COME NELLA RICERCA DI UN LAVORO SIA UTILE COMUNICARE

Nella ricerca di un lavoro, le soluzioni da mettere subito in pratica per aumentare le possibilità di riuscita sono molteplici. Qualche giorno fa si è presentata in azienda una dinamica grafica che evidentemente stava cercando una posizione. Una posizione, un lavoro.

Sono dell’idea che al giorno d’oggi – ovvero dal cambio di paradigma da economia di scala a economia di scopo, dal 2008 – non sia più possibile cercare un lavoro ma sia il caso di offrire competenze.

Le aziende cercano competenze. Bramano, hanno bisogno, necessitano di:

C-O-M-P-E-T-E-N-Z-E.

Ovvero hanno bisogno, in una società ad elevata / elevatissima competitività, di persone che sanno fare le cose.

La prima domanda che ci si dovrebbe porre, quando si cerca un lavoro – o meglio – quando si vogliono offrire delle competenze, è:

Io, che cosa SO FARE?

Per questo motivo la risposta alla domanda di cui sopra screma la moltitudine di professionalità generiche in circolazione. Ad es., molto banalmente:

  • Sai vendere?
  • Sai le lingue?
  • Sei disponibile a viaggiare?
  • Sei disponibile a imparare?
  • Frequenti persone, luoghi, fuori dal tuo ufficio / casa / città?
  • Leggi, ti informi, ti documenti, sei in linea con la filosofia dell’azienda, del mercato, del mondo?
  • Sai usare un gestionale oltre al solito pacchetto Office?
  • Aumenti la tua capacità relazionale, ti sei specializzato in qualcosa?
  • Quando ti relazioni con qualcuno, il focus è sul prendere, solo sul ricevere o sul dare, sull’erogare valore per tutti?

Occorre in pratica smontare e poi rimontare elemento per elemento di ciò che ci caratterizza e rendersi consapevoli di cosa si sa fare e poi presentarlo nella maniera opportuna (il come).

La nostra “Bugatti” in fase di smontaggio e rimontaggio. La manutenzione costante rende efficienti e fa girare le nostre “rotelline” sempre meglio che il “non fare niente”

Alla suddetta candidata – che devo ammettere si presentava anche bene – ho detto che non abbiamo posizioni aperte per la sua figura. Anzi, spesso relativamente alla categoria dei grafici, accade che le aziende non cerchino.

Si tratta di una professione tipicamente da freelance e spesso, proprio essendo molto tecnica e poco sul pezzo da un punto di vista di vendita, spesso è fee-lance. La grafica è diventata una commodity, perché tanto basta un Mac.

Cavolate.

Per esperienza, dato che mia moglie è grafica pubblicitaria e in azienda riceviamo pdf generati da InDesign tutti i giorni per elaborare i file dei libri che produciamo, garantisco che tale professionalità non è e non deve essere una commodity e soprattutto non basta soltanto un Mac con qualche suite Adobe sopra.

C’è bisogno di grafici bravi, in giro.

E più bravi si è nel comunicare le proprie competenze, più sono aumentate le probabilità di farsi trovare e quindi di erogare i relativi servizi.

Un grafico non fa solo locandine e biglietti da visita. Può specializzarsi, dato che ci occupiamo di editoria e agli editori servono figure preparate, per esempio:

  • nelle prove colore certificate
  • nell’impaginazione
  • nell’ideazione di copertine che vendano
  • nella preparazione di file che rispettino le norme di produzione con i profili carta corretti, segni di taglio, abbondanze, etc.

Così ho detto alla nostra amica: – senti, appena ho un attimo una sera di queste ti mando una e-mail con un paio di indicazioni su quello che secondo me è il caso di fare nella ricerca di un lavoro come grafica.

E mi è venuta un’idea: competenze grafiche da un lato, di web marketing dall’altro. La soluzione? Studiare il social media management da grafico competente e offrire alle aziende il prodotto finito che comunichi, non solo il prodotto.

Cioè il prodotto con il plus, cosa tutt’altro che scontata, che funzioni.

