Categoria rispetto per la vita

MASLOW E LA PIRAMIDE DEI BISOGNI

MASLOW E LA PIRAMIDE DEI BISOGNI

Si deve a Maslow la famosa classificazione della scala dei bisogni.

“Egli elaborò una classificazione gerarchica della motivazione: si parte dai bisogni primari e fisiologici, come cibo, #acqua, impulso sessuale, ecc., per poi giungere a quelli superiori ovvero stima, sicurezza, affetto, amore.

Solo dopo aver appagato i bisogni elementari l’individuo riesce ad esprimere esigenze di livello superiore”.

  • Sicurezza.
  • Appartenenza.
  • Stima.
  • Autorealizzazione.
  • Conoscenza e bisogni estetici.

Mi viene da pensare che la conoscenza e i bisogni estetici vengano prima della sicurezza, anzi, la pace dell’anima porta all’appartenenza, sapere di fare parte di qualcosa.

La soddisfazione della conoscenza e il saper vedere il bello attorno a sé, portano all’autorealizzazione e quindi alla stima e in un certo senso alla sicurezza.

La sicurezza alla fine, cos’é?

È sapere di poter stare tranquilli.

Anche la sicurezza quindi è un sapere e il sapere viene dato dalla conoscenza.

La paura, invece, è il contrario di tranquillità perché l’insicurezza viene data dallo stato di ansia che viene dato dallo stato di non conoscenza.

Conoscere – e riconoscere (il saper vedere) – portano alla realizzazione di sé.

Se non fosse altro che nel frattempo viene sperimentato ciò che serve per adempiere al proprio compito, che nella piramide non è spiegato ma forse perché era troppo presto anche per il grande Maslow:

–> trasformarsi da potenza a essenza.

Diventare in pratica ciò che si può essere da ciò che si è.

Come a dire, imparare a vedere le cose non per come sono ma per come possono essere. Noi stessi, in primis.

“Il mio compito è diventare”.

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Sono un imprenditore che ha a cuore la responsabilità non solo d’impresa ma anche di quella legata al ruolo sociale dell’imprenditore.

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Leonardo Aldegheri
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SIAMO IN VIAGGIO SU UNA PALLA CHE GIRA SU SE STESSA

SIAMO IN VIAGGIO SU UNA PALLA CHE GIRA SU SE STESSA

Se penso che siamo in viaggio su una palla che gira su se stessa sparata a velocità cosmica nel mezzo del buio più assoluto e che grazie a una sfera infuocata che brucia se stessa in una reazione nucleare di elio e idrogeno da 5 mld di anni così manifestandoci come vita, non ci credo.

O meglio, ci credo per evidenza ☀️🌊

Ma come è straordinario questo, è pazzesco anche quanto sia meraviglioso nel suo stato di equilibrio.

E quanto sia possibile farci, sopra a questa palla che trottola nella galassia che trottola nell’universo.

Il paradiso in terra, come ho detto a mio figlio.
Il paradiso è ovunque poni lo sguardo e vuoi vederlo.

Noi umani abbiamo la grande libertà e responsabilità di usare questo enorme dono.

Non ne abbiamo il merito, almeno fino a quando non facciamo qualcosa – tramite la nostra capacità esecutiva di creare – di aggiungere qualcosa a tutto questo splendore.

Non con la presunzione di migliorare questo incanto, quanto nell’auspicio di evolvere come entità, come esseri, come umani.

Preservandolo. Valorizzandoci.

Il Sole, una delle nostre principali fonti di vita

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Gallura – Sardegna

DOBBIAMO GUARDARCI DAL CONFINARCI

DOBBIAMO GUARDARCI DAL CONFINARCI

“Dