L'importanza della condizione [prima parte]


Sento dappertutto dire “la responsabilità è tua”, “sei responsabile di ciò che ti accade” o ancora “sei responsabile di ciò CHE accade” quindi persino più genericamente e poi, “la responsabilità che non ti assumi è dare potere all’altro“, etc. etc. Tutto vero, d’accordo. Ho deciso in passato di assumermi via via sempre più responsabilità.
Non mi sono fermato e mi sono chiesto: sono un irresponsabile se voglio essere responsabile?

Che si diventi responsabili o non lo si diventi nonostante lo si voglia, alla base, va compreso:

  1. cosa significa essere responsabili?
  2. cosa di preciso non ci consente o ci impedisce di esserlo?
  3. di cosa siamo responsabili veramente?

Risposta possibile alla domanda 1: Noi abbiamo responsabilità di quello che siamo noi. Abbiamo responsabilità anche su quello che noi non siamo. Spesso mi sono trovato di fronte a una spasmodica e smaniosa voglia di responsabilità con uno slancio poderoso verso tale responsabilizzazione. Diventare abile nel dare risposte. Essere un abile risponditore.

Respons-abilità.

Sostengo che le abilità – lo step successivo nell’essere capace di fare qualcosa – possano essere acquisite. Sono conoscenze trasformate in azione. Si chiamano competenze. Le competenze sono gli strumenti per fare le cose e per cui quando sei particolarmente bravo, ti chiamano a farne di determinate nel momento in cui qualcuno ne ha di bisogno.
Quindi, per dare una risposta breve, siamo responsabili delle nostre abilità che sono le nostre conoscenze trasformate in azione a uno step successivo.
Allora, per essere responsabili, cosa dobbiamo fare?

  • Studiare qualcosa, diventare esperti applicando quel qualcosa al punto di essere responsabile per quello che dici e per quello che fai, in relazione agli altri.

Risposta possibile alla domanda 2: non ci è consentito essere responsabili di ciò per cui non siamo responsabili. Ciò per cui non siamo abilitati nel dare risposta non appartiene alla nostra sfera d’influenza. Possiamo intervenire sulle cose per cui possiamo intervenire ma non su quelle su cui non possiamo intervenire, ovvero quelle che non sono di nostra competenza. In pratica: non possiamo far finta di sapere ciò che non sappiamo. 
Il problema è quando qualcuno vuole intervenire sul tuo senza badare al proprio. Un po’ come dire, guardare nel piatto dell’altro. Tradotto: quando un terzo vuole intervenire non nel proprio ambito di competenza (facendo peraltro credere all’altro di essere competente e ingannando se stesso) ma nel tuo. Nulla tu sai o ti è dato sapere del suo – che viene peraltro gelosamente custodito. Ma per lui, il tuo è anche suo. In virtù di cosa non si sa bene ma stai certo che il fare le pulci è una particolare specialità.
Ti faccio un esempio. Noi non siamo responsabili dell’educazione dei figli degli altri ma siamo responsabili dell’educazione dei nostri. Qui possiamo intervenire sulla nostra sfera di influenza. Se mio figlio bestemmia, è una mia responsabilità direttamente correlata alla mia educazione nei suoi confronti. Se è il figlio di qualcun altro, non è mia responsabilità ma lo è nel momento in cui mando lo stesso mio figlio a scuola con quello che bestemmia.
La mia responsabilità è poter / dover mandare mio figlio in una scuola in cui non si bestemmi. Poi, in pratica, cambiargli scuola per un singolo episodio magari è da pazzi. Ma mandarlo in un ambiente basso facendo finta di niente, lo è.
Un esempio macroscopico come questo è attuale nel mondo del lavoro. Se non si è felici delle condizioni di lavoro in cui ci si trova, è nostra responsabilità NON cambiare quelle condizioni (come a dire cambiare l’immagine riflessa di uno specchio) ma cambiare NOI (cambiare l’immagine da riflettere) lo è.
E cambiare noi in relazione a quel lavoro, presume quasi sicuramente cambiare lavoro. Ma se non cambiamo anche noi, è probabile che troveremo le stesse problematiche altrove. Ebbene, questa è NOSTRA responsabilità.

  • Cambiare è una nostra responsabilità e appartiene alla nostra sfera di influenza.