“Ciao Xxxx,

come promesso ti invio l’e-mail relativamente a quanto ci siamo anticipati.

Credo che per il tuo lavoro, a prescindere lo sia per tutti praticamente oggi, sia molto importante comunicare e comunicare quello che si fa.

Comunicare in modo da distinguersi consente un vantaggio competitivo. Da leggere Strategia Oceano Blu a riguardo.

Una buona cosa sarebbe comunicare i propri lavori (ma anche i valori perché denotano la tua attitudine) e il proprio portfolio con una presentazione efficace.

Poi, se sei presente nei social: Instagram, Facebook con una pagina professionale in primis ma anche Twitter e LinkedIn, esiste un tool di Aruba che ti costruisce un sito web pressoché in automatico. Si chiama Swite ed è un altro modo per comunicare ciò che fai.

Ciò che fai comunica l’essenza di ciò che sei.

Tieni presente che alle persone non frega niente di chi “sei”. A loro importa cosa puoi fare per loro. Questa è l’essenza di ogni business.

Per questo è molto importante comunicare ciò che si fa. Quindi il COSA.

Poi viene il COME. Come lo dici, continuativamente e nel tempo, rivela molto della tua natura e questa è utile conoscerla per chi deve contare su di te.

La vera moneta di scambio oggi si chiama fiducia. E occorre essere davvero credibili in un mondo e in un mercato ad alta altissima competitività.

Per questo esistono i blog che parlano dei tuoi interessi e di come vivi le esperienze che fai. I blog servono per trasferire alle persone informazioni utili circa quello che fai ma sono ancora più utili per stabilire una connessione tra chi scrive e chi raccoglie quelle informazioni.

Tutto ciò detto, se ti va di andare all’estero, faresti più che bene. Sono certo delle opportunità che si possono trovare oltre i confini nazionali. Siamo cittadini del mondo, non Italiani solamente. Perché non esplorare Dubai? So che tempo fa cercavano figure come la tua, in particolare se hai un inglese consolidato.

Non temere di chiedere chiarimenti se ti va, lo faccio col cuore. Anzi, credo elaborerò questa e-mail per un nuovo articolo 😉 

E dato che parlavamo di Marco Montemagno, questo l’ho visto stamattina e merita davvero. Prenditi 10 minuti per guardarlo.

In bocca al lupo,
Leonardo”
Ed infatti, ecco l’articolo. Prova a dare un’occhiata, se ti va, a un CV “dinamico”, è il mio e credo rispecchi quanto esposto.

Buon lavoro, Leonardo Aldegheri
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AMA IL TUO LAVORO

Ama il tuo lavoro.

La differenza tra il fare una cosa e doverla fare lo stesso è immensa. Leggevo dell’addetto giapponese alla stazione dei treni che lucidava i pomelli dei paletti come fosse la cosa più importante della sua vita.

Lucidare i pomelli e dedicare il massimo della propria attenzione, amore, impegno mentre si lucidano i pomelli, fa la differenza del mondo.

Fa la differenza NEL mondo. Sono convinto che lo scarso impegno, la scarsa dedizione e il poco amore generino catastrofi nelle relazioni tra le persone e di conseguenza nelle organizzazioni, a tutti i livelli.

Emozioni come il risentimento e la poca disponibilità nel capire l’altro fanno sì che ci si scavi la fossa da soli. Reciprocità: una soluzione facile da applicare e utile nel risolvere da subito una valanga di fastidi.

Leggi l’articolo – Non dirmi cosa vuoi, chiedimi cosa posso fare io per te


Bisogna lucidare bene i pomelli. Non è per il lavoro solamente: è per sé stessi, oltre che per il lavoro. Come spalmare il pantone con assoluta maestria nel calamaio.

Non si può essere convinti che la propria visione sia l’unica visione giusta e che gli altri siano reietti e sbaglino a priori. L’ego uccide le organizzazioni.

Dove scrivo è mattina presto, svegliato naturalmente, come amo. Fuori dopo un po’ inizio a sentire le persone che si attivano, i motori che si accendono, il primo motorino che passa.

Sa di vita.

Ognuna di queste persone è indirizzata verso il proprio luogo di lavoro con una tempesta di pensieri mentre ci si dirige.

Avere un lavoro è una fortuna? Dipende.

, considerando gli anni di crisi alle spalle e chi l’ha perso.

No, se non lo ami.

Bisogna dedicarsi. Per vivere bene. Anche questo sa di vita. Ma a un livello superiore.

Tutto quello che coltivi magari viene su anche decentemente ma sicuramente quello che non coltivi.. qualcuno te lo porta via per coltivarlo meglio oppure muore.

Non c’è niente che vien su da solo. L’attenzione, la dedizione, l’impegno sono il plus di energia affinché la data cosa su cui ci si applica prenda forma, si popoli di sostanza, si riempia, cresca, si rinvigorisca e risplenda.

Risplendi mentre lucidi i pomelli. Anche perché non esiste pasto gratis, dicono gli anglosassoni.

E il nostro pluri-citatissimo amico Einstein sul successo diceva:

Bisognerebbe evitare di predicare ai giovani il successo nella solita forma come lo scopo principale nella vita. Il motivo più importante per lavorare a scuola e nella vita è il piacere nel lavoro, piacere nel suo risultato, e la consapevolezza del valore del risultato per la comunità.

Cos’è il successo se non un participio passato? Il piacere nel lavoro e il piacere in tutte le cose sono – in realtà – a prescindere da tutto. Semplicemente, è il piacere che ci metti tu.

Non ti viene dato e basta: è quello che dai tu che fa una differenza colossale!

Aggiungendo, magari, un altro ingrediente magico: l’essere assorti.

Ti dedichi talmente con gusto a quello che stai facendo che persino vai in estasi. Dimentichi le notifiche, il mondo attorno diventa sordo. Il tuo cervello, la tua anima, il tuo cuore, sono tutti lì.

Così, costruisci il mondo.

Ne parlo qui, dove cogliere l’attimo di un’istantanea e qualche fotogramma  –  non in perenne ritardo o in perenne anticipo su tutto il resto – fa vivere bene l’ora e l’adesso e il sapore della vita fa cambiare tutto il resto.

Leggi l’articolo – SETTATI AL QUARTO D’ORA SUCCESSIVO

 

La riflessione sul lavoro di oggi deriva da una citazione di Maurizio Gamberini di Atti2de – un meraviglioso gioco che rivela le attitudini personali e professionali utilizzato dalle più grandi agenzie di ricerca e selezione – e l’Atene di Pericle:

“Nel corso della storia umana, non sempre il lavoro inteso secondo l’accezione oggi corrente, è stato al centro del sistema sociale. [..]

Nei prossimi anni, quando ognuno di noi disporrà di decine di schiavi meccanici, la nostra condizione umana dovrà somigliare più a quella vissuta da un cittadino di Atene nel V secolo a.C. [..]

Lo scorso anno, grazie alle nuove tecnologie e alla fatica di miliardi di lavoratori, il pianeta ha prodotto il 3,5% in più rispetto all’anno precedente, ma l’80% di questo immenso surplus è andato nelle sole mani di 1.200 persone.”

(Da: Il Lavoro nel XXI secolo, Domenico De Masi Einaudi)

Viviamo nell’epoca più prospera di sempre e il bello sta accadendo proprio ora, quando paradossalmente siamo più vicini alla Grecia di Pericle – dove però gli schiavi erano persone, mentre oggi solo le macchine e domani l’AI.

Per fare bene ciò che si sta facendo, basta amare ciò che si sta facendo.

Anche perché un giorno o l’altro anche lucidare bene i pomelli non sarà abbastanza perché il livello di competitività si sarà ulteriormente elevato.

Perché allora le persone continuano a fare ciò che stanno facendo se non lo amano, facendo stare giù l’anima a chiunque gli stia attorno? Generando risentimento, acidità, mal di testa, cattiva energia?

