L'importanza della condizione [seconda parte]

..allora mi sono reso conto che l’assopita attitudine alla scrittura diventava via via più libera di essere. Non dovevo scrivere per fare business ma scrivevo in maniera disincantata e senza condizionamenti, senza “legami”.
Così le riflessioni che desideravo fossero disponibili pubblicamente affinché potessero essere utili a qualcuno, quando raggiungevano due, tre persone era già molto OK. Perché era già qualcosa. Ed ero felice. Probabilmente sapendo che qualche parola raggiungendo qualche persona poteva produrre qualche risultato, qualche effetto per qualcuno.
Allora, a quel punto, la considerazione successiva era la seguente:
Permettere agli altri di essere. Se permetto a me stesso di essere me stesso e permetto agli altri di essere sé stessi svaniscono, spariscono, si polverizzano le condizioni del conflitto.
Permettere agli altri di essere quello che sono, consente a mia volta di permettermi di essere quello che sono io. Mi do il permesso di essere. Pazzesco no? Quante persone questo permesso SE LO NEGANO e di brutto, anche? Ho riscontrato nella mia esperienza la maggior parte, in verità.
E se io permetto agli altri di corrispondere alla loro natura, forse per una delle tante leggi della vita che l’uomo non ha ancora racchiuso nella scatola della scienza, gli altri permettono a me di essere chi sono, senza condizionamenti.

Permettere agli altri di essere quello che sono senza preoccupazioni di sorta.

Mi spiego meglio.
Quand’anche tu avessi determinate aspirazioni che cozzano inavvertitamente contro quelle di qualcun altro – non perché egli ne abbia ma proprio perché magari non ve ne sono – ti trovi in automatico in una condizione in cui non ti è permesso di esprimerti liberamente.
Allora è fondamentalmente una questione di culo (termine tecnico) se hai aspirazioni e non “dai fastidio” a nessuno. Che incidenza statistica sussiste nel momento in cui tu vuoi realizzare qualcosa che non rompa le scatole necessariamente a qualcun altro e che è a favore anche di qualcun altro?
A questo punto il potere dell’intenzione interviene con maggiore forza: è molto più importante comunicare un’autentica attitudine di voler fare il bene collettivo che decidere di fare bene e basta perché fare bene e basta può essere non chiaro a qualcuno e l’altro non permetterà di essere chi sei e realizzare quello che vuoi fare se non è ben esplicitato che quello che stai facendo lo è anche per lui.
Almeno come lo intendi tu, benché bonariamente. Intendere come lo intendi tu non è abbastanza. Perché lui intende un’altra cosa nella sua testa. Ha il suo mondo percettivo.
L’efficacia della mia comunicazione è in diretta relazione al recepimento da parte tua.

In sintesi: se hai voglia di farti un mazzo tanto ma non lo comunichi in maniera che gli altri siano tranquilli, interverrà in loro la paura e non ti aiuteranno a favorire le condizioni.

  • La condizione è il campo arato con la terra fresca e ricca di minerali appena bagnata dal fiume che favorisce la fertilità e quindi la nascita delle colture che porteranno i buoni frutti della semina e del raccolto.
  • La condizione non è affatto scontata ed è il tempo meraviglioso senza una nuvola e senza vento con la vista a decine di chilometri e il cielo terso ove effettuare lanci col paracadute portando a termine tutti gli esercizi e a fine giornata ti bevi pure una birra con i compagni.
  • La condizione è una tavola originale di un artista che vuole vedere il suo libro stampato con te e solo con te perché ha visto i tuoi lavori precedenti e ha fiducia della resa cromatica, lasciandoti carta bianca su come fare per arrivare ad ottenere il libro perfetto.

La condizione è avere attorno persone che hanno fiducia in te e alle quali non trasmetti alcun timore perché quand’anche fossi percepito come diverso è solo perché non sei omologato rispetto ai canoni dei più. Ricordando che Jobs diceva che i pazzi sono quelli che hanno creduto di poter cambiare veramente il mondo. E l’hanno cambiato.

“Imparando a usare i nostri pensieri in maniera produttiva, diventiamo potenti” – Louise Hay.
E allora la differenza tra colpa e responsabilità è quando ti assumi la responsabilità delle scelte rimboccando ulteriormente maniche già rimboccate, agisci per costruire e mai per distruggere e ti dai per contribuire alla collettività.
Se la condizione è favorevole, bene. Se è s-favorevole, bene.
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L'importanza della condizione [prima parte]


Sento dappertutto dire “la responsabilità è tua”, “sei responsabile di ciò che ti accade” o ancora “sei responsabile di ciò CHE accade” quindi persino più genericamente e poi, “la responsabilità che non ti assumi è dare potere all’altro“, etc. etc. Tutto vero, d’accordo. Ho deciso in passato di assumermi via via sempre più responsabilità.
Non mi sono fermato e mi sono chiesto: sono un irresponsabile se voglio essere responsabile?

Che si diventi responsabili o non lo si diventi nonostante lo si voglia, alla base, va compreso:

  1. cosa significa essere responsabili?
  2. cosa di preciso non ci consente o ci impedisce di esserlo?
  3. di cosa siamo responsabili veramente?

Risposta possibile alla domanda 1: Noi abbiamo responsabilità di quello che siamo noi. Abbiamo responsabilità anche su quello che noi non siamo. Spesso mi sono trovato di fronte a una spasmodica e smaniosa voglia di responsabilità con uno slancio poderoso verso tale responsabilizzazione. Diventare abile nel dare risposte. Essere un abile risponditore.

Respons-abilità.

Sostengo che le abilità – lo step successivo nell’essere capace di fare qualcosa – possano essere acquisite. Sono conoscenze trasformate in azione. Si chiamano competenze. Le competenze sono gli strumenti per fare le cose e per cui quando sei particolarmente bravo, ti chiamano a farne di determinate nel momento in cui qualcuno ne ha di bisogno.
Quindi, per dare una risposta breve, siamo responsabili delle nostre abilità che sono le nostre conoscenze trasformate in azione a uno step successivo.
Allora, per essere responsabili, cosa dobbiamo fare?

  • Studiare qualcosa, diventare esperti applicando quel qualcosa al punto di essere responsabile per quello che dici e per quello che fai, in relazione agli altri.

Risposta possibile alla domanda 2: non ci è consentito essere responsabili di ciò per cui non siamo responsabili. Ciò per cui non siamo abilitati nel dare risposta non appartiene alla nostra sfera d’influenza. Possiamo intervenire sulle cose per cui possiamo intervenire ma non su quelle su cui non possiamo intervenire, ovvero quelle che non sono di nostra competenza. In pratica: non possiamo far finta di sapere ciò che non sappiamo. 
Il problema è quando qualcuno vuole intervenire sul tuo senza badare al proprio. Un po’ come dire, guardare nel piatto dell’altro. Tradotto: quando un terzo vuole intervenire non nel proprio ambito di competenza (facendo peraltro credere all’altro di essere competente e ingannando se stesso) ma nel tuo. Nulla tu sai o ti è dato sapere del suo – che viene peraltro gelosamente custodito. Ma per lui, il tuo è anche suo. In virtù di cosa non si sa bene ma stai certo che il fare le pulci è una particolare specialità.
Ti faccio un esempio. Noi non siamo responsabili dell’educazione dei figli degli altri ma siamo responsabili dell’educazione dei nostri. Qui possiamo intervenire sulla nostra sfera di influenza. Se mio figlio bestemmia, è una mia responsabilità direttamente correlata alla mia educazione nei suoi confronti. Se è il figlio di qualcun altro, non è mia responsabilità ma lo è nel momento in cui mando lo stesso mio figlio a scuola con quello che bestemmia.
La mia responsabilità è poter / dover mandare mio figlio in una scuola in cui non si bestemmi. Poi, in pratica, cambiargli scuola per un singolo episodio magari è da pazzi. Ma mandarlo in un ambiente basso facendo finta di niente, lo è.
Un esempio macroscopico come questo è attuale nel mondo del lavoro. Se non si è felici delle condizioni di lavoro in cui ci si trova, è nostra responsabilità NON cambiare quelle condizioni (come a dire cambiare l’immagine riflessa di uno specchio) ma cambiare NOI (cambiare l’immagine da riflettere) lo è.
E cambiare noi in relazione a quel lavoro, presume quasi sicuramente cambiare lavoro. Ma se non cambiamo anche noi, è probabile che troveremo le stesse problematiche altrove. Ebbene, questa è NOSTRA responsabilità.

  • Cambiare è una nostra responsabilità e appartiene alla nostra sfera di influenza.

Risposta possibile alla domanda 3: nonostante la nostra società stia progredendo a una velocità pazzesca e via via crescente, c’è una altrettanto crescente necessità di crescere umanamente e spiritualmente come ad indicare che a forza di usare l’emisfero sinistro del nostro cervello per aggiudicarsi la parte pratica e razionale e quindi la ragione delle cose (e il consenso delle persone in una società che preferisce la giustificazione del raziocinio all’attitudine di creare) e delle situazioni, abbiamo bisogno “naturalmente” cioè per via naturale che l’emisfero destro della creatività e dell’armonia sia in equilibrio con quello sinistro.
La natura tende sempre all’equilibrio. E sceglie sempre la via migliore per lasciare scorrere l’energia.
E allora mi sono accorto che mentre leggevo solo di finanza, biografie e libri “tecnici” e di business divenivo scettico, cinicamente pratico mentre il mio comportamento veniva influenzato verso un tipo di collocazione del mio essere nel contesto.
Mentre leggevo libri di spiritualità, di armonia universale, di allineamento tra spirito e ragione, anima e corpo, socialità e contesto, divenivo via via più comprensivo e benevolente verso il mondo.
Siamo quindi responsabili di come alimentiamo la nostra mente. Sono a un corso di business mentre scrivo, è domenica mattina.
Sono in un luogo distante da casa per imparare mentre i miei figli e i miei cari sono a casa senza di me. Scelte.
Il mondo è come uno specchio. Per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Per riprendere l’esempio qui sopra, noi non possiamo cambiare l’immagine riflessa in uno specchio. Dobbiamo prima cambiare l’immagine da riflettere. Cioè la sorgente. Cioè, NOI.
Allora mi sono reso conto.. [continua la lettura L’importanza della condizione – seconda parte]
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Sulla via di Damasco

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Un piccolo gesto, uno dopo l’altro, piccolo più un altro piccolo. Più un altro piccolo. Pochi euro. Un piccolo pensiero. Pensare all’altro anche per una piccola cosa. Per una piccolezza. Non è privarmi. Un piccolo dare è un grande dare.
Ero uno di quelli che diceva “sarei generoso, molto generoso se potessi..”. Mi sono reso conto di avere fatto uno switch. Un cambio di mentalità. Una specie di piccolo cambiamento sulla via di Damasco. Nulla ovviamente di così eclatante come la storia che ci è stata raccontata mille volte da piccoli. Una cosa che vale tanto in ufficio quanto per strada, al ristorante, al supermercato, in relazione professionale o semplicemente.. umana.
Quello che gli anglosassoni chiamano Paradigm Shift:

  • Dal pensare che anziché essere in un’epoca di crisi viviamo nell’epoca più prospera di sempre.
  • Anziché prendere per vero incondizionatamente il postulato economico relativo alle risorse che sono scarse al concetto di abbondanza planetaria e rispetto per madre Terra.
  • Dal prima io e poi te o prima te e poi io a io e te, assieme. Dalla sostituzione all’integrazione.
  • Non dall’essere egoista all’essere generoso ma al fare una cosa per l’altro che aiuti tutti e due. O al farla incondizionatamente, che va bene lo stesso.

Solo un piccolo cambio di paradigma. Che suona più o meno così: “non ti preoccupare, penso io a quella cosa per te”. Anche senza necessariamente doverlo dire all’altra persona. Il piccolo shift di pensiero passa da “se potessi, farei” a “che possa o non possa non conta, faccio il mio possibile. Intanto faccio qualcosa e quando potrò di più, farò di più”. Che è diverso dal non fare niente.
Riconosco la dignità dell’altro. Quando è l’altro a non riconoscerla, che fare?
Spostare l’attenzione. Mettere il focus su ciò che conta per te. Non dove lui vorrebbe lo mettessi. Non fare il suo gioco, ma il tuo. Personalmente continuo a fare quello che sto facendo. Per esempio facendo un piccolo gesto per la persona meritevole a fianco.
Non siamo tutti meritevoli della stessa dignità. In Sette anime il protagonista voleva essere certo delle persone che desiderava aiutare, osservandole senza che loro lo sapessero e riconoscendo loro in seguito “sei una brava persona”.
Non siamo buonisti, suvvia. Non siamo tutti brave persone. Non conta essere peccatori o cazzate simili. Conta come ti comporti in relazione a te stesso, agli altri, alle cose e alle situazioni. Negando la dignità dell’altro la si nega a sé stessi. Il piccolo gesto di riconoscimento pensando all’altro, almeno, dona a quella persona un sorriso, uno stato dell’animo. Una cosa che può cambiargli la giornata.
La famosa frase del Mahatma Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” rispecchia, credo, questo. Almeno in parte.
Niente miracoli. Piccole cose. Una e poi l’altra.
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Il bello sta accadendo proprio ora

Ne sono assolutamente convinto. Capire dove siamo calati ci fa rendere conto che ciò che conta è la visione del mondo che abbiamo. La nostra visione ci restituisce la felicità o l’infelicità delle nostre giornate.
Se per esempio pensi che “sta la crisi” e che il mondo sia brutto e cattivo, continuerai a trovare conferme di ciò attorno a te. Basta farci caso.
Se pensi invece che viviamo nell’epoca più prospera di sempre, inizierai mano a mano a notare delle piccole differenze come nelle figure della settimana enigmistica.

Trova le differenze (foto un po’ datata).

La realtà oggettiva è la stessa mentre sei tu l’arbitro che nota ciò che desidera notare. Vuoi vedere i pregi di una persona? Vedi i pregi. Vuoi vederne solo i difetti? Vedi solo quelli. Perché tu hai deciso cosa vuoi vedere di quella data persona.
Così è per le cose.
Le persone vedono le cose non per come sono. Vedono le cose per come sono loro.
L’essere umano è un animale – ebbene, sì – che si è distinto tra tutte le altre specie per avere una mostruosa, efficacissima e velocissima capacità di adattamento e allo stesso tempo per essere decisivo nell’abilità di plasmare la realtà attorno a sé. Proprio in virtù di una visione.

La capacità di certi uomini di vedere le cose prima che esistano è ciò che ha fatto fare salti all’umanità intera, è ciò che ha spinto in avanti la veloce evoluzione dell’uomo, concentrata in particolar modo negli ultimissimi secoli.

Considerato che il trend è moltiplicativo, ci troviamo oggi in una fase di accelerazione di questo fenomeno.
E se per contro l’umanità cessasse di esistere dall’oggi al domani, il pianeta terra si riapproprierebbe del verde totale in meno di dieci anni. La natura crescerebbe rigogliosa ovunque. L’intero pianeta tornerebbe a respirare aria pura pressoché istantaneamente e si depurerebbe nel corso di qualche secolo, nella sua lenta corsa verso la fine di tutto, fra 5 MLD di anni quando il Sole diventerà una gigante rossa e ingloberà parte del nostro sistema solare, inghiottendo la Terra. Sì, tutto questo un giorno finirà.
Dicevamo, l’uomo plasma la realtà intorno a sé – finché ne ha tempo – in virtù di una visione.

Quella che era solo una lingua di deserto negli anni ’90 testimoniata dalla foto datata 1990-2008 di cui un po’ più su – solo immaginata nella mente di qualcuno – oggi è una metropoli pazzesca che muove milioni di persone e miete primati uno dietro l’altro. Questa città è Dubai.
Un isolotto lussureggiante e selvaggio comprato per una pipa di tabacco – 20 $ mi pare – popolato da laghi e attraversato da fiumi e fiumiciattoli, oggi è New York e l’isola è Manhattan con l’incredibile quantità di grattacieli che conosciamo. Il tutto in poco più di un paio di secoli, nulla nell’andamento temporale del nostro contesto.

Una cosa è sempre prima un’idea nella mente di qualcuno. Basta immaginarsela. Poi “basta” proiettarla adoperandosi per creare le condizioni per manifestarla.
..poi basta farla.
Ricapitolando:
1. Immaginare
2. Creare le condizioni
3. Fare
L’antica Roma è stata una visione di Romolo prima di diventare la metropoli che ha dominato il mondo dell’epoca per un buon migliaio di anni.
Ma nei milioni di anni attraversati prima di conoscere l’uomo come creatura adattiva nel suo upgrade moderno, in un contesto che ha all’incirca 4.8 MLD di anni (l’età del meraviglioso pianeta che ci ospita), abbiamo iniziato a svilupparci non certo quando la vita è apparsa 3.8 MLD di anni fa ma solo negli ultimi circa 200.000 (la matematica non è mai stata il mio forte ma se non erro è lo 0,004%).
Non è successo niente fino a circa 10.000 anni fa, fino almeno alle prime civiltà note, come ci è dato sapere. Quelle che ci insegnano ancora alle elementari che elenco per sommi capi: Mesopotamia, Cina, India per arrivare a Babilonia, Antico Egitto, Antica Grecia, Alessandro Magno, Impero Romano.

  1. Nell’anno ZERO eravamo 170 MLN.
  2. Nel 1800 eravamo 1 MLD.
  3. Oggi siamo quasi 8 MLD.

Questi dati – e datemi il beneficio d’inventario – ci restituiscono un’idea: che la curva è ESPONENZIALE.
Noi ci troviamo ora nel picco più in alto.

  • Viviamo nell’epoca più pacifica di sempre.
  • Viviamo nell’epoca più in salute di sempre.
  • Viviamo nell’epoca in cui il benessere è nella sua fase più estesa di sempre (sì, la disparità è ancora amplissima ma si è ridotta anche solo fino a 20 anni fa).
  • Viviamo nell’epoca dell’accesso immediato alla conoscenza: significa oggi che se si è ignoranti è perché lo si vuole. Non esistono più scuse, ognuno ha la possibilità di documentarsi, formarsi, fare esperienze di ogni tipo.
  • Viviamo nell’epoca dell’arbitro dove l’arbitro è ognuno di noi.
  • Ah, viviamo anche nell’epoca, da poco più di un solo secolo in tutto questo – un soffio! – in cui possiamo salire su un aereo e in una manciata di ore (grazie a una manciata di euro, non decine di migliaia com’è stato fino a epoche recenti) e trovarci ovunque sul pianeta.
  • Poi, sono di parte, viviamo nell’epoca in cui possiamo salire su un aereo e uscirci mentre questo sta volando e volare noi a nostra volta. Ma questo è un altro discorso.
  • Viviamo nell’epoca in cui parliamo non più a qualche decina di persone in una vita intera che si e no fino a qualche anno fa i nostri nonni conoscevano nel corso di tutta la loro esistenza.. siamo nell’epoca in cui persone comuni possono raggiungere centinaia, migliaia, milioni di persone esprimendo il loro pensiero in una forma più che mai libera e meno che mai censurata.
  • Viviamo in un’epoca che diamo per scontata, ma non è così. Basta togliersi le fettine di prosciutto dagli occhi, aprirli per lo stupore e uscire di casa. Sì, il mondo è in casa in un computer, è persino in tasca in uno smartphone.

