L'importanza della condizione [prima parte]


Sento dappertutto dire “la responsabilità è tua”, “sei responsabile di ciò che ti accade” o ancora “sei responsabile di ciò CHE accade” quindi persino più genericamente e poi, “la responsabilità che non ti assumi è dare potere all’altro“, etc. etc. Tutto vero, d’accordo. Ho deciso in passato di assumermi via via sempre più responsabilità.
Non mi sono fermato e mi sono chiesto: sono un irresponsabile se voglio essere responsabile?

Che si diventi responsabili o non lo si diventi nonostante lo si voglia, alla base, va compreso:

  1. cosa significa essere responsabili?
  2. cosa di preciso non ci consente o ci impedisce di esserlo?
  3. di cosa siamo responsabili veramente?

Risposta possibile alla domanda 1: Noi abbiamo responsabilità di quello che siamo noi. Abbiamo responsabilità anche su quello che noi non siamo. Spesso mi sono trovato di fronte a una spasmodica e smaniosa voglia di responsabilità con uno slancio poderoso verso tale responsabilizzazione. Diventare abile nel dare risposte. Essere un abile risponditore.

Respons-abilità.

Sostengo che le abilità – lo step successivo nell’essere capace di fare qualcosa – possano essere acquisite. Sono conoscenze trasformate in azione. Si chiamano competenze. Le competenze sono gli strumenti per fare le cose e per cui quando sei particolarmente bravo, ti chiamano a farne di determinate nel momento in cui qualcuno ne ha di bisogno.
Quindi, per dare una risposta breve, siamo responsabili delle nostre abilità che sono le nostre conoscenze trasformate in azione a uno step successivo.
Allora, per essere responsabili, cosa dobbiamo fare?

  • Studiare qualcosa, diventare esperti applicando quel qualcosa al punto di essere responsabile per quello che dici e per quello che fai, in relazione agli altri.

Risposta possibile alla domanda 2: non ci è consentito essere responsabili di ciò per cui non siamo responsabili. Ciò per cui non siamo abilitati nel dare risposta non appartiene alla nostra sfera d’influenza. Possiamo intervenire sulle cose per cui possiamo intervenire ma non su quelle su cui non possiamo intervenire, ovvero quelle che non sono di nostra competenza. In pratica: non possiamo far finta di sapere ciò che non sappiamo. 
Il problema è quando qualcuno vuole intervenire sul tuo senza badare al proprio. Un po’ come dire, guardare nel piatto dell’altro. Tradotto: quando un terzo vuole intervenire non nel proprio ambito di competenza (facendo peraltro credere all’altro di essere competente e ingannando se stesso) ma nel tuo. Nulla tu sai o ti è dato sapere del suo – che viene peraltro gelosamente custodito. Ma per lui, il tuo è anche suo. In virtù di cosa non si sa bene ma stai certo che il fare le pulci è una particolare specialità.
Ti faccio un esempio. Noi non siamo responsabili dell’educazione dei figli degli altri ma siamo responsabili dell’educazione dei nostri. Qui possiamo intervenire sulla nostra sfera di influenza. Se mio figlio bestemmia, è una mia responsabilità direttamente correlata alla mia educazione nei suoi confronti. Se è il figlio di qualcun altro, non è mia responsabilità ma lo è nel momento in cui mando lo stesso mio figlio a scuola con quello che bestemmia.
La mia responsabilità è poter / dover mandare mio figlio in una scuola in cui non si bestemmi. Poi, in pratica, cambiargli scuola per un singolo episodio magari è da pazzi. Ma mandarlo in un ambiente basso facendo finta di niente, lo è.
Un esempio macroscopico come questo è attuale nel mondo del lavoro. Se non si è felici delle condizioni di lavoro in cui ci si trova, è nostra responsabilità NON cambiare quelle condizioni (come a dire cambiare l’immagine riflessa di uno specchio) ma cambiare NOI (cambiare l’immagine da riflettere) lo è.
E cambiare noi in relazione a quel lavoro, presume quasi sicuramente cambiare lavoro. Ma se non cambiamo anche noi, è probabile che troveremo le stesse problematiche altrove. Ebbene, questa è NOSTRA responsabilità.