Risposta possibile alla domanda 3: nonostante la nostra società stia progredendo a una velocità pazzesca e via via crescente, c’è una altrettanto crescente necessità di crescere umanamente e spiritualmente come ad indicare che a forza di usare l’emisfero sinistro del nostro cervello per aggiudicarsi la parte pratica e razionale e quindi la ragione delle cose (e il consenso delle persone in una società che preferisce la giustificazione del raziocinio all’attitudine di creare) e delle situazioni, abbiamo bisogno “naturalmente” cioè per via naturale che l’emisfero destro della creatività e dell’armonia sia in equilibrio con quello sinistro.
La natura tende sempre all’equilibrio. E sceglie sempre la via migliore per lasciare scorrere l’energia.
E allora mi sono accorto che mentre leggevo solo di finanza, biografie e libri “tecnici” e di business divenivo scettico, cinicamente pratico mentre il mio comportamento veniva influenzato verso un tipo di collocazione del mio essere nel contesto.
Mentre leggevo libri di spiritualità, di armonia universale, di allineamento tra spirito e ragione, anima e corpo, socialità e contesto, divenivo via via più comprensivo e benevolente verso il mondo.
Siamo quindi responsabili di come alimentiamo la nostra mente. Sono a un corso di business mentre scrivo, è domenica mattina.
Sono in un luogo distante da casa per imparare mentre i miei figli e i miei cari sono a casa senza di me. Scelte.
Il mondo è come uno specchio. Per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Per riprendere l’esempio qui sopra, noi non possiamo cambiare l’immagine riflessa in uno specchio. Dobbiamo prima cambiare l’immagine da riflettere. Cioè la sorgente. Cioè, NOI.
Allora mi sono reso conto.. [continua la lettura L’importanza della condizione – seconda parte]
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Sulla via di Damasco

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Un piccolo gesto, uno dopo l’altro, piccolo più un altro piccolo. Più un altro piccolo. Pochi euro. Un piccolo pensiero. Pensare all’altro anche per una piccola cosa. Per una piccolezza. Non è privarmi. Un piccolo dare è un grande dare.
Ero uno di quelli che diceva “sarei generoso, molto generoso se potessi..”. Mi sono reso conto di avere fatto uno switch. Un cambio di mentalità. Una specie di piccolo cambiamento sulla via di Damasco. Nulla ovviamente di così eclatante come la storia che ci è stata raccontata mille volte da piccoli. Una cosa che vale tanto in ufficio quanto per strada, al ristorante, al supermercato, in relazione professionale o semplicemente.. umana.
Quello che gli anglosassoni chiamano Paradigm Shift:

  • Dal pensare che anziché essere in un’epoca di crisi viviamo nell’epoca più prospera di sempre.
  • Anziché prendere per vero incondizionatamente il postulato economico relativo alle risorse che sono scarse al concetto di abbondanza planetaria e rispetto per madre Terra.
  • Dal prima io e poi te o prima te e poi io a io e te, assieme. Dalla sostituzione all’integrazione.
  • Non dall’essere egoista all’essere generoso ma al fare una cosa per l’altro che aiuti tutti e due. O al farla incondizionatamente, che va bene lo stesso.

Solo un piccolo cambio di paradigma. Che suona più o meno così: “non ti preoccupare, penso io a quella cosa per te”. Anche senza necessariamente doverlo dire all’altra persona. Il piccolo shift di pensiero passa da “se potessi, farei” a “che possa o non possa non conta, faccio il mio possibile. Intanto faccio qualcosa e quando potrò di più, farò di più”. Che è diverso dal non fare niente.
Riconosco la dignità dell’altro. Quando è l’altro a non riconoscerla, che fare?
Spostare l’attenzione. Mettere il focus su ciò che conta per te. Non dove lui vorrebbe lo mettessi. Non fare il suo gioco, ma il tuo. Personalmente continuo a fare quello che sto facendo. Per esempio facendo un piccolo gesto per la persona meritevole a fianco.
Non siamo tutti meritevoli della stessa dignità. In Sette anime il protagonista voleva essere certo delle persone che desiderava aiutare, osservandole senza che loro lo sapessero e riconoscendo loro in seguito “sei una brava persona”.
Non siamo buonisti, suvvia. Non siamo tutti brave persone. Non conta essere peccatori o cazzate simili. Conta come ti comporti in relazione a te stesso, agli altri, alle cose e alle situazioni. Negando la dignità dell’altro la si nega a sé stessi. Il piccolo gesto di riconoscimento pensando all’altro, almeno, dona a quella persona un sorriso, uno stato dell’animo. Una cosa che può cambiargli la giornata.
La famosa frase del Mahatma Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” rispecchia, credo, questo. Almeno in parte.
Niente miracoli. Piccole cose. Una e poi l’altra.
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Il bello sta accadendo proprio ora

Ne sono assolutamente convinto. Capire dove siamo calati ci fa rendere conto che ciò che conta è la visione del mondo che abbiamo. La nostra visione ci restituisce la felicità o l’infelicità delle nostre giornate.
Se per esempio pensi che “sta la crisi” e che il mondo sia brutto e cattivo, continuerai a trovare conferme di ciò attorno a te. Basta farci caso.
Se pensi invece che viviamo nell’epoca più prospera di sempre, inizierai mano a mano a notare delle piccole differenze come nelle figure della settimana enigmistica.

Trova le differenze (foto un po’ datata).

