Nel lungo periodo è l’inconscio che comanda

L’inconscio comanda nel lungo periodo. Sempre.

Quando osservi attentamente qualcuno che “fa bel viso e cattivo gioco”, nel lungo, il cattivo gioco è chiaro come un libro aperto e l’acqua cristallina di un mare da sogno.

In pratica, si lascia scoprire da solo.

Te ne accorgi perché in qualche modo senti, percepisci sempre qualcosa di distonico ma l’abitudine è quella di non ascoltare la voce interna. Il tuo inconscio,  invece, sa tutto. Lui continua a registrare. Anche se la ragione in qualche modo procede dritta per la sua strada.

Sembra che un tale comportamento abbia una natura malvagia ma non è così.

Rispecchia solamente la natura della persona osservata. Se da un lato questa – apparentemente – si da da fare e crede di comunicare un atteggiamento collaborativo, nel momento in cui il tempo passa l’emersione dell’atteggiamento interno compare come l’immagine dapprima sbiadita di uno specchio umido che – mano a mano che il vapore si asciuga – successivamente restituisce la stessa nitida, con i contorni ben definiti.

In genere questo tipo di persona vive di presunzione cioè di assunzioni [concetti assunti come veri] presunte.

Nella mia esperienza la presunzione restituisce sempre una ritorsione indirizzata verso il fautore dell’atto presuntuoso.

Quando a mia volta in passato mi sono dimostrato presuntuoso mi sono sempre preso dritto sui denti una puntuale bastonata. Ogni volta. Si tratta di un fatto energetico.

Qualsiasi cosa determini il generarsi di un qualsivoglia squilibrio, qualcos’altro interviene per ristabilire l’equilibrio.

La natura detesta gli squilibri, poiché in essa tutto tende all’equilibrio: la presunzione è un’azione “smodata” che va repressa. La natura non scherza.

Così come la presa in giro. Puntualmente chi si prende la briga di deridere qualcuno diventa oggetto di un fatto che tende a riequilibrare la cosa. C’è chi lo chiama karma.

La natura, inoltre, è sincera. Fa parlare l’inconscio.

Il contrario della presunzione non è una malcelata umiltà – a volte mascherata da un atteggiamento dimesso, nell’apparenza – ma semplicemente essere, senza auto esaltazione o auto screditamento.

Essere, semplicemente. Sii ciò che sei.

Basta fare le proprie cose, essere impegnati “serenamente”, sapendo che quello che stai facendo ti concentra e ti appaga. Soprattutto sapendo – cioè esserne consapevoli – che ciò aggiunge in qualche modo valore vero, nuovo, autentico a una vita in perenne e costante evoluzione.

Nulla che sia ripetitivo, tutto che sia evolutivo.

Senza aspettative, senza risentimento verso nessuno, perché sai che il lavoro che stai facendo lo stai facendo al meglio e il mondo lo riconoscerà se riterrà opportuno che ciò sia propulsivo, determini cioè una spinta in avanti.

Tutto ciò che spinge in avanti è ben gradito.

Lo riconosceranno le persone della tua vita senz’altro, quelle di valori, quelle di valore per te e tu per loro [ne parlo quiLe persone della tua vita] – non certo quelle che il tuo valore lo nascondono tradite dal loro inconscio [ne parlo anche qui a proposito dei paurosi conservativi]. Ma ora lo sai.

Nel lungo periodo è dunque sempre l’inconscio che parla. E sa se sei sincero. Il contraltare di ciò – come già accennato – si chiama consapevolezza.

Nel momento in cui siamo inconsapevoli siamo “scoperti” cioè potenzialmente sotto attacco di persone, cose e situazioni.

Mantenere sotto controllo i 60-70 mila pensieri stimati giornalieri è una  questione di esercizio. Si tratta di dire – e fare – “sono costantemente consapevole di cosa sto pensando, so cosa sto facendo, come e perché” perché l’approccio al mondo cambi radicalmente.

Specchio, specchio delle mie brame..

E se anziché chiedere allo specchio, fossimo noi a proiettare l’immagine desiderata da riflettere?

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Non c’è peso di cui non ci si possa liberare

Quando ti fermi un attimo a pensare distogliendoti dal brusio e sposti l’attenzione accade lo straordinario: le cose appaiono diversamente.

Basta solo distrarsi. Cambiare flusso di pensieri. Spostare il focus non su ciò che accade dove normalmente ti lamenti continuando a dargli un nome – è così, è cosà, lui è questo, lei è quell’altro, questa situazione è per così, etc. etc. – ma su altre cose, semplicemente.

Lasciarsi rapire da altro.

Metti la tua mente su una cosa diversa che ti rapisca l’attenzione per un po’ – o per tutto il resto del tempo – e i problemi hanno un altro sapore. Si addolciscono, non sono più amari come prima.

Provare per credere.

E la considerazione base che faccio è che tutte quelle persone che hanno deciso di farla finita o che pur esistendo non ne vengono fuori è probabilmente perché il flusso di pensieri costante li ha travolti. Non vivono consapevolmente, si limitano a esistere.

I problemi si sono ingigantiti quando bastava non caricarli dell’importanza eccessiva che li ha fatti andare fuori controllo.

Cioè, un problema è un problema. Grande o piccolo, lo stabilisci tu, per te.
Un problema piccolo può diventare grande a seconda della percezione che gli dai.

E viceversa, grande può diventare piccolo, quando non un’opportunità.
Allora è la mente e il suo flusso di pensieri che è la porta di accesso a come ti senti relativamente a quella data cosa.

Ciò significa che se volontariamente decidi di spostarti e di non lasciarti travolgere è possibile pensare che tante sofferenze possano essere deviate, evitate. Tante vite possono essere salvate.

La leggerezza paga. La pesantezza fa pagare a te.

E il conto è salato portandoti dietro la zavorra.

Basta liberarsi del peso dell’importanza eccessiva data alla data cosa spostando semplicemente il focus, là dove va il pensiero abitualmente, effettuando una sostituzione volontaria.

“Le difficoltà ci sono solo se le pensi”

[cit. di un ragazzo italiano con disabilità che apparso in una trasmissione televisiva sul raggiungimento di obiettivi è riuscito nell’arco di un anno a diventare campione mondiale di sollevamento].

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L'importanza della condizione [seconda parte]

..allora mi sono reso conto che l’assopita attitudine alla scrittura diventava via via più libera di essere. Non dovevo scrivere per fare business ma scrivevo in maniera disincantata e senza condizionamenti, senza “legami”.
Così le riflessioni che desideravo fossero disponibili pubblicamente affinché potessero essere utili a qualcuno, quando raggiungevano due, tre persone era già molto OK. Perché era già qualcosa. Ed ero felice. Probabilmente sapendo che qualche parola raggiungendo qualche persona poteva produrre qualche risultato, qualche effetto per qualcuno.
Allora, a quel punto, la considerazione successiva era la seguente:
Permettere agli altri di essere. Se permetto a me stesso di essere me stesso e permetto agli altri di essere sé stessi svaniscono, spariscono, si polverizzano le condizioni del conflitto.
Permettere agli altri di essere quello che sono, consente a mia volta di permettermi di essere quello che sono io. Mi do il permesso di essere. Pazzesco no? Quante persone questo permesso SE LO NEGANO e di brutto, anche? Ho riscontrato nella mia esperienza la maggior parte, in verità.
E se io permetto agli altri di corrispondere alla loro natura, forse per una delle tante leggi della vita che l’uomo non ha ancora racchiuso nella scatola della scienza, gli altri permettono a me di essere chi sono, senza condizionamenti.

Permettere agli altri di essere quello che sono senza preoccupazioni di sorta.

Mi spiego meglio.
Quand’anche tu avessi determinate aspirazioni che cozzano inavvertitamente contro quelle di qualcun altro – non perché egli ne abbia ma proprio perché magari non ve ne sono – ti trovi in automatico in una condizione in cui non ti è permesso di esprimerti liberamente.
Allora è fondamentalmente una questione di culo (termine tecnico) se hai aspirazioni e non “dai fastidio” a nessuno. Che incidenza statistica sussiste nel momento in cui tu vuoi realizzare qualcosa che non rompa le scatole necessariamente a qualcun altro e che è a favore anche di qualcun altro?
A questo punto il potere dell’intenzione interviene con maggiore forza: è molto più importante comunicare un’autentica attitudine di voler fare il bene collettivo che decidere di fare bene e basta perché fare bene e basta può essere non chiaro a qualcuno e l’altro non permetterà di essere chi sei e realizzare quello che vuoi fare se non è ben esplicitato che quello che stai facendo lo è anche per lui.
Almeno come lo intendi tu, benché bonariamente. Intendere come lo intendi tu non è abbastanza. Perché lui intende un’altra cosa nella sua testa. Ha il suo mondo percettivo.
L’efficacia della mia comunicazione è in diretta relazione al recepimento da parte tua.

In sintesi: se hai voglia di farti un mazzo tanto ma non lo comunichi in maniera che gli altri siano tranquilli, interverrà in loro la paura e non ti aiuteranno a favorire le condizioni.

  • La condizione è il campo arato con la terra fresca e ricca di minerali appena bagnata dal fiume che favorisce la fertilità e quindi la nascita delle colture che porteranno i buoni frutti della semina e del raccolto.
  • La condizione non è affatto scontata ed è il tempo meraviglioso senza una nuvola e senza vento con la vista a decine di chilometri e il cielo terso ove effettuare lanci col paracadute portando a termine tutti gli esercizi e a fine giornata ti bevi pure una birra con i compagni.
  • La condizione è una tavola originale di un artista che vuole vedere il suo libro stampato con te e solo con te perché ha visto i tuoi lavori precedenti e ha fiducia della resa cromatica, lasciandoti carta bianca su come fare per arrivare ad ottenere il libro perfetto.

La condizione è avere attorno persone che hanno fiducia in te e alle quali non trasmetti alcun timore perché quand’anche fossi percepito come diverso è solo perché non sei omologato rispetto ai canoni dei più. Ricordando che Jobs diceva che i pazzi sono quelli che hanno creduto di poter cambiare veramente il mondo. E l’hanno cambiato.

“Imparando a usare i nostri pensieri in maniera produttiva, diventiamo potenti” – Louise Hay.
E allora la differenza tra colpa e responsabilità è quando ti assumi la responsabilità delle scelte rimboccando ulteriormente maniche già rimboccate, agisci per costruire e mai per distruggere e ti dai per contribuire alla collettività.
Se la condizione è favorevole, bene. Se è s-favorevole, bene.
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I problemi che hai sono tanto grandi quanto lo spazio che gli dai (contiene immagini crude)

L’unico momento è ora. L’unico posto è questo. Il blog dei buoni sentimenti e delle intenzioni sane a volte non lo è.
Non guardo mai certi video, ho l’impressione servano per generare dei flussi di pensiero collettivo in una direzione pilotata.
Mi preoccupo ogni giorno di come far quadrare le cose, pensando ai miei problemi.

Più pensi alle cose, più dai loro energia.

E un pensiero ricorrente su una cosa banale trasforma quella banalità in un problema gigante.
Vedo persone che ingigantiscono le cose, sono dei maghi nella trasformazione. Le osservo in giro, frequentando aziende. Timbrare il cartellino diventa un problema esistenziale ma anche una delusione amorosa si trasforma in depressione. Un’azienda progettata male con mezza famiglia dentro e l’imprenditore chino sul tecnico perdendo di vista la visione allargata di come il mondo gira diventa suicidio. Un passaggio generazionale non pianificato diventa una scissione familiare con beghe societarie infinite e raccomandate A/R che scavano negli scheletri di decenni prima.
Anch’io sono un trasformatore, fino a quando succede qualcosa che mi fa ridimensionare le cose alla loro naturale grandezza, a volte riducendole persino.

Se nasci nel posto sbagliato, i problemi sono altri.

E mi è capitato ieri in una giornata di riflessioni.
Il perché mi sia soffermato a guardare un video – dove uomini armati fermano una donna comune per strada per pregustarne l’imminente morte di fronte a persone con in mano un’arma e uno smartphone nell’altra riprendendo il tutto – non lo so. Non lo so proprio, non lo faccio mai.
Video
Non mi capacito della crudezza dell’umanità, sono troppo coinvolto nelle mie cose personali e che il riguardano il mio, di mondo, da concepire che possano veramente succedere queste nefandezze.
Dall’altro lato c’è la sordità al rumore. Ogni giorno siamo bombardati da decine di migliaia di input, come non bastassero i 60.000 pensieri che transitano nel cervello di ognuno di noi, ogni giorno.
In questo marasma emergono i pensieri ricorrenti e questi si rafforzano e più ne parli, più li consolidi.
E i pensieri sono energia in quanto impulsi elettrici con le loro lunghezze d’onda che trovano la loro sintonizzazione in pensieri simili.
L’energia si trasforma in materia e la materia in energia.
Ecco perché si dice che i pensieri sono cose.
Ecco perché il mondo che hai attorno è frutto dei pensieri che hai in testa.
Sei tu il trasformatore.
Se capiti nel posto del mondo sbagliato, timbrare il cartellino è una fortuna. Se capiti nel posto sbagliato in un momento sbagliato, la tua vita dura un’altra manciata di secondi, quando uomini armati di smartphone e fucili sono attorno e il loro leader tiene uno speech perfetto con una conclusione ad effetto.
Il pestaggio di quell’innocente ventenne fuori dalla discoteca qualche settimana fa ha dell’incredibile, dell’inenarrabile, esattamente come il video che ho visto qui sopra.
Ma poi passa.. passa! Passa tutto e anche questo ha dell’incredibile. I pensieri rimangono.
Quale sarebbe il senso di soffermarsi? Il mondo va avanti no? The show must go on.
E ognuno riprende poi i propri pensieri. E vai avanti con le tue cose.
Con le tue beghe, avanti a trasformare.
I pensieri hanno una potenza esagerata. Pensaci.
Dopo il video i miei pensieri si sono ridimensionati. I problemi che pensavo fossero enormi sono diventati piccoli, almeno per ora.
Allora vale la pena pensare che pensare le cose giuste valga la pena.