QUAL È LA TUA INTENZIONE?

QUAL È LA TUA INTENZIONE?

In questi giorni, vent’anni fa, mi stavo accingendo a partire per una delle esperienze più significative della mia vita. Era il 1999 ed ero una persona molto diversa da quella di oggi.

Il ragazzo che stava partendo per Londra presentava la sua attitudine e quella uscita dalla zona di comfort, come oggi si dice, avrebbe contribuito a svilupparla, almeno in parte.

La strada da percorrere era molto lunga e lastricata di ogni tipo di difficoltà, come spesso accade, ben ignaro di tutto quello che mi avrebbe aspettato dopo.

Ad ogni modo, in quei giorni ho conosciuto molte persone meravigliose, alcune delle quali ancora oggi frequento. Mentre una di queste, della mia stessa identica età, se ne è andata.

Altre, invece, sono completamente sparite (e io per loro).

Nel disegno, i meccanismi che sottendono a un ponte non comune, il Tower Bridge.

Il tema è questo:

  • a parità di condizioni, quali sono le intenzioni che hanno mosso le persone che mi sono arrivate grazie a quella esperienza?
  • Perché ho attirato quelle e non altre?
  • Perché nel mio processo di crescita alcune sono uscite, altre sono rimaste e altre completamente inaspettate sono arrivate?

Queste domande sono relative ai tempi in cui ho vissuto per un po’ in UK – ben lontano dalla Brexit – ma in verità, immaginando un upgrade ai giorni nostri, persino sono arrivato io a volerne scremare alcune lasciandole andare, altre vorrei tutt’ora uscissero consentendo ad altre più in sintonia con me di arrivare e rimanere.

Arricchendoci vicendevolmente sul piano della reciproca crescita, dandoci valore.

In questi giorni mi sto rendendo sempre più conto – per presa di consapevolezza – che conta l’intenzione sottostante a un pensiero, un atto, un’azione, una decisione.

Crescere nell’idea profondamente sbagliata del “stai facendo un processo alle intenzioni?” scagiona in verità ogni pretesto per indurre la malafede e a percepirla come una cosa giusta, quando non lo è, solo che ancora non lo sai.

E così, dato che l’intenzione è invisibile ma non irreversibile, chiunque è in grado di mascherare il proprio operato secondo la più visibile e apparentemente nobile voce del bene per forza, specie quando questo è confezionato con un bel sorriso condito dal senso di dovere.

Un dover fare certe cose e prendere determinate decisioni altrimenti succede questa e quest’altra cosa (ove queste cose sono identificabili con il fallimento di un’idea, di un’attività, etc.) presuppone con ciò un ricatto morale.

Quando usiamo la nostra testa e non quella degli altri, prepariamoci alle rimostranze.

Tradotto: per fare questa cosa che si vuole fare, si nasconde la vera intenzione dipingendo l’azione che va fatta per forza di cose come un atto necessario.

Ovviamente ciò in conflitto di interessi, dato che il promotore coincide allo stesso tempo con il salvatore. Salvo piani collaterali che sono ciò che inficiano tutto il resto.

È qui che scatta il tema della VERA INTENZIONE.

LA PUREZZA DEL PENSIERO INIZIALE

L’intenzione emerge nel lungo periodo. Sia nel bene che nel male.

Diverso dal giusto o dallo sbagliato. Il giusto e lo sbagliato hanno a che fare con azioni che provocano effetti benefici o errori e gli errori – oltre a pagarli – si possono correggere.

Il bene e il male hanno il loro fondamento nell’intenzione benevola o malevola.

È proprio così o te la stai raccontando?

Se l’intenzione iniziale è mascherata, alla lunga si smaschera da sola. Lo si vede e lo si sente negli atteggiamenti dei suoi promotori.

Se questi una volta smascherati si ritraggono a vittima, ecco che ammettono senza nemmeno accorgersene la loro intenzione, sebbene inconsapevolmente.

L’intenzione promuove sé stessa nella pro-attività e non nella singolarità agendo nella creazione di un’intenzione comune ove il bene premia e valorizza le azioni della collettività e mai dei singoli o solo di alcuni scelti (come nel Quotidiano del Mattino).

Appena l’ego di uno inizia a partire per la tangente non riconoscendo e non valorizzando per favorire sé stesso nell’esclusione, esso sporca il buon proposito comune, attiva in frequenza chi lo seguirà e il “gioco” non sarà più pulito ma andrà ad inquinare l’intero disegno.

Per ripulirlo serve una nuova intenzione pura e collettiva che porti beneficio a tutti, pur occorrendo a volte un’azione atta allo scrollarsi di dosso l’incrostazione occorsa.

  • Se l’intenzione è diversa dal bene comune, a un certo punto qualcosa inizia a stridere.
  • Se la promozione è fin da subito benevola, nel lungo periodo verrà confermata. Se è malevola o torbida, nel lungo periodo verrà smascherata e smentita. A meno che non si auto-corregga nella buona fede dell’azione in corso.

Ad ogni modo, ciò che sto imparando a mettere sempre più in pratica è la qualità del pensiero iniziale.

Con questo metodo, quando questo pensiero che è puro muove l’intenzione nel realizzare una data cosa ove il beneficio non è del singolo ma della collettività, quell’intenzione manterrà la sua purezza.