La realtà oggettiva è la stessa mentre sei tu l’arbitro che nota ciò che desidera notare. Vuoi vedere i pregi di una persona? Vedi i pregi. Vuoi vederne solo i difetti? Vedi solo quelli. Perché tu hai deciso cosa vuoi vedere di quella data persona.
Così è per le cose.
Le persone vedono le cose non per come sono. Vedono le cose per come sono loro.
L’essere umano è un animale – ebbene, sì – che si è distinto tra tutte le altre specie per avere una mostruosa, efficacissima e velocissima capacità di adattamento e allo stesso tempo per essere decisivo nell’abilità di plasmare la realtà attorno a sé. Proprio in virtù di una visione.

La capacità di certi uomini di vedere le cose prima che esistano è ciò che ha fatto fare salti all’umanità intera, è ciò che ha spinto in avanti la veloce evoluzione dell’uomo, concentrata in particolar modo negli ultimissimi secoli.

Considerato che il trend è moltiplicativo, ci troviamo oggi in una fase di accelerazione di questo fenomeno.
E se per contro l’umanità cessasse di esistere dall’oggi al domani, il pianeta terra si riapproprierebbe del verde totale in meno di dieci anni. La natura crescerebbe rigogliosa ovunque. L’intero pianeta tornerebbe a respirare aria pura pressoché istantaneamente e si depurerebbe nel corso di qualche secolo, nella sua lenta corsa verso la fine di tutto, fra 5 MLD di anni quando il Sole diventerà una gigante rossa e ingloberà parte del nostro sistema solare, inghiottendo la Terra. Sì, tutto questo un giorno finirà.
Dicevamo, l’uomo plasma la realtà intorno a sé – finché ne ha tempo – in virtù di una visione.

Quella che era solo una lingua di deserto negli anni ’90 testimoniata dalla foto datata 1990-2008 di cui un po’ più su – solo immaginata nella mente di qualcuno – oggi è una metropoli pazzesca che muove milioni di persone e miete primati uno dietro l’altro. Questa città è Dubai.
Un isolotto lussureggiante e selvaggio comprato per una pipa di tabacco – 20 $ mi pare – popolato da laghi e attraversato da fiumi e fiumiciattoli, oggi è New York e l’isola è Manhattan con l’incredibile quantità di grattacieli che conosciamo. Il tutto in poco più di un paio di secoli, nulla nell’andamento temporale del nostro contesto.

Una cosa è sempre prima un’idea nella mente di qualcuno. Basta immaginarsela. Poi “basta” proiettarla adoperandosi per creare le condizioni per manifestarla.
..poi basta farla.
Ricapitolando:
1. Immaginare
2. Creare le condizioni
3. Fare
L’antica Roma è stata una visione di Romolo prima di diventare la metropoli che ha dominato il mondo dell’epoca per un buon migliaio di anni.
Ma nei milioni di anni attraversati prima di conoscere l’uomo come creatura adattiva nel suo upgrade moderno, in un contesto che ha all’incirca 4.8 MLD di anni (l’età del meraviglioso pianeta che ci ospita), abbiamo iniziato a svilupparci non certo quando la vita è apparsa 3.8 MLD di anni fa ma solo negli ultimi circa 200.000 (la matematica non è mai stata il mio forte ma se non erro è lo 0,004%).
Non è successo niente fino a circa 10.000 anni fa, fino almeno alle prime civiltà note, come ci è dato sapere. Quelle che ci insegnano ancora alle elementari che elenco per sommi capi: Mesopotamia, Cina, India per arrivare a Babilonia, Antico Egitto, Antica Grecia, Alessandro Magno, Impero Romano.

  1. Nell’anno ZERO eravamo 170 MLN.
  2. Nel 1800 eravamo 1 MLD.
  3. Oggi siamo quasi 8 MLD.

Questi dati – e datemi il beneficio d’inventario – ci restituiscono un’idea: che la curva è ESPONENZIALE.
Noi ci troviamo ora nel picco più in alto.

  • Viviamo nell’epoca più pacifica di sempre.
  • Viviamo nell’epoca più in salute di sempre.
  • Viviamo nell’epoca in cui il benessere è nella sua fase più estesa di sempre (sì, la disparità è ancora amplissima ma si è ridotta anche solo fino a 20 anni fa).
  • Viviamo nell’epoca dell’accesso immediato alla conoscenza: significa oggi che se si è ignoranti è perché lo si vuole. Non esistono più scuse, ognuno ha la possibilità di documentarsi, formarsi, fare esperienze di ogni tipo.
  • Viviamo nell’epoca dell’arbitro dove l’arbitro è ognuno di noi.
  • Ah, viviamo anche nell’epoca, da poco più di un solo secolo in tutto questo – un soffio! – in cui possiamo salire su un aereo e in una manciata di ore (grazie a una manciata di euro, non decine di migliaia com’è stato fino a epoche recenti) e trovarci ovunque sul pianeta.
  • Poi, sono di parte, viviamo nell’epoca in cui possiamo salire su un aereo e uscirci mentre questo sta volando e volare noi a nostra volta. Ma questo è un altro discorso.
  • Viviamo nell’epoca in cui parliamo non più a qualche decina di persone in una vita intera che si e no fino a qualche anno fa i nostri nonni conoscevano nel corso di tutta la loro esistenza.. siamo nell’epoca in cui persone comuni possono raggiungere centinaia, migliaia, milioni di persone esprimendo il loro pensiero in una forma più che mai libera e meno che mai censurata.
  • Viviamo in un’epoca che diamo per scontata, ma non è così. Basta togliersi le fettine di prosciutto dagli occhi, aprirli per lo stupore e uscire di casa. Sì, il mondo è in casa in un computer, è persino in tasca in uno smartphone.