Ma il mondo vero è là fuori e basta solo andare a prenderselo.
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Quanti anni ho io?

La splendida ragazza che ha servito il mio amico Ale e me qualche sera fa in uno dei locali più belli sulle Torricelle con una vista incredibile sulla nostra città, Verona, mi ha dato del Lei. La giovane ragazza era ineccepibile: sorridente, precisa, solerte, meravigliosamente gentile. Ha contribuito a migliorare la burrata che ho preso che già era fantastica di suo. E la nostra serata.
In più, quando il mio amico Ale e io siamo fuori a cena, amiamo analizzare “l’atteggiamento commerciale” dei camerieri. Sarà perché siamo appassionati d’impresa, sarà perché lui si occupa a sua volta di ristorazione, sarà perché siamo sempre attenti ai profili validi o perché semplicemente ci piace migliorare e notare anche il miglioramento negli altri.
Secondo noi, i camerieri sono dei veri e propri venditori. Meglio ancora quando vendono senza vendere, cioè quando l’abilità di vendita non è palesata se non fino a quando il commensale non manifesti la sua soddisfazione apprezzando la portata e gratificando il cameriere con un bel grazie – cosa non affatto scontata (se non con una mancia che gratifica anche le tasche del consapevole “valorizzatore di situazione” – composta evidentemente da cibo, location e.. gentilezza). E ci fa inorridire quando la categoria viene trattata da pezza da piedi, soltanto perché serve.

Se ci pensi, servire = essere utile.

E quando sei fuori a cena e detto tra noi, non te ne devi fare, è ancora più bello se questo essere utile da parte di una persona sconosciuta è disinteressato perché finalizzato solamente a fare bene quello che sta facendo.
Ma torniamo a questo Lei. Cavolo, ho trentanove anni, mi sento un ragazzo! Che sia la barba? L’aspetto? L’atteggiamento? Le esperienze che magari mi hanno reso apparentemente un po’ più burbero di quello che dovrei essere?
Ho imparato ad essere gentile. Anzi, sto imparando. Qualche settimana fa ho preso questa decisione: “sii gentile“. Cercando il più possibile di non perdere occasioni per esserlo.
Guarda caso, qualche giorno fa mi è capitato tra le mani questo libro: Il libro della gentilezza del CORBACCIO, che ho avidamente iniziato a leggere. E che consiglio a t-u-t-t-i. A riprova che sono i libri a scegliere noi.

Sto imparando ad essere gentile. Anche con chi ha con sé dei fiori come il bimbo in copertina. Anche se non è bimbo e viene da lontano.
E in verità quando la nostra deliziosa assistente mi ha dato del Lei, non ci sono affatto rimasto male. So di essere giovane.. Ma mi premeva capire perché.
La ragazza molto pacificamente ci ha risposto “perché è nel mio modo di fare, è professionale, lo faccio per riuscire bene ed essere brava”. Sinceramente adulti da 30-40-50 anni che danno risposte del genere non è così frequente incontrarli. Questa ragazza ci ha rivelato poi avere ventidue anni.
L’età è così un fatto percepito. L’età anagrafica non ha nulla a che vedere con l’età del proprio spirito. Con l’età del proprio comportamento. Con l’età di come ci comunichiamo verso gli altri.
Quanti anni ho io?
Quanti anni credi di avere tu?
Magari te li porti molto meglio. In una testimonianza d’impresa, recentemente, i ragazzi di quarta e quinta di un Liceo Scientifico mi davano poco più di trent’anni e si sono stupiti quando ho loro rivelato di avere due figli di cui uno grande di dieci anni.
L’età è un fatto relativo. Grande a dieci anni? Vecchio a trentanove? Mi sono appena definito giovane.
Mia madre ne ha settantacinque ed è una meravigliosa ragazza. Ale ha qualcosa in più di me e non sembra averne quaranta (o forse quarantuno.. non lo so neanche, non importa).
Viviamo in media trentaquattro anni in più rispetto ai nostri bisnonni, esiste un fenomeno che è una nuova vita oltre alla vita che già abbiamo, una vita che sta dentro abbondantemente all’età della ragazza che ci ha così gentilmente serviti e praticamente alla mia età di oggi.
L’età che siamo è l’età di quello che siamo per gli altri. E credo che per farci percepire più giovani possiamo essere più gentili. Ma senza interesse, non certo per l’età. Per essere semplicemente più gentili con gli altri.
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DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d'impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio

Domani sera il quarto e ultimo appuntamento della decima edizione de Il Cenacolo dell’Impresa:DI PADRE IN… FIGLIO!? – Ruoli e step nella continuità d’impresa, i giusti manager, i patti di famiglia, la tutela del patrimonio”, dopo tre incontri dallo scorso autunno che hanno visto la partecipazione di più di 300 imprenditori.