  • Cambiare è una nostra responsabilità e appartiene alla nostra sfera di influenza.

Risposta possibile alla domanda 3: nonostante la nostra società stia progredendo a una velocità pazzesca e via via crescente, c’è una altrettanto crescente necessità di crescere umanamente e spiritualmente come ad indicare che a forza di usare l’emisfero sinistro del nostro cervello per aggiudicarsi la parte pratica e razionale e quindi la ragione delle cose (e il consenso delle persone in una società che preferisce la giustificazione del raziocinio all’attitudine di creare) e delle situazioni, abbiamo bisogno “naturalmente” cioè per via naturale che l’emisfero destro della creatività e dell’armonia sia in equilibrio con quello sinistro.
La natura tende sempre all’equilibrio. E sceglie sempre la via migliore per lasciare scorrere l’energia.
E allora mi sono accorto che mentre leggevo solo di finanza, biografie e libri “tecnici” e di business divenivo scettico, cinicamente pratico mentre il mio comportamento veniva influenzato verso un tipo di collocazione del mio essere nel contesto.
Mentre leggevo libri di spiritualità, di armonia universale, di allineamento tra spirito e ragione, anima e corpo, socialità e contesto, divenivo via via più comprensivo e benevolente verso il mondo.
Siamo quindi responsabili di come alimentiamo la nostra mente. Sono a un corso di business mentre scrivo, è domenica mattina.
Sono in un luogo distante da casa per imparare mentre i miei figli e i miei cari sono a casa senza di me. Scelte.
Il mondo è come uno specchio. Per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Per riprendere l’esempio qui sopra, noi non possiamo cambiare l’immagine riflessa in uno specchio. Dobbiamo prima cambiare l’immagine da riflettere. Cioè la sorgente. Cioè, NOI.
Allora mi sono reso conto.. [continua la lettura L’importanza della condizione – seconda parte]
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Oggi non hai più scuse

Oggi non hai veramente più scuse. Per non sapere le cose.
L’ignoranza un tempo era una condizione. Oggi è una scelta.
È scegliere di non sapere quando puoi sapere.
È scegliere di non comportarti quando puoi comportarti.
È scegliere di rimanere dove sei e indietreggiare mano a mano che il tempo passa e il tempo passa.
Passa sempre più veloce, perché, come diceva Einstein relativamente a un’ora passata a corteggiare una ragazza, il lasso temporale è percepito diversamente da un secondo sui carboni ardenti.

Se non nutri la mente ora – nel contesto ad alta, altissima competitività di oggi – tra cinque, dieci, quindici anni quel lasso non sarà più recuperabile.
Quando vado nelle scuole a parlare come testimone d’impresa lo faccio principalmente per una ragione:

  • in qualche modo, a mio modo e in base alle mie competenze, visione, esperienze e capacità, cerco di dare ispirazione ai ragazzi.

L’ispirazione che avrei voluto ricevere io quando ero a scuola.
L’ispirazione non a partire da me che NON serve e NON sono Steve Jobs, né Alfio Bardolla, Brunello Cucinelli o Renzo Rosso. NON per il mio ego.
Per me la cosa importante è dire loro che le cose stanno in maniera diversa rispetto alla “maleducazione” dei media e di quello che ci vogliono far credere. E dire loro che le cose si possono fare. Oggi più che mai.
A prescindere che si tratti di vivere nel terrore dell’Isis o nel terrore che il mondo sia finito (no, non lo è), che si stava meglio quando si stava peggio (può darsi, che ne sai?) e cazzate di questo tipo.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: viviamo nell’epoca più prospera e feconda di sempre. Con le sue forti contraddizioni ma dove a idea corrisponde, per chi la FA, esperienza concreta, che sia positiva o negativa, con un feedback pressoché immediato.
Anche se fallirà alla velocità della luce.
In pratica, se fai una cazzata te ne accorgi subito MA hai la possibilità di rimediare velocemente. Mai come oggi il potere della comunicazione è pervasivo, capillare, veloce, diffuso e diffondibile. E ti permette di imparare.