Qui ho trovato un link interessante , si tratta di un articolo in inglese su LinkedIn, dove l’autore prova a dare una risposta:

“Simply accept the fact that work is something we have to do rather than something we get to do. Human beings seek meaning and fulfillment. We feel and operate at our best when we are doing things that matter to us”.

Siamo esseri che cercano soddisfazione e gioia. Sta qui il fraintendimento: lo cerchiamo fuori mentre basta mettercelo noi.

Ti auguro di lucidare i pomelli al meglio. Davvero, buon lavoro amico lettore.

Leonardo Aldegheri

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L'importanza della condizione [prima parte]


Sento dappertutto dire “la responsabilità è tua”, “sei responsabile di ciò che ti accade” o ancora “sei responsabile di ciò CHE accade” quindi persino più genericamente e poi, “la responsabilità che non ti assumi è dare potere all’altro“, etc. etc. Tutto vero, d’accordo. Ho deciso in passato di assumermi via via sempre più responsabilità.
Non mi sono fermato e mi sono chiesto: sono un irresponsabile se voglio essere responsabile?

Che si diventi responsabili o non lo si diventi nonostante lo si voglia, alla base, va compreso:

  1. cosa significa essere responsabili?
  2. cosa di preciso non ci consente o ci impedisce di esserlo?
  3. di cosa siamo responsabili veramente?

Risposta possibile alla domanda 1: Noi abbiamo responsabilità di quello che siamo noi. Abbiamo responsabilità anche su quello che noi non siamo. Spesso mi sono trovato di fronte a una spasmodica e smaniosa voglia di responsabilità con uno slancio poderoso verso tale responsabilizzazione. Diventare abile nel dare risposte. Essere un abile risponditore.

Respons-abilità.

Sostengo che le abilità – lo step successivo nell’essere capace di fare qualcosa – possano essere acquisite. Sono conoscenze trasformate in azione. Si chiamano competenze. Le competenze sono gli strumenti per fare le cose e per cui quando sei particolarmente bravo, ti chiamano a farne di determinate nel momento in cui qualcuno ne ha di bisogno.
Quindi, per dare una risposta breve, siamo responsabili delle nostre abilità che sono le nostre conoscenze trasformate in azione a uno step successivo.
Allora, per essere responsabili, cosa dobbiamo fare?

  • Studiare qualcosa, diventare esperti applicando quel qualcosa al punto di essere responsabile per quello che dici e per quello che fai, in relazione agli altri.

Risposta possibile alla domanda 2: non ci è consentito essere responsabili di ciò per cui non siamo responsabili. Ciò per cui non siamo abilitati nel dare risposta non appartiene alla nostra sfera d’influenza. Possiamo intervenire sulle cose per cui possiamo intervenire ma non su quelle su cui non possiamo intervenire, ovvero quelle che non sono di nostra competenza. In pratica: non possiamo far finta di sapere ciò che non sappiamo. 
Il problema è quando qualcuno vuole intervenire sul tuo senza badare al proprio. Un po’ come dire, guardare nel piatto dell’altro. Tradotto: quando un terzo vuole intervenire non nel proprio ambito di competenza (facendo peraltro credere all’altro di essere competente e ingannando se stesso) ma nel tuo. Nulla tu sai o ti è dato sapere del suo – che viene peraltro gelosamente custodito. Ma per lui, il tuo è anche suo. In virtù di cosa non si sa bene ma stai certo che il fare le pulci è una particolare specialità.
Ti faccio un esempio. Noi non siamo responsabili dell’educazione dei figli degli altri ma siamo responsabili dell’educazione dei nostri. Qui possiamo intervenire sulla nostra sfera di influenza. Se mio figlio bestemmia, è una mia responsabilità direttamente correlata alla mia educazione nei suoi confronti. Se è il figlio di qualcun altro, non è mia responsabilità ma lo è nel momento in cui mando lo stesso mio figlio a scuola con quello che bestemmia.
La mia responsabilità è poter / dover mandare mio figlio in una scuola in cui non si bestemmi. Poi, in pratica, cambiargli scuola per un singolo episodio magari è da pazzi. Ma mandarlo in un ambiente basso facendo finta di niente, lo è.
Un esempio macroscopico come questo è attuale nel mondo del lavoro. Se non si è felici delle condizioni di lavoro in cui ci si trova, è nostra responsabilità NON cambiare quelle condizioni (come a dire cambiare l’immagine riflessa di uno specchio) ma cambiare NOI (cambiare l’immagine da riflettere) lo è.
E cambiare noi in relazione a quel lavoro, presume quasi sicuramente cambiare lavoro. Ma se non cambiamo anche noi, è probabile che troveremo le stesse problematiche altrove. Ebbene, questa è NOSTRA responsabilità.

