amici dei fratelli, i soci, i fornitori, i conoscenti, i formatori, le persone che conosci, le persone che non conosci, le persone della tua vita.

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