Mai come oggi abbiamo strumenti di formazione alla portata di tutti. Sta a noi scegliere come passare il tempo sugli smartphone, a leggere ed ispirare o farsi gli affari altrui. 

Mai come oggi abbiamo l’opportunità di sviluppare un proprio BP – Brand Personale, di presentarci agli “investitori” non necessariamente con un’idea, una start-up innovativa o quant’altro perché:
–> 1: gli investitori sono prima i genitori che fanno viaggiare i figli a 20 anni perché è meglio fare esperienza come cameriere a Londra perfezionando la lingua e conoscendo persone che chiudersi all’università per 3-5 anni e sviluppare eccellenti competenze di acquisizione di concetti astratti (..utilissimo!!) che sul lavoro NON serviranno a meno che non si sia frequentato economia, marketing o ingegneria (o le tecniche, etc. etc.).
Sia chiaro, non ho nulla contro l’università, anzi, ci collaboro anche con Grafiche AZ dato che abbiamo organizzato assieme una manifestazione – la Mostra La Magia dei Colori. Voglio solo dire che unire la praticità e la concretezza è indissolubilmente necessario quando si tratta di acquisire conoscenze specifiche tramite un percorso di studi.
–> 2: gli investitori non solo sono i VC – Venture Capital: sono i DATORI DI LAVORO che decidono di credere in te anche se non sai niente ma solo perché a loro volta in base alle loro capacità e sensibilità “intuiscono” che tu possa essere la persona giusta per attitudine, volontà, velocità di apprendimento, capacità di relazione, di risolvere i problemi e non crearli e CONCRETEZZA. Perché nulla ti/ci è dovuto.
–> 3: perché il primo investitore sei tu e l’investimento lo fai su te stesso.
Puoi pensare di fidarti dell’affare?
Sei affidabile?
Molli a un certo punto o porti a fondo i frutti?
È sempre colpa degli altri o è responsabilità tua, delle tue cose?
Hai studiato le cose giuste?
Dai qualcosa di misurabile al mercato?
E se fossi talmente bravo non da farti assumere ma da essere tu ad assumere?
Sì, la competitività si è alzata e si sta alzando, giorno dopo giorno.

>>> S E M P R E  D I P I Ù <<<

Il degrado di alcune aziende è sempre più attuale quanto è vero che lo stesso meccanismo vale per loro come entità (esseri viventi) facenti parte di un sistema organico di evoluzione e di elevazione, a loro volta, della qualità del loro servizio che è espressione della qualità dell’imprenditore e delle persone che sceglie che lavorino per lui e CON lui.
Quando questo non sussiste più.. è semplice.
Vengono schizzate fuori dal sistema. 
Quindi, poiché alla fine dei conti conta solo l’utilità che DAI AL MONDO e DAI AL PROSSIMO, è il caso forse di iniziare a pensare in termini diversi.
Quali?
Eccoli:

  • sviluppare competenze

–> cioè COSE CHE SAI FARE
e

  • mettere a disposizione le conoscenze

–> cioè COSE CHE SAI al servizio di chi ne ha bisogno.

Perché a nessuno frega quello che sai finché non glielo racconti e decide che può essere utile per lui. E per fare questo gli devi dare qualcosa in più. Si chiama aggiungere valore.