  • Cambiare è una nostra responsabilità e appartiene alla nostra sfera di influenza.

Risposta possibile alla domanda 3: nonostante la nostra società stia progredendo a una velocità pazzesca e via via crescente, c’è una altrettanto crescente necessità di crescere umanamente e spiritualmente come ad indicare che a forza di usare l’emisfero sinistro del nostro cervello per aggiudicarsi la parte pratica e razionale e quindi la ragione delle cose (e il consenso delle persone in una società che preferisce la giustificazione del raziocinio all’attitudine di creare) e delle situazioni, abbiamo bisogno “naturalmente” cioè per via naturale che l’emisfero destro della creatività e dell’armonia sia in equilibrio con quello sinistro.
La natura tende sempre all’equilibrio. E sceglie sempre la via migliore per lasciare scorrere l’energia.
E allora mi sono accorto che mentre leggevo solo di finanza, biografie e libri “tecnici” e di business divenivo scettico, cinicamente pratico mentre il mio comportamento veniva influenzato verso un tipo di collocazione del mio essere nel contesto.
Mentre leggevo libri di spiritualità, di armonia universale, di allineamento tra spirito e ragione, anima e corpo, socialità e contesto, divenivo via via più comprensivo e benevolente verso il mondo.
Siamo quindi responsabili di come alimentiamo la nostra mente. Sono a un corso di business mentre scrivo, è domenica mattina.
Sono in un luogo distante da casa per imparare mentre i miei figli e i miei cari sono a casa senza di me. Scelte.
Il mondo è come uno specchio. Per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Per riprendere l’esempio qui sopra, noi non possiamo cambiare l’immagine riflessa in uno specchio. Dobbiamo prima cambiare l’immagine da riflettere. Cioè la sorgente. Cioè, NOI.
Allora mi sono reso conto.. [continua la lettura L’importanza della condizione – seconda parte]
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Un dialogo su LinkedIn spiega esattamente come non approcciarsi al mondo del lavoro

  • Mi capita spesso di essere contattato per qualsiasi genere di proposta su LinkedIn, come fosse un bazar.

    LinkedIn è una cosa seria, non si fa spam.
    Quando poi ti tirano dentro nei messaggi di gruppo per fare promozione di attività assolutamente non profilate, lo trovo scorretto, oltre che inopportuno.
    Ciò fa parte di un livello basso di conoscenza e di educazione della propria propositività rispetto al prossimo.
    La pubblicità la si fa investendo del denaro, non spammando persone non interessate.
    Sì, io voglio che la gente venga sul mio blog e conosca le mie attività, ma devo prima scrivere cose interessanti per un target specifico di persone. Gli argomenti che tratto in qualche modo devono attrarre la curiosità e l’attenzione di queste persone rispetto a ciò che ho da dire loro; poi devo pagare perché Google, Facebook, LinkedIn, Twitter, etc. mi diano visibilità.
    Quanto pagare? Dipende da dove voglio arrivare.
    LinkedIn è un market place professionale per lo scambio delle informazioni e delle professioni.
    Metti sul mercato delle competenze, senza fare spam, e se qualcuno sul mercato ha un potenziale interesse rispetto alle tue, ebbene, in teoria, si fa vivo.
    Detto ciò, qualche giorno fa sono stato contattato per delle “informazioni”. Riporto il dialogo, benché apparentemente secco, perché auspico sia di aiuto. Ovviamente il nome è stato sostituito ed è fittizio, i contenuti reali.