In questa occasione avrò la possibilità di raccontare la nostra esperienza ma soprattutto di mettere a disposizione di imprenditori e professionisti non solo ciò che va fatto ma anche ciò non va fatto per trarre spunti di utilità per gli altri.
Ci si può registrare sul sito di Confindustria Verona e/o sul link qui sopra.
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Persone come Nick sono persone illimitate


Se un essere umano partito nel modo più svantaggiato possibile è riuscito a trasmutare e a ispirare milioni di persone attraverso la sua esperienza, perché persone “normali” non perdono occasione di lamentarsi e a non adoperarsi per fare le cose?
E non dico per fare le cose “solo” per gli altri, ma nemmeno per sé stesse.
Questo ragazzo ha tentato il suicido a 10 anni. A 10 anni (!).
“..non puoi sapere quello che puoi ottenere almeno fino a quando non ci provi” – così gli hanno detto successivamente i genitori, iniziando poi a imparare a pescare, a nuotare, a fare surf, snowboard e giocare a golf.
“Per ogni disabilità possa avere, sei compensato con tutte le disabilità che non hai”, Dice Nick. E se la disabilità peggiore risiedesse proprio nei limiti che abbiamo in testa? E se fosse una finta disabilità?
Mica necessariamente per superare chissà quali sfide.. sarebbe sufficiente superare la sfida di erodere i propri limiti mentali.
Io stesso ho visto lanciarsi un ragazzo sulla sedia a rotelle sopra il deserto di Dubai. I limiti sono solo nella testa delle persone.
E per una buona volta e senza falsa ipocrisia, bisognerebbe smetterla di continuare a frequentare persone limitate. I loro limiti, diventano i tuoi.
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"Mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno" (articolo)

Il “pauroso conservativo” ti controlla. Non lo sai perché pensi ad altro mentre lui monitora quello che fai senza che tu te ne accorga perché sei spontaneo nella tua innocente ingenuità mentre provi a costruire qualcosa, nonostante. Ma tu invece poi.. te ne accorgi eccome.
Capisci chi è veramente. Prima “senti” solo che qualcosa stride ma non capisci perché. Poi deduci dai comportamenti. Che trovano conferma nel tempo, negli anni. E colleghi i puntini, per dirla alla Steve Jobs anche se non è esattamente questo il tema.
E cosa monitora? Che tu non osi immaginare di cambiare lo status quo.

Guai a cambiare lo status quo.

Il pauroso conservativo detesta il cambiamento, lo mette in allerta e lo manda in sbattimento. Quando si sente minacciato attacca colpendo basso agganciandosi ai pretesti per porti in condizione di difficoltà quando meno te lo aspetti. Non guarda in faccia a nessuno. Lo status quo e sfregarsi le mani quando sei in difficoltà, hanno la massima priorità.
Il pauroso conservativo non riconosce. Ed è questo il punto. Oltre a ciò, difficilmente comunica. Si porta dietro il fardello delle sue esperienze passate che lo hanno appesantito e le scarica sui malcapitati di turno che – magari – gli hanno dato nel frattempo anche la massima fiducia.

“Mi piacciono le persone che per brillare non spengono nessuno” (cit.)

Sfogliando le immagini salvate dal web sul telefono, ho trovato questa citazione, non so di chi sia ma ho deciso di divulgarla prima su Instagram, poi, su richiesta di un’amica che riconosce, su Facebook.
Grazie ai commenti di altre persone, ho deciso di approfondire l’argomento con questo articolo.

Perché molte persone che si sono sentite coinvolte e si sono sentite in qualche modo “vittime” dei paurosi conservativi, spesso, troppo spesso, pensavano di essere sbagliate loro.

Perché il pauroso conservativo agisce subdolamente, spesso interagendo con l’emotività della vittima.
Il pauroso conservativo manipola.
Il pauroso conservativo è un mediocre che sa di esserlo e usa la presunzione per innalzare le qualità che inevitabilmente anche lui ha. Tuttavia non abbastanza da non liberarlo dalla mediocrità della sua natura.
I mediocri spengono gli altri sistematicamente per abbassarli al loro livello e poi più giù così da sembrare sopra.
I mediocri non vogliono cambiare le cose, salvo poi lamentarsi degli altri, alle spalle naturalmente, in particolare di chi le vuole cambiare, osteggiandoli e facendoli sentire inadeguati.