Questo vale anche per le aziende.
Questo vale per gli investitori.
Se i fatti non corrispondono, fine.
Fine.
Non è l’epoca in cui questo è alla portata di tutti?
Attenzione che alla portata di tutti NON significa democrazia.
Significa che è un’opportunità nella quale dentro ci finiscono cani e porci e siccome i cani e i porci non portano evoluzione ma scompiglio, la soluzione è la selezione naturale.
Evviva la competitività.
E un livello di competitività sempre più elevato.
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Wake Up Call – darsi una svegliata per non fermarsi più anche senza dover essere fenomeni in economia

Non smettere mai di imparare, questo è il jingle che mi riecheggia nella testa dopo essere stato due giorni al corso sulla formazione finanziaria promosso dalla scuola più grande d’Europa in tema di entrepreneurship indipendente. Frequento Alfio Bardolla e ABTG da più di 5 anni ormai e sto maturando la consapevolezza della missione che sta mano a mano prendendo forma:

–> quella di rendere la finanza accessibile a tutti, lontana da quella in giacca e cravatta che parla un tecnichese distante dalla comprensione delle persone.

In aula, o meglio, a teatro – il Teatro della Luna – eravamo in 1733. Al precedente Wake Up Call di Rimini eravamo in un migliaio. Quello che vuole fare Alfio è diffondere una nuova cultura d’impresa e d’imprenditorialità. E si sta quotando per farlo al meglio azzannando un mercato presidiato ormai esclusivamente dall’unicità del suo modo easy di trasferire i concetti dell’imprenditorialità moderna al più vasto numero possibile di persone con lo scopo di costruire una nuova consapevolezza economica e finanziaria.
Perché, come Alfio dice, non esiste una sola economia, esistono due economie. Quella macro economica fuori dal tuo controllo; e la TUA economia, quella sulla quale puoi intervenire grazie a conoscenze che puoi acquisire e a competenze che puoi sviluppare ma che non vengono insegnate sui banchi di scuola.
Bene: cos’ho imparato da questi due giorni? Cosa mi sono portato a casa?
Un sacco di cose. E ora te ne snocciolo più che volentieri alcune.
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–> Punto 1.

Viviamo in un tempo esponenziale. Entro il 2030 – praticamente dopodomani – l’80% dei lavori di oggi non esisterà più. Se mi segui da un po’ sai che in testa ho il tarlo del futuro e di come esso sarà lasciato ai nostri figli. La mia ossessione è quella di contribuire a costruire un mondo migliore in modo da poterlo lasciare migliorato ai nostri figli. E – possibilmente – migliorato abbastanza lestamente da poterne godere un po’ (tanto) anch’io nel momento presente.
L’Italia ha necessità in quest’epoca di cambiare. L’Italia si può cambiare e per cambiare l’Italia si deve intervenire al livello delle persone comuni, a livello di mindset, di mentalità, di attitudini e di orientamento al cambiamento.

Per cambiare è necessario che le persone cambino.

Ma le persone NON vogliono cambiare perché non sono progettate per cambiare ma per rimanere nel proprio brodo, al sicuro e al caldino.
E chi cambia allora?
Chi sta cambiando le regole del gioco.
Chi sta cambiando le regole del gioco tiene assolutamente conto del fatto che le masse non vogliono cambiare e sono recalcitranti al cambiamento.
Darsi una svegliata è f o n d a m e n t a l e. Il tema è che Wake Up Call è proprio la chiamata ad alzarsi e fare.
Fare cosa?
Innanzitutto, come detto, cambiare il set mentale serve ad armarsi di nuove conoscenze che diventeranno nuove competenze tramite l’azione e l’esperienza affinché queste si trasformino in capacità.
Fare cosa, quindi?
Trasformare le conoscenze in competenze.

“Quelle che mi hanno portato fino a qua non sono le stesse abilità che mi porteranno più in là”.

Fin qui tutto chiaro?
Imparare ad usare la propria mente con piena consapevolezza agevola. E agevola molto. Certo, non agevola essere in balia degli eventi e degli altri. E se gli altri sono parte attiva nella nostra vita e nel nostro ambiente, sono anche il fluido nel quale ci avvicendiamo ogni giorno nuotandoci dentro. E vien da sé che se sguazzi in uno stagno maleodorante la tua salute mentale (e fisica) non sarà propriamente alle stelle.
Se non si ha il controllo di dove ci si trova, sarà difficile poi andare dove si vuole andare.
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–> Punto 2.