Lo so che la maggior parte pensa prima a sé stesso ma quando quel pensiero non dovesse essere totalmente lindo e candido ecco avvertire lo stridore. Ed iniziano a manifestarsi eventi e forze contrarie atte a ristabilire l’ordine.

NB: come detto, nel momento in cui il pensiero iniziale non fosse lindo e trasparente ma nel percorso il torbido dovesse diventare chiaro e cristallino, ripulendosi, le azioni dirette e indirette rispetto a quel pensiero ripulito, correggerebbero la loro rotta.

Dopotutto, domani è un altro giorno 😉

C’è sempre spazio per la conversione sulla via di Damasco.

Infatti, qualunque essa sia, l’intenzione non va punita. Nessuno deve punire niente. Non dobbiamo ergerci a giudici e puntare il dito per fare il processo alle intenzioni.

Le persone possono sbagliare. Anzi, è la naturale condizione umana – senza sensi di colpa. Quando si sbaglia e lo si riconosce e oltre a ciò si propone il rimedio, nessuna punizione è obbligatoria.

Il senso della mia riflessione di oggi é:

nel momento in cui promuovi un qualcosa, un’idea, un progetto, un’azione, fai molta attenzione a quella che è la vera intenzione sottostante. Scava per capire qual è il vero essere di ciò che ti muove, se un fine egoistico o se un ambizioso (che porta il tutto a un livello superiore) progetto per il bene comune.

Dal web [autore ignoto su Instagram]

L’ego in sé non porta mai a una intenzione pura. Il pensare a sé stessi o alla salvaguardia solo dei propri interessi familiari tralasciando o ignorando gli altri o altre situazioni contingentate, non è sano.

Quel pensiero non è puro. Anche se ci si muove, sembra anche nei confronti di sé stessi, per senso di dovere. 

Non è abbastanza. Almeno, non è la sola cosa.

L’intenzione pura e sincera, parlata e meditata, aperta e senza conflitti, volta e atta alla costruzione e alla valorizzazione di persone, cose e situazioni, non temerà di essere smascherata perché non nasconde nulla se non il vuoto.

La sincerità è inattaccabile.

L’intenzione, l’attitudine, il ragionamento sorto tra mentalità, discernimento e cuore oltre all’esperienza, allo studio continuo e alla volontà di applicare, può solo portare del bene purché questo bene sia collettivo.

“Non si fa ciò che si dice ma ciò che si è”.

Leonardo Aldegheri
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Sulla via di Damasco

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Un piccolo gesto, uno dopo l’altro, piccolo più un altro piccolo. Più un altro piccolo. Pochi euro. Un piccolo pensiero. Pensare all’altro anche per una piccola cosa. Per una piccolezza. Non è privarmi. Un piccolo dare è un grande dare.
Ero uno di quelli che diceva “sarei generoso, molto generoso se potessi..”. Mi sono reso conto di avere fatto uno switch. Un cambio di mentalità. Una specie di piccolo cambiamento sulla via di Damasco. Nulla ovviamente di così eclatante come la storia che ci è stata raccontata mille volte da piccoli. Una cosa che vale tanto in ufficio quanto per strada, al ristorante, al supermercato, in relazione professionale o semplicemente.. umana.
Quello che gli anglosassoni chiamano Paradigm Shift:

  • Dal pensare che anziché essere in un’epoca di crisi viviamo nell’epoca più prospera di sempre.
  • Anziché prendere per vero incondizionatamente il postulato economico relativo alle risorse che sono scarse al concetto di abbondanza planetaria e rispetto per madre Terra.
  • Dal prima io e poi te o prima te e poi io a io e te, assieme. Dalla sostituzione all’integrazione.
  • Non dall’essere egoista all’essere generoso ma al fare una cosa per l’altro che aiuti tutti e due. O al farla incondizionatamente, che va bene lo stesso.

Solo un piccolo cambio di paradigma. Che suona più o meno così: “non ti preoccupare, penso io a quella cosa per te”. Anche senza necessariamente doverlo dire all’altra persona. Il piccolo shift di pensiero passa da “se potessi, farei” a “che possa o non possa non conta, faccio il mio possibile. Intanto faccio qualcosa e quando potrò di più, farò di più”. Che è diverso dal non fare niente.
Riconosco la dignità dell’altro. Quando è l’altro a non riconoscerla, che fare?
Spostare l’attenzione. Mettere il focus su ciò che conta per te. Non dove lui vorrebbe lo mettessi. Non fare il suo gioco, ma il tuo. Personalmente continuo a fare quello che sto facendo. Per esempio facendo un piccolo gesto per la persona meritevole a fianco.
Non siamo tutti meritevoli della stessa dignità. In Sette anime il protagonista voleva essere certo delle persone che desiderava aiutare, osservandole senza che loro lo sapessero e riconoscendo loro in seguito “sei una brava persona”.
Non siamo buonisti, suvvia. Non siamo tutti brave persone. Non conta essere peccatori o cazzate simili. Conta come ti comporti in relazione a te stesso, agli altri, alle cose e alle situazioni. Negando la dignità dell’altro la si nega a sé stessi. Il piccolo gesto di riconoscimento pensando all’altro, almeno, dona a quella persona un sorriso, uno stato dell’animo. Una cosa che può cambiargli la giornata.
La famosa frase del Mahatma Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” rispecchia, credo, questo. Almeno in parte.
Niente miracoli. Piccole cose. Una e poi l’altra.
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