Ma il mondo vero è là fuori e basta solo andare a prenderselo.
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Non dirmi cosa vuoi, chiedimi cosa posso fare io per te

Esiste una parola che cambia le sorti di ogni relazione. Di ogni rapporto. Anche quando abbiamo a che fare con persone diverse da noi per pensiero, opinione, visione del mondo.

Nasciamo liberi di pensare e crediamo veramente di farlo con la nostra testa.

Mi domando perché spesso le persone non si capiscano. Quando hai un obiettivo comune, un bene comune, un privilegio comune, cosa bisogna fare per “capirsi”? Ognuno ha in comune qualcosa con qualcun altro. E allora siamo in conflitto di interesse.
E allora si generano i ricatti.
Probabilmente, basterebbe questa parola per assorbirli alla nascita. Sia i pensieri degli altri, sia i ricatti. Degli altri.
E allora succede che quando ci esprimiamo, se siamo veramente puliti e lineari, senza minimizzare le proprie manchevolezze in pieno conflitto di interessi e senza massimizzare quelle degli altri, in pieno conflitto di interessi, ebbene, l’altro ci capisce.
Quando ci esprimiamo e non nascondiamo il conflitto, esso si dissolve da solo. Ma solo quando l’altro fa la stessa cosa. Lo squilibrio svanisce, l’armonia si riappropria delle nostre anime.
Lo squilibrio è l’espressione di un peso percepito o reale maggiore che sbilancia la bidirezionalità della relazione, di fatto, abbassandone la qualità. Lo squilibrio è dato dal confronto, inteso come paragone, non come “parliamoci”.
Lui è mentre io, lei ha avuto di più, lui ha fatto meno, lei quella volta mi ha detto. Si tratta di potenziale superfluo che si genera con il paragone: sono tutte sovra-costituzioni mentali che nulla hanno a che vedere con il pensare con la propria testa bensì con quella dell’altro. E allora i film partono che è un piacere.
Stop.
Usiamo la parola magica che cambia le sorti – in meglio – di ogni relazione. Parola, originariamente nel suo etimo greco parabola. Che significa confronto. E se vogliamo, parola fatta carne. Un confronto che prende vita e diventa espressione concreta nella realtà.
Perché tutto è prima stato un pensiero nella mente di qualcuno. Le cose vengono prima pensate per essere fatte – sebbene spesso le persone credano di pensare con la propria testa.
Allora quando ci si esprime, una possibile domanda da porsi è:

  • in questo confronto sto parlando per mia vece o per quella di qualcun altro? Sono consapevole questo pensiero sia realmente MIO o credo sia mio mentre invece mi è stato in qualche modo instillato, inoculato da qualcuno al quale magari anche credo ma comunque non si tratta di un mio pensiero?

Non ti ho ancora detto quale sia la parola magica. Non è per farti leggere l’articolo fino in fondo, se lo farai mi fa solo che piacere. Ma non è per quello.
Il paragone scaturisce da un volere qualcosa. Cosa voglio? Cosa voglio tu faccia per me (..tuo malgrado)?
Nel conflitto d’interessi il confronto è un’imposizione del mio pensiero sul tuo perché il mio interesse – nonostante sia anche il tuo, dato che è in comune – per te deve venire meno per lasciare spazio al tuo. E se il confronto è composto da più elementi in un tutti contro tutti, questo diventa per forza di cose guerra. E la parola si fa carne. La collettività si sbriciola, ognuno va per la propria strada, ognuno con le proprie convinzioni che si rafforzeranno ulteriormente, per lui giuste e basta perché l’ha deciso lui e la riconciliazione diventa poco probabile quando non impossibile.
La sovra-costituzione dei pensieri dilaga, le fisime si moltiplicano, lo sparlare semina fraintendimenti e risentimenti, le azioni vanno nella direzione opposta a quella dell’armonia (Treccani):

żiżżània s. f. [dal lat. tardo (crist.) zizania della nota parabola evangelica (è il plur. di zizanium, gr. ζιζάνιον)]. – 1. Pianta graminacea (Lolium temulentum), che infesta i campi di cereali, particolarmente nota per la parabola evangelica, detta appunto la parabola della zizzania (Matteo 13, 24-30), da cui derivano le frasi fig. seminarespargeremettere zizzania, mettere discordia, provocare volutamente e per malignità dissensi e dissapori, liti e contrasti: in seminare z.in dir cattività e tristizie (Boccaccio).