Le persone coraggiose non sono quelle che non hanno paura, sono quelle che agiscono nonostante la paura.

Ma quanto è bella questa frase? Bellissima. Ma non serve a niente se continui ad avere paura senza agire. La paura va sovrascritta, come fosse un file in un hard disk. Ed esistono molti modi per sovrascrivere la paura. Ad esempio, c’è stato un momento in cui ho avuto la necessità di crescere velocemente. Alcune vicissitudini personali anche gravi avevano richiesto da parte mia parecchio impegno psicologico e sopportazione anche emotiva. Mi sono informato e iscritto per il corso AFF – Accelerated Free Fall – e in 11 salti ero in grado di lanciarmi da un aereo da solo.
Quando salti da un aereo da solo le prime volte il mondo ti diventa una cosa piccola piccola, tu ti senti grande e i problemi sono più piccoli di te. No, non è un illusione, è un modo semplice ed efficace di crescere e si può crescere anche velocemente. Non è che ci devi mettere una vita a crescere.
In 5 anni noi viviamo quello che i nostri nonni vivevano in 75 anni. Abbiamo più esperienza dei nostri genitori nella metà degli anni. Viviamo in un mondo esponenziale per l’appunto. E diventare paracadutista per me ha segnato un notevole salto quantico.
Ho tutt’ora paura. Ma mentre le prime volte mi saltava il cuore in gola per l’adrenalina, ora non vedo l’ora si apra il portellone e il pungente odore della benzina avio mi penetri nelle narici, pronto a spiccare il balzo, da solo o con i miei amici che nel frattempo mi sono fatto saltando.
La leadership è una caratteristica fondamentale.

PARACADUTISMO PER LA LEADERSHIP È IL PRIMO CORSO IN CUI IMPARI LA LEADERSHIP SALTANDO DA UN AEREO

Ed è una caratteristica acquisibile e sviluppabile. Perché, per prima cosa, ti aiuta a dirigere te stesso, prima che gli altri. E comunque prima di dirigere gli altri non puoi non dirigere te stesso. E, comunque, se non dirigi te stesso, beh, saranno gli altri a farlo.
Ed è per questo motivo che ho voluto disegnare un corso per la leadership saltando da un aereo. No, tranquillo, non salterai da solo. Per quello dovrai fare il corso che ti menzionavo poco fa – l’AFF – ma avrai la stessa sensazione di libertà e liberazione, la stessa adrenalina della caduta libera a 250 km/h e avrai la stessa sensazione che prova un vero paracadutista librandoti nell’aria e sentendoti il vento sulla pelle a 1000 metri sospeso a guardare il panorama imbragato ad un istruttore e con una vela sopra la testa. E se sei bravo e sussistono le condizioni tecniche te la fa anche pilotare.
Eventbrite - PARACADUTISMO & LEADERSHIP: il primo Seminario sulla leadership in cui salti da un aereo

–> Punto 3.

Il ruolo del gruppo dei pari è imprescindibile. Costruire il gruppo dei pari dove condividi i valori, generi e sviluppi le idee, è:

f o n d a m e n t a l e.

Ti fa rimanere focalizzato, ti fa andare a palla e stai bene e sulla retta via perché spalleggiandoti con persone che hanno la stessa ambizione e visione rimani sul focus e senza troppe distrazioni.
Perché da solo fai ma fai fino a un certo punto. Con gli altri fai meglio e fai di più.
Il mio amico Alessandro Ferrari dice: da solo partecipi, con la squadra vinci.
Le idee che generi e sviluppi diventano, tentativo dopo tentativo (e fallimento dopo fallimento) alla fine i fatti e i risultati che contano, forse e alla fine, qualcosa. Come ha detto Francesco Facchinetti nel suo intervento – peraltro molto centrato – perdendo un match, da lì nasce la vittoria.

A un certo punto tutte le cose piccole fatte si sommano e diventano esponenziali.

È sempre l’attitudine a determinare le scelte.
È così come il ruolo dell’imprenditore quando interpreta sé stesso: o è schiavo del proprio lavoro e della sua partita IVA o sposa il ruolo di innovatore che genera e sviluppa qualcosa di nuovo, di diverso e contribuisce a fare un piccolo balzo in avanti all’umanità.
Il compito dell’imprenditore è principalmente INNOVARE e TROVARE I SOLDI PER REALIZZARE LE NUOVE IDEE.
Gli imprenditori si comprano i dipendenti e i liberi professionisti e hanno bisogno degli investitori.
Gli investitori.. si comprano gli imprenditori.
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Le persone che hai attorno sono un turbo. O il tuo freno a mano (per) sempre tirato

Osservo con maniacale attenzione le persone che funzionano da quelle che non funzionano. E, chiaramente, mi pongo la domanda rivolgendola a me stesso con spietata franchezza ed anche un po’ di severità:

  • chi sarei e cosa farei, sempre io, in un ambiente diverso?

Parto dal presupposto che nel ritenerci responsabili sempre per le nostre scelte, il risultato di quello che siamo e abbiamo nella nostra vita parte esclusivamente da noi.
Più esattamente, parte e ritorna da noi. Sempre. Con una precisione strabiliante.
Quello che siamo oggi è il risultato di quello che siamo stati tempo prima.
Le scelte di sei mesi fa, oggi sono manifeste.
Persino decisioni prese anni addietro da terzi, oggi sono la risultante precisa di quello che è stato.
Questo ci da un potere immenso perché con la decisione di oggi e la pazienza del frattempo, fra sei mesi, in teoria, abbiamo la manifestazione della scelta.
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Ovvio che parlo di sei mesi in maniera indicativa ma è un’unità di misura che vedo essere il lasso di sviluppo dei miei programmi, in un flusso pressoché costante.
Noi imprimiamo costantemente l’etere di senso. Noi per noi e gli altri e gli altri per loro e noi.
Ora, tornando alla domanda iniziale, in quale misura incidono gli altri nella manifestazione dei NOSTRI risultati?
Incidono eccome. Gli altri incidono. Il libero arbitrio è il nostro motore, cioè le scelte che compiamo e dove vogliamo essere di qui nei sei mesi che dicevamo.
Ma oltre al libero arbitrio c’è il contesto.
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Nella concezione di piena responsabilità gli altri c’entrano poco. E questo è un errore.
Le persone attorno sono il nostro turbo. O al contrario il freno a mano.
In pratica, gli altri si dividono in tre categorie quando vuoi realizzarti e non puoi non tenerne conto:

  • gli ostacolatori
  • gli indifferenti
  • i facilitatori

A parità di capacità (intesa come l’abilità di essere capaci di svolgere il mix tra competenze e talento), competenze e caratteristiche peculiari (il fattore di unicità che ti contraddistingue tra tutti gli altri esseri umani del mondo) che hai sviluppato e frutto del tuo impegno, quanto tempo in meno impieghi se attorno hai i facilitatori?
E se attorno hai gli indifferenti che non gliene può fregare di meno di chi sei, delle tue intenzioni e dell’impegno che ci metti?
E se attorno hai persone alle quali non conviene tu cresca e lentamente ma inesorabilmente ti ostacolano? Quasi senza che tu te ne accorga. Come la rana cotta lentamente nell’acqua tiepida che mano a mano diventa bollente.. e ti solo perché ti fidi delle persone che hai attorno (e che magari non ti sei scelto), ti fai fregare.. mai successo?
Se pensi di poter fare tutto da solo, non funziona così.
Da solo fai molto. Ma non abbastanza. I facilitatori posso aiutarti, non che da solo, alla fine, non riesca ma credimi: se tutto diventa uno sforzo sovrumano il fatto di essere un supereroe non paga.
Serve fare le cose presto e bene, i risultati possono essere raggiunti anche con fluidità.. che non significa siano facili. Ma almeno non sono ostacolati.
Se sei solo, fai poco.
Ecco l’importanza di avere attorno i tuoi pari con una visione simile, un background culturale simile e obiettivi simili.

  • Tu, per gli altri sei un facilitatore o un ostacolatore?
  • Come genitore insegni la facilitazione o la tribolazione ai tuoi figli per raggiungere le cose?
  • Cosa fai per supportare gli altri?

Perché..
La cosa funziona in modo bidirezionale.
Ci sono genitori che nella buona fede di far guadagnare le cose ai figli nella mentalità che le cose bisogna sudarsele, imprimono una mentalità di miseria e frustrazione affinché le cose siano difficili da raggiungere e che si debba sempre faticare, come la tribolazione faccia parte sistematicamente delle cose.
Non lo metto in dubbio. Ma osservando chi funziona vedo che non tribola. Anzi! Vedo che è in grado di far girare le cose fluidamente in un equilibrio tra profusione d’impegno, preparazione e abilità di contornarsi delle persone giuste. Queste ultime sono i facilitatori.
Nessuno dice sia facile, anzi, è dura ma NON nel segno della sfiancante battaglia per raggiungere il nulla.
Contornarsi di facilitatori fa la differenza.
E loro hanno a loro volta bisogno di te. Se attorno hai gli ostacolatori.. Auguri.
Ma il mio augurio, in verità, è di essere tu il facilitatore che vorresti avere vicino.
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Buon lunedì! 5 punti per fare del tuo meglio questa settimana e non solo

La condizione è proprio questa: essere competitivi non è saperne più degli altri. È semmai uscire là fuori con delle abilità evolute rispetto agli altri.
Una di queste si chiama iniziativa. Le abilità si sviluppano, non c’è storia. E oggi le possibilità sono in ogni dove.
Quando l’iniziativa manca i motivi sono da ricercare altrove: nelle scuse, nella pigrizia, nella pioggia e nel governo ladro.. nel deresposabilizzarsi dando la colpa agli agenti esterni.
L’asticella si sta alzando. Sempre di più. Se sei dentro evolvi dando un contribuito. Se sei fuori ti aspetti qualcosa dal mondo ma il mondo non ti deve nulla.
E se fossi tu che devi qualcosa al mondo?
Beh, qui l’iniziativa diventa uno strumento interessante. Immagina che solo per il fatto di essere qui tu debba fare qualcosa,  sia costretto nel senso proprio di essere tenuto a combinare qualcosa prima della dipartita, di finire six feet underground, di lasciarci le penne, insomma hai capito.
Come si trattasse di una sorta di patto con l’aldilà dove ti dicono: vai, tocca a te! E tu rispondi: OK, farò del mio meglio.
Ovviamente siamo nell’immaginario ma per un momento fai finta che sia così: se non fai del tuo meglio te ne torni con un giro di giostra sprecato. Come avere un gettone, salirci  e scendere senza che nel giro non abbia nemmeno provato a prendere la codina e senza nemmeno esserti divertito.

Magari va anche bene portare avanti un’esistenza “insulsa” senza aver combinato granché, magari fa parte del gioco, magari nell’equilibrio del tutto, per pochi che combinano qualcosa per molti, ce ne sono molti che non combinano nulla nemmeno per sé stessi.

A me piace pensare che se giochi al gioco della vita facendo del tuo meglio, che per me significa semplicemente:

  1. prendere i talenti che hai e fai in modo di svilupparli
  2. costruire qualcosa di utile che serva agli altri
  3. far stare bene le persone
  4. vivere il presente senza lamentarti
  5. magari lasciare anche un segno per i posteri che si ricordino di quello che hai fatto anche per loro

..alla fine, almeno, puoi sempre dire che ne è valsa la pena.
Buon lunedì! (Dedicato a tutti coloro che dichiarando “è lunedì – che palle, mi tocca lavorare” sprecano ancora la loro intelligenza non consapevoli che ogni giorno è un contenitore dove puoi metterci dentro cose utili a darti uno slancio in avanti 🙂
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