Non tengono conto delle qualità altrui, dello studio, dell’impegno, delle esperienze, dei viaggi, delle relazioni, del lavoro svolto e nemmeno del successo ottenuto oggettivamente.
A loro interessa che il loro interesse non venga in nessun modo intaccato. Che lo status quo permanga sempre, costi quel che costi. Sono ancorati e non si sganciano. Non mollano. Non capiscono. Il loro piccolo potere è un feudo contornato di yes men e uomini manipolati che non pensano con la loro testa, convinti invece di farlo.
Sono persone guidate dalla paura. Alla lunga, è sempre l’inconscio il vero driver.

Credono di agire per il bene comune perché in fin dei conti se ne sono quasi auto convinti ma in fondo al loro cuore sanno di non essere loro, quelli adeguati. L’importante è non cambiare le cose.
L’importante è resistere, a ogni costo. E il prezzo è alto, come suggerisce Sebastiano Zanolli (grazie a Facebook per l’accadde oggi che cade a pennello).
Non per il bene comune, lavorano sui personalismi fingendo sia per il bene comune, elevandosi a salvatori della patria pur con manifesta inadeguatezza, valorizzando abilmente e subdolamente il poco che sanno fare. Sono abili mascheratori. Sono abili manipolatori.
Hanno la pazienza degli anni, facendo breccia sulla bella faccia e il cattivo gioco.
La soluzione è smascherarli rendendosene conto. La consapevolezza maturata nel tempo restituisce, prova dopo prova, la loro natura e l’intimo essere del loro agire. Non necessariamente in malafede, attenzione. Ma in relazione alla loro natura. Loro fanno il massimo di quello che possono per quello che sono.
Solo che non riconoscono e questo è il loro peggior problema. Che gli rovina la vita e la fanno rovinare agli altri, mediocri come loro e non.
La presunzione li acceca. Non capiscono quando è il momento di tirarsi indietro e cedere il passo.
Dal lato nostro, esserne consapevoli è la chiave. Fare bene comunque. Fare il bene comune. Veramente però. Essere umili. Lavorare per il meglio. Lavorare per il bene comune, nonostante.
Lavorare per le persone. PER VALORIZZARLE.
Loro non valorizzano, screditano.

A quanti si possono sentire “vittima” di chi ha loro avanzato tali angherie, ho questo messaggio: non siete tenuti a subirle.
Tutti partono sempre dal presupposto di essere nel giusto.
Tutti pensano siano gli altri ad averli defraudati di qualcosa. Tutti agiscono nella rivalsa.

Non esistono vittime.
Esiste la responsabilità di esserlo state, semmai. Di essersi lasciati sopraffare. Poi, la responsabilità è solo VOSTRA.
Paloma dice:
“Avere la mente e il cuore aperti, non sprecare tempo nell’invidia, sapere che sono le opere che parlano, e non le chiacchiere. Non sentirsi umiliati nell’essere “trampolino” per altri, perché si cresce insieme”.
Esatto, perché si cresce insieme. Non esiste io, esiste solo NOI.
Senza esporre le ricette di suor Germana per avanzare certi e sicuri nella vita, andare avanti dritti per la propria strada, consapevoli e con possibilmente ben chiaro in testa cosa si vuole essere senza esserlo a scapito di altri, aiuta a non cadere nei tranelli degli elementi negativi dati dai paurosi conservativi e dalla loro natura mediocre.
Riconoscerli e rispettarli è il primo passo avanti. Poi gentilmente discostarsene e proseguire per la propria via, costruendo e valorizzando gli altri è la cosa da fare. In pratica, occorre fare il contrario di quello che fanno loro per elevarsi rispetto a te. Non serve elevarsi. Non serve manipolare. Basta fare. Fare bene per gli altri. T-u-t-t-o-q-u-i.
Su Instagram un commento interessante è stato:

  • benedetti_barbara La realtà è ben più complessa, più grave di un semplice mediocre che per sentirsi superiore abbatte il più debole. Viviamo in un tempo di assoluta mediocrità. Il nostro sistema è mediocre. Da qui, cammina la nostra vita. Parliamo di libertà, quando la stessa è vincolata e soffocata dal potere. Bisogna imparare a difendere la nostra esistenza dal fulcro di quella mediocrità che premia quegli stessi mediocri dei quali non bisogna circondarsi. Il Tempo è prezioso e di una estrema bellezza. Basta guardare l’ora del Tramonto per capire quanto è meraviglioso esistere ed essere.

(Grazie Barbara). Ti ho risposto così, non è che il mediocre abbatta il più debole, perché non è detto quest’ultimo lo sia:

  • leonardoaldegheri Viviamo in un mondo in cui è vero tutto e il contrario di tutto. Da sempre, credo, ma non c’ero. Non posso raffrontare questa epoca di presunta mediocrità con un’altra, quella medievale, ad esempio. Viviamo nella relatività. Dire che “la realtà è più complessa” è un giudizio. Così come dire “la realtà è più semplice”. Più grave o meno grave sono anch’essi giudizi. Giudizi frutto della visione di ciascuno. Nessuno ha la verità in tasca. La verità è quella che credi sia la verità. Forse 😉 – grazie per il bel commento. L’attimo del tramonto è favoloso. Così come quello dell’alba. Così come il tempo in cui guardi il mondo con l’occhio del bello. Giudizio anche quello.. tanto vale la pena no? 🍀

Allora guardiamo il mondo con l’occhio del bello. Anzi, contribuiamo a costruirne uno più bello. Lasciamo un mondo migliore a chi verrà dopo di noi. Senza avere paura. Senza essere così conservativi. Fottiamocene dello status quo solo perché si ha paura della propria ombra e rimanendo immobili nel terrore di fare errori.
Guardiamo avanti. Tanto vale la pena, no?
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La vita rosea degli altri. E altre amenità.. a meno che?

Nel mentre in cui mi rendo conto di fare parte dei 387.000 nuovi casi di influenza del dicembre 2017 tra i giorni di Natale e Capodanno (che culo), tra le altre cose penso a come chiudere l’anno del blog.
Non ho scritto molti articoli quest’anno date le intense vicissitudini aziendali, l’impegno nell’editoria (più di cento libri meravigliosi realizzati per i migliori editori e nuovo record di fatturato 🙂 ) e lo sviluppo di Paracadutismo per la Leadership che ha visto due inedite e stratosferiche edizioni, a riprova che l’impegno, la forza di volontà e la perseveranza vincono sul talento. Poi se c’è anche un po’ di culo..
Devi sapere che questi giorni sono per me sempre determinanti per riflettere, tirare le somme dell’anno appena passato e beneficiare del pensiero slegato dall’operatività che inquina il naturale ambiente mentale.
Scrivo e programmo il 2018. Il 31.12.16 ho concluso l’anno con una meravigliosa stellona con i miei amici paracadutisti, per quest’anno ero pure prenotato ma rien da faire. Boom di influenza nelle feste.

Così sia.
31.12.17. Concludo l’anno nella lettura – tra uno starnuto e l’altro – e la scrittura. E come avviene in questi casi, dare un significato all’anno appena trascorso comporta il porsi alcune domande. Sì, perché tra aspettative e speranze, buoni propositi e lista degli obiettivi per il 2018 in arrivo tra qualche ora, si può rischiare di pensare anche a quanto siano fortunati gli altri, ai riconoscimenti mai arrivati, etc. etc. Ti succede mai di pensarlo?
Mi capita sotto mano qualche giorno fa questo splendido corto della Disney prima di una serata a coccolarmi i miei due cuccioli mentre fuori nevicava. Insomma il paradiso.

La vita rosea degli altri.
Non sai mai cos’ha passato la persona che hai di fronte. Vedi le nuvolette rosa degli altri. Ma non sai che c’è chi prova ad avere figli e non ci riesce. Chi ha perso il marito, giovane della mia stessa età, improvvisamente. Chi ha perso il padre dopo la madre. Chi ha smesso di suonare la batteria, che era la sua vita, per un male incurabile pur non avendo smesso mai di sorridere. Allegria?
Cose successe nel 2017, alcune solo qualche settimana fa.
Quando penso al senso della vita, non so darmi risposta.
In questo corto che ti invito a guardare, forse, qualcosa ci è spiegato. Qualcuno ha la nuvoletta grigia mentre gli altri l’hanno rosa. Non si da per vinto quando sembrava si fosse definitivamente rotto. Si attrezza. Allarga le spalle. Protegge la testa. E vola.
Ti auguro un 2018 STREPITOSO, FANTASTICO, STRAORDINARIO. Come sono uso rivolgere a chi sento. Qui lo faccio a chi sente me.. e gli capita di leggermi. Continua a volare.
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Umberto Eco – 40 regole per parlare bene l'italiano


Faccio libri di professione. In Grafiche AZ abbiamo a che fare con editori, illustratori ed autori tutti i giorni, da ogni parte del mondo. Per questo motivo più che essere stampatori e legatori ci consideriamo – e sentiamo – quasi quasi di più contributori della diffusione della conoscenza. Ed è per questo che riproponiamo le 40 regole per parlare bene l’italiano del magnifico Maestro Umberto Eco. Eccole!
“1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere”.
Tienile a mente quando si tratta di scrivere un libro.. (violazione delle regole 6 e 7) o anche di riscriverlo! (27)
A proposito, il nostro mitico Gek Tessaro ha riscritto – secondo, regole impeccabili – (19 e 24) un Pinocchio f-e-n-o-m-e-n-a-l-e (Lapis Edizioni).
Il ditino del Pinocchietto nell’immagine ci indica di leggerlo 🙂
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