Quando pensi di essere tu – e di rimanerci – in realtà ti stai sabotando

Quando pensi di essere così e non vuoi cambiare.. ti stai sabotando.
Quando affermi “eh, sono fatto così, questo è il mio carattere“.. ti stai sabotando.
Quando pensi di essere così e che le persone non cambino e anzi ti dicano “come sei cambiato” con un certo fare accusatorio e tu ci credi.. ti stai sabotando.
Quando sei come chi è convinto di essere nella ragione del mondo senza guardare a sé stesso come veicolo di aiuto per gli altri.. ti stai sabotando.
Quando sei convinto, invece di avere fiducia in te stesso, di essere sul piedistallo e che siano sistematicamente gli altri a sbagliare ed essere causa dei tuoi insuccessi.. ti stai sabotando.
Quando i tuoi insuccessi sono continuativi e tu insisti nella convinzione che sempre qualcosa ti sia dovuto.. ti stai sabotando.
Quando sei arrogante anziché sicuro di te, quando sei presuntuoso anziché efficace (cioè parli tu e non lasci parlare i fatti), quando sei superbo anziché grato dei tuoi talenti.. ti stai sabotando.
Sei continua espansione. Sei in continuo movimento.
Il mondo è in espansione e in movimento, continuamente.
Se resisti al cambiamento.. ti stai sabotando.
Se trattieni quello che vuoi essere e non fai nulla per muoverti nella direzione di quello che vuoi fare perché ormai, tanto, è tardi.. Oppure, al contrario, è troppo presto. E, in pratica, NON è mai il momento giusto.. ti stai sabotando.
Se non ottieni le cose perché è sempre colpa degli altri e non una tua responsabilità perché non te la assumi e soprattutto non fai mai niente per cambiare le cose.. ti stai sabotando.
Se credi che le cose siano immobili e nulla si possa fare per cambiarle.. ti stai sabotando.
Il tuo cervello ha il dono della neuro plasticità.
Cioè, cambia. Sì, è malleabile come il pongo.
Il tuo cervello come quello di tutti gli altri. Significa che continua a creare nuove relazioni tra i neuroni. Sì, è in continuo e costante cambiamento. Proprio la cosa fantastica che sta dentro la tua scatola cranica, continua a cambiare.
E non puoi cambiare tu?
Allora, ti stai sabotando. Da solo però. Non sono gli altri a farlo.. sei tu.
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Qual è il tuo scopo?

Nessuno.

L’abitudine di sentirsi dire che ognuno di noi ha uno scopo – chissà da quale destino dettato – ha un effetto collaterale.

Che è una medicina.

Serve a guarire.. momentaneamente. E ha effetti indesiderati. Perché parte dal presupposto che finché non lo trovi, non ce l’hai.

E non avendolo sei inutile perché non hai scopo. In verità il darsi uno scopo alimenta il marketing perché è come ti dicessero: “tu che non hai uno scopo, trova un’identità per te stesso dato che ne sei privo”. Cose così.

E dato che sei privo della tua identità vuol dire che non ce l’hai dentro di te.. ed è fuori che la devi trovare. Fuori! Capito no?

Tradotto: comprala 🙂

È fuori quello che dovrebbe essere già dentro.

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Così in qualche modo accade che ti stai deresponsabilizzando credendo che la responsabilità di trovare lo scopo sia tua e solo tua. E ti affanni a cercarla.. nel posto sbagliato.

Non c’è nessuno scopo.

Se non quello di affidarsi a terzi per riempire l’ipotetico vuoto lasciato da uno scopo fantasma. Non è che cercare il proprio scopo ci renda vuoti, quindi?

Non è che ricercare la felicità implichi di non essere felici? Io mi sono fatto un’idea che sta nella felicità come attitudine.

La felicità è un’attitudine.

Sei felice NON finché accade qualcosa ma prima che accada, a prescindere.

La felicità risiede nel percorso, mentre la cosa.. la fai. Mentre la compi.

In ogni suo singolo istante. Ciò a cui aspiri può anche non accadere mai.

Ma sei felice lo stesso.

A prescindere.

Non finché, ma comunque.

Non solo perché puoi dire “ci ho provato” ma proprio perché come recita un vecchio adagio, non esiste provare.. esiste fare.

Il viaggio ha un ruolo “di senso” nell’esperienza. Perché è il viaggio che permea l’esperienza. Perché è il processo, il percorso, l’insieme degli elementi vivendoli istante per istante che ti fa rendere conto delle cose.

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Non è incredibile?

La mappa, lo schema mentale, dice di solito: “sarò felice quando avrò raggiunto quel dato risultato, quella data cosa, quando avrò fatto, trovato, etc.”.

E già l’uso del futuro lo sposta in avanti ogni volta che lo si pensa/dice. In pratica, così, non sarai mai felice.

In chiave imprenditoriale, tutto questo ha un senso?

Sostengo la cultura del FARE e ritengo che le persone siano di valore nella misura in cui sono utili agli altri.

Lo scopo è uno solo. Essere utili.

In qualsiasi forma possa essere utile una persona nei confronti di altre persone.

Lo scopo ha senso quando rispondi alla domanda: come posso essere utile a qualcuno? In chiave imprenditoriale, sia un candidato o sia l’imprenditore a proporre il suo prodotto/servizio al mercato, dare una risposta “sensata” a tale domanda migliorerebbe probabilmente il mondo.

Ognuno con il proprio scopo.

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