    • “martedì

      Il giorno martedì, Britney Spearini ha detto:

      Buongiorno Leonardo, posso disturbarla? Volevo chiederle alcune informazioni?

      14:27

    • Il giorno martedì, Leonardo Aldegheri da detto:

      Buongiorno Britney, se mi vuole disturbare, no, non può. Se vuole dirmi qualcosa di utile e interessante, certo, volentieri 🙂

      15:12

    • Il giorno martedì, Britney da detto:

      Certo… spero di dirle cose utili o comunque interessanti. 🙂 Io al momento sono alla ricerca di lavoro e di nuove opportunità. Ho guardato le Sue pagine su Facebook e il suo sito, e le ho trovate piuttosto interessanti, e volevo sapere se potevo farle avere un mio CV.

      15:27

    • Il giorno martedì, Leonardo Aldegheri da detto:

      Britney, non funziona così. Lei mi sta chiedendo un’opportunità di lavoro, mascherandola. Non c’è alcuna vergogna nel proporsi e la ringrazio per i complimenti. Mi ascolti, se vuole trarre beneficio da questo dialogo: ieri sono stato in un’azienda da 180 mln per parlare con l’AD che l’ha portata da 25 mln a 180 in 15 anni. Mi piacerebbe un sacco lavorare per lui ma non ho mascherato la visita. Ho chiesto udienza per imparare da “giovane brillante e ambizioso”. [NDR: e così è stato. A me interessava assorbire da lui lo scibile umano nella conduzione vincente di un’azienda pazzesca. Ovvio che me ne sono innamorato a avrei fatto carte false per collaborarci. Ma non era quello lo scopo].

      O chiede o da. Non mi dice nulla di interessante o di utile se mi dice che voleva sapere – lei – se poteva mandarmi il suo cv.

      Inoltre, usare il verbo “disturbare” è una scelta molto poco azzeccata in tal senso.. è un uso comune sciocco ed umiliante per chi lo usa.. e per chi lo subisce.

      Funziona che mi dica: “ho visto le sue pagine e mi piacerebbe lavorare per lei. Le mie attitudini sono queste, quelle e queste altre e quindi ritengo di poterle essere utile perché so fare questo, quello e quest’altro e sono certa di portare valore a lei e alla sua azienda”. Fine.

      Semplice no? La mia non è una lezione, per carità e lungi da me, ma voglio aiutarla perché sono fatto così. No, attualmente non stiamo assumendo ma.. usi, se vuole, quello che le ho detto per dare veramente utilità ad un datore di lavoro.

      Se lui è intelligente e capisce che il suo valore è autentico non avrà certo problemi a parlare con lei per testare se quello che dice è vero e gli può servire e poi.. se cerca, il gioco è fatto.

      Il CV è una lista di cose, la lettera di presentazione è una vendita, non deve essere massiva e va mirata. Le persone non sono veramente interessate a chi siamo, lo sono a quello che possiamo fare per loro.

      Tradotto: un cv non è veramente interessante quanto lo è invece, ad esempio, un’analisi da consulente marketing che stupisca e che lasci pensare: “ha fatto questo di sua spontanea volontà, chissà cos’altro può fare per me a richiesta”.

      Una splendida serata, Leonardo

      PS: non è vero che non c’è lavoro, è vero che bisognerebbe imparare un po’ a distinguersi 😉

      17:24″

    Ora, mi chiedo che a sbattersi per dare una risposta articolata ad una richiesta di informazioni come questa non so chi possa essere eccetto me 🙂
    Non ho ricevuto risposta.. forse sono stato troppo “risoluto”, ma non importa.
    L’importante, al di là del lato umano e parlando esclusivamente in ambito professionale, è sapere che le persone non sono veramente interessate a chi siamo, lo sono a quello che possiamo fare per loro.
    Provare per credere.
    Ah, in LinkedIn ci sono stato qualche anno fa, proprio nella Valley: 3000 dipendenti per un miliardino di fatturato di $ e con il problema di monetizzare il database professionale collettato:)
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