Ma come fare allora? Come uscire da questa situazione intricata dove i risentimenti alimentano i pensieri che alimentano le convinzioni che alimentano le azioni che confermano i pensieri (degli altri) che di nuovo confermano le convinzioni e le azioni in un loop infinito?
Come fermare questa generazione di ciarpame?

Smettila di dirmi cosa vuoi. Dimmi cosa posso fare io per te.

Cambio mood, cambia modalità. In una parola – eccola finalmente – mi metto in modalità:

  • reciprocità.

Nella reciprocità il riconoscimento della dignità dell’altro comporta il rispettarsi reciproco. Quando parlo il paragone cessa la sua attività di alimentazione del potenziale superfluo cioè nella generazione di quel in più inutile che comporta danno prima nella mente, poi nella parola, poi nel fatto.
La diversità anziché antagonismo si dimostra ricchezza. Il conflitto di interessi svanisce. Non è più la prevaricazione del mio pensiero sul tuo. Non è più il mio imporsi sulla tua vita.

Cosa posso fare io per te?

Il potenziale superfluo smette di essere alimentato. Non avendo più cibo, si dissolve.
Smettendo di succhiare energia alle parti.
La sovra-costituzione dimagrisce fino a svanire. Si polverizza. Si scioglie nell’etere come sabbia in una spiaggia dove il maestrale soffia e porta via le nuvole per lasciarti sereno in una giornata di sole e di mare.
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DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d'impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio

Domani sera il quarto e ultimo appuntamento della decima edizione de Il Cenacolo dell’Impresa:DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d’impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio”, dopo tre incontri dallo scorso autunno che hanno visto la partecipazione di più di 300 imprenditori.

In questa occasione avrò la possibilità di raccontare la nostra esperienza ma soprattutto di mettere a disposizione di imprenditori e professionisti non solo ciò che va fatto ma anche ciò non va fatto per trarre spunti di utilità per gli altri.
Ci si può registrare sul sito di Confindustria Verona e/o sul link qui sopra.
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Persone come Nick sono persone illimitate


Se un essere umano partito nel modo più svantaggiato possibile è riuscito a trasmutare e a ispirare milioni di persone attraverso la sua esperienza, perché persone “normali” non perdono occasione di lamentarsi e a non adoperarsi per fare le cose?
E non dico per fare le cose “solo” per gli altri, ma nemmeno per sé stesse.
Questo ragazzo ha tentato il suicido a 10 anni. A 10 anni (!).
“..non puoi sapere quello che puoi ottenere almeno fino a quando non ci provi” – così gli hanno detto successivamente i genitori, iniziando poi a imparare a pescare, a nuotare, a fare surf, snowboard e giocare a golf.
“Per ogni disabilità possa avere, sei compensato con tutte le disabilità che non hai”, Dice Nick. E se la disabilità peggiore risiedesse proprio nei limiti che abbiamo in testa? E se fosse una finta disabilità?
Mica necessariamente per superare chissà quali sfide.. sarebbe sufficiente superare la sfida di erodere i propri limiti mentali.
Io stesso ho visto lanciarsi un ragazzo sulla sedia a rotelle sopra il deserto di Dubai. I limiti sono solo nella testa delle persone.
E per una buona volta e senza falsa ipocrisia, bisognerebbe smetterla di continuare a frequentare persone limitate. I loro limiti, diventano i tuoi.
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"Mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno" (articolo)

Il “pauroso conservativo” ti controlla. Non lo sai perché pensi ad altro mentre lui monitora quello che fai senza che tu te ne accorga perché sei spontaneo nella tua innocente ingenuità mentre provi a costruire qualcosa, nonostante. Ma tu invece poi.. te ne accorgi eccome.
Capisci chi è veramente. Prima “senti” solo che qualcosa stride ma non capisci perché. Poi deduci dai comportamenti. Che trovano conferma nel tempo, negli anni. E colleghi i puntini, per dirla alla Steve Jobs anche se non è esattamente questo il tema.
E cosa monitora? Che tu non osi immaginare di cambiare lo status quo.

Guai a cambiare lo status quo.

Il pauroso conservativo detesta il cambiamento, lo mette in allerta e lo manda in sbattimento. Quando si sente minacciato attacca colpendo basso agganciandosi ai pretesti per porti in condizione di difficoltà quando meno te lo aspetti. Non guarda in faccia a nessuno. Lo status quo e sfregarsi le mani quando sei in difficoltà, hanno la massima priorità.
Il pauroso conservativo non riconosce. Ed è questo il punto. Oltre a ciò, difficilmente comunica. Si porta dietro il fardello delle sue esperienze passate che lo hanno appesantito e le scarica sui malcapitati di turno che – magari – gli hanno dato nel frattempo anche la massima fiducia.

“Mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno” (cit.)

Sfogliando le immagini salvate dal web sul telefono, ho trovato questa citazione, non so di chi sia ma ho deciso di divulgarla prima su Instagram, poi, su richiesta di un’amica che riconosce, su Facebook.
Grazie ai commenti di altre persone, ho deciso di approfondire l’argomento con questo articolo.

Perché molte persone che si sono sentite coinvolte e si sono sentite in qualche modo “vittime” dei paurosi conservativi, spesso, troppo spesso, pensavano di essere sbagliate loro.

Perché il pauroso conservativo agisce subdolamente, spesso interagendo con l’emotività della vittima.
Il pauroso conservativo manipola.
Il pauroso conservativo è un mediocre che sa di esserlo e usa la presunzione per innalzare le qualità che inevitabilmente anche lui ha. Tuttavia non abbastanza da non liberarlo dalla mediocrità della sua natura.
I mediocri spengono gli altri sistematicamente per abbassarli al loro livello e poi più giù così da sembrare sopra.
I mediocri non vogliono cambiare le cose, salvo poi lamentarsi degli altri, alle spalle naturalmente, in particolare di chi le vuole cambiare, osteggiandoli e facendoli sentire inadeguati.

Non tengono conto delle qualità altrui, dello studio, dell’impegno, delle esperienze, dei viaggi, delle relazioni, del lavoro svolto e nemmeno del successo ottenuto oggettivamente.
A loro interessa che il loro interesse non venga in nessun modo intaccato. Che lo status quo permanga sempre, costi quel che costi. Sono ancorati e non si sganciano. Non mollano. Non capiscono. Il loro piccolo potere è un feudo contornato di yes men e uomini manipolati che non pensano con la loro testa, convinti invece di farlo.
Sono persone guidate dalla paura. Alla lunga, è sempre l’inconscio il vero driver.

Credono di agire per il bene comune perché in fin dei conti se ne sono quasi auto convinti ma in fondo al loro cuore sanno di non essere loro, quelli adeguati. L’importante è non cambiare le cose.
L’importante è resistere, a ogni costo. E il prezzo è alto, come suggerisce Sebastiano Zanolli (grazie a Facebook per l’accadde oggi che cade a pennello).
Non per il bene comune, lavorano sui personalismi fingendo sia per il bene comune, elevandosi a salvatori della patria pur con manifesta inadeguatezza, valorizzando abilmente e subdolamente il poco che sanno fare. Sono abili mascheratori. Sono abili manipolatori.
Hanno la pazienza degli anni, facendo breccia sulla bella faccia e il cattivo gioco.
La soluzione è smascherarli rendendosene conto. La consapevolezza maturata nel tempo restituisce, prova dopo prova, la loro natura e l’intimo essere del loro agire. Non necessariamente in malafede, attenzione. Ma in relazione alla loro natura. Loro fanno il massimo di quello che possono per quello che sono.
Solo che non riconoscono e questo è il loro peggior problema. Che gli rovina la vita e la fanno rovinare agli altri, mediocri come loro e non.
La presunzione li acceca. Non capiscono quando è il momento di tirarsi indietro e cedere il passo.
Dal lato nostro, esserne consapevoli è la chiave. Fare bene comunque. Fare il bene comune. Veramente però. Essere umili. Lavorare per il meglio. Lavorare per il bene comune, nonostante.
Lavorare per le persone. PER VALORIZZARLE.
Loro non valorizzano, screditano.

A quanti si possono sentire “vittima” di chi ha loro avanzato tali angherie, ho questo messaggio: non siete tenuti a subirle.
Tutti partono sempre dal presupposto di essere nel giusto.
Tutti pensano siano gli altri ad averli defraudati di qualcosa. Tutti agiscono nella rivalsa.

Non esistono vittime.
Esiste la responsabilità di esserlo state, semmai. Di essersi lasciati sopraffare. Poi, la responsabilità è solo VOSTRA.
Paloma dice:
“Avere la mente e il cuore aperti, non sprecare tempo nell’invidia, sapere che sono le opere che parlano, e non le chiacchiere. Non sentirsi umiliati nell’essere “trampolino” per altri, perché si cresce insieme”.
Esatto, perché si cresce insieme. Non esiste io, esiste solo NOI.
Senza esporre le ricette di suor Germana per avanzare certi e sicuri nella vita, andare avanti dritti per la propria strada, consapevoli e con possibilmente ben chiaro in testa cosa si vuole essere senza esserlo a scapito di altri, aiuta a non cadere nei tranelli degli elementi negativi dati dai paurosi conservativi e dalla loro natura mediocre.
Riconoscerli e rispettarli è il primo passo avanti. Poi gentilmente discostarsene e proseguire per la propria via, costruendo e valorizzando gli altri è la cosa da fare. In pratica, occorre fare il contrario di quello che fanno loro per elevarsi rispetto a te. Non serve elevarsi. Non serve manipolare. Basta fare. Fare bene per gli altri. T-u-t-t-o-q-u-i.
Su Instagram un commento interessante è stato:

  • benedetti_barbara La realtà è ben più complessa, più grave di un semplice mediocre che per sentirsi superiore abbatte il più debole. Viviamo in un tempo di assoluta mediocrità. Il nostro sistema è mediocre. Da qui, cammina la nostra vita. Parliamo di libertà, quando la stessa è vincolata e soffocata dal potere. Bisogna imparare a difendere la nostra esistenza dal fulcro di quella mediocrità che premia quegli stessi mediocri dei quali non bisogna circondarsi. Il Tempo è prezioso e di una estrema bellezza. Basta guardare l’ora del Tramonto per capire quanto è meraviglioso esistere ed essere.

(Grazie Barbara). Ti ho risposto così, non è che il mediocre abbatta il più debole, perché non è detto quest’ultimo lo sia:

  • leonardoaldegheri Viviamo in un mondo in cui è vero tutto e il contrario di tutto. Da sempre, credo, ma non c’ero. Non posso raffrontare questa epoca di presunta mediocrità con un’altra, quella medievale, ad esempio. Viviamo nella relatività. Dire che “la realtà è più complessa” è un giudizio. Così come dire “la realtà è più semplice”. Più grave o meno grave sono anch’essi giudizi. Giudizi frutto della visione di ciascuno. Nessuno ha la verità in tasca. La verità è quella che credi sia la verità. Forse 😉 – grazie per il bel commento. L’attimo del tramonto è favoloso. Così come quello dell’alba. Così come il tempo in cui guardi il mondo con l’occhio del bello. Giudizio anche quello.. tanto vale la pena no? 🍀

Allora guardiamo il mondo con l’occhio del bello. Anzi, contribuiamo a costruirne uno più bello. Lasciamo un mondo migliore a chi verrà dopo di noi. Senza avere paura. Senza essere così conservativi. Fottiamocene dello status quo solo perché si ha paura della propria ombra e rimanendo immobili nel terrore di fare errori.
Guardiamo avanti. Tanto vale la pena, no?
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Facile o difficile non importa – importa quanto riesci a fare

Penso che non sia facile 📖
Penso che se fosse facile lo farebbero tutti.
Penso che le alte barriere all’entrata e la competitività sempre più elevata stiano portando il mondo ad un livello superiore 🔥

Penso che seriamente ognuno con la propria esperienza abbia qualcosa da dire ma non lo debba dire per forza
Penso che avere un perché sano sia il motore più potente che ognuno di noi possa avere. E su cui possa contare 🚀
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80 e sentirli tutti. Ma proprio tutti. Soprattutto gli ultimi 6 (anni, senza di te)


Al di là di tutte le riflessioni strappalacrime che ogni tanto mi capita di leggere su Facebook quando cade la ricorrenza ovunque tu sia – che rispetto, ben inteso, scritta anche da me qualche volta – mi sono soffermato a pensare che gli 80 anni che avresti compiuto oggi si sentono eccome.
Pesanti come macigni.
Si sentirebbero fossi tra noi perché saresti ben presente come al solito, imprenditore austero e uomo tutto d’un pezzo, vecchio stampo, col tuo carisma e quella capacità di infondere sicurezza che anche quando le cose vanno a rotoli, tu sei in grado non solo di dire si sistemerà tutto ma di farti sentire al sicuro anche fossimo nel pieno di una tormenta siberiana.
Perché il fatto che oggi avresti questa età – o forse ovunque tu sia nel mondo, nell’universo o altrove con qualsiasi unità di misura cosparsa di eternità nel range di scenari possibili – si sente lo stesso.
Io non so se credere a tutte quelle cose che dicono che siamo fatti di energia e la materia è energia e allora si tratta solo di frequenze diverse perché la materia ne ha di più basse mentre la luce di più alte, etc. (ciò che oggi in sostanza viene interpretato oggi dalla quantistica – vedi il video sul focus nell’articolo Differenza tra cose importanti e cose urgenti – è molto bello): è che quello che mi viene da pensare, comunque, è che bene o male se si sente è forse perché un segnale arriva.

Da dove non si sa, cosa significhi, neanche.

Mi domando se per te sapere cosa stiamo combinando e come lo stiamo facendo ti interessi, se ti giungano le parole, se le riesca ad ascoltare e se persino possa intervenire.
L’anno scorso – dato che Facebook ti ricorda le ricorrenze così si pubblica di più – ti scrivevo buon compleanno a te che sei sempre nei miei pensieri.

Questa cosa dei pensieri ha a che fare con l’energia di cui sopra, evidentemente, visto che essi non sono che impulsi elettrici e che essendo ricorrenti formano le loro onde sequenziali, una dietro l’altra perché è uno dietro l’altro, a confermare sempre quanto si ha in testa, come una profezia auto avverante.

Perché qualsiasi cosa prima di esistere è stata un pensiero nella mente di qualcuno.

La chiamano legge di attrazione, la chiamano fisica quantistica, la chiamano in mille modi diversi ed è sempre la stessa cosa.

Che quello che pensi, in qualche modo accade.

Non sempre, non sistematicamente.
Magari neanche volutamente. Ma i pensieri, in qualche modo, sono COSE.
Io so che in alcuni casi amo farmi un giro in moto e per sentirmi vivo e libero indosso il mio paracadute e assaporo il salto da un aeroplano. Quell’aria fresca e l’odore pungente della benzina avio mi fanno sentire stra vivo, pieno e d’impeto faccio il balzo perché sono attorniato da persone come me, in frequenza, che non hanno alcun problema a stare in porta con 4000 metri sotto, a guardare il compagno appena lanciatosi, contando 10-9-8.. per la separazione verticale e saltare. Saltare. Saltare.


E giù. E via.
250 km/h.

Libertà.

E mi domando ancora se pensieri così ti giungano e cosa penseresti che ora lo faccio come disciplina, che è il mio sport, che quando avevo 18 anni mi avevi accompagnato a fare il primo lancio tandem.
Alla fine NO, non ti sto assolutamente ad elencare cosa abbia fatto in questi 6 anni in cui non ci sei più stato, almeno nella frequenza di materia.
Ti dico solo, veglia su di me. Che l’impresa abbia successo. Che le creature meravigliose che mi sono state donate siano sane. Che possano essere felici le persone.

Da 7000 m come ti cambia il mondo


È una visione diversa, si può immaginare.
Di solito 4000 m bastano e avanzano. Sali e sale l’adrenalina. L’organismo ti prepara e ti fa domandare “perché..? Perché??” e tu gli dici “perché l’ho deciso io – fidati. Ascoltami tu per una volta”.
E la vocina interna si mette buona. Piccoli bei respiri, rilassati.
Ai 3000 m chiudi il caschetto, fai i controlli, saluti gli amici con te con i soliti rituali, dei saluti speciali, riservati solo a quel piccolo gruppo di 10 uomini che stanno per saltare da un aereo.
Solo che questo è avvenuto a 7000 m di quota l’altro giorno, con l’aria rarefatta e l’ossigeno indotto per cannuccia per evitare malori. Pronti al salto da 3000 m in più.
Quasi il doppio del solito.
Perché?
Il perché è semplice. Si tratta di alzare l’asticella.

Il salto è una metafora importante. Non è solo e sempre la solita manfrina dell’uscita dalla zona di comfort.
È semmai un salto psicologico. Un salto mentale. Un battesimo, una benedizione di chi sei con il controllo di te sul tuo io inconscio, quella vocina che non ti fa fare le cose e che è progettata per preservare al massimo le tue forze senza troppi sbattimenti.. ma che alla lunga ti fa rimanere sempre allo stesso livello. Che per molti, purtroppo, corrisponde tristemente alla mediocrità. Non sto dicendo che se non salti sei un mediocre, non scherziamo. Sto dicendo che la vocina, fosse per lei, non ti farebbe fare nulla.
La negoziazione con l’inconscio e il salto uniti possono fare grandi, grandissime cose.
Non siamo malati di adrenalina, noi paracadutisti. Personalmente sono un padre di famiglia, con due bambini e sono un imprenditore in editoria. Ho molte responsabilità.
Saltare per me è ogni volta alzare l’asticella, è acquisire nuove competenze in aria, è diventare più me stesso, grazie al supporto del mio io inconscio. E i risultati, direttamente o indirettamente, in azienda si vedono.
E se non fosse una disciplina dove la sicurezza e l’ordine sono FERREE, non la praticherei per nulla al mondo, mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità per i miei figli e per la mia azienda.
Ma non sono l’unico a pensarla così. Ti invito a guardare questo breve video di un personaggio direi più che noto che spiega cosa significhi affrontare le paure e mettere a tacere la “vocina”.


Se hai guardato questo meraviglioso video dove con estrema energia Will Smith racconta cosa significhi per lui saltare da un aereo e ti abbiamo convinto, per favore, contattami o scrivici un messaggio tramite il modulo sottostante – credo fermamente potrò farti avere quanto da lui stesso espresso.

Ho progettato e ideato con un team di paracadutisti esperti e alcuni psicologi fortemente innovatori una soluzione unica al mondo e attraverso l’uso di alcune pratiche molto specifiche (e non solo tecniche, finalmente) otteniamo con effetto duraturo un risultato concreto a livello profondo sull’abilità di conduzione di sé stessi e degli altri.

Cieli blu!
PS: se vuoi vedere il video integrale del mio salto da 7000 m lo trovi qui – (e ti invito a guardarlo fino in fondo perché essendosi spostata la telecamera sul caschetto puoi vedere tutte le manovre di pilotaggio della vela in soggettiva.. sembra sia proprio tu ad avere il paracadute sopra di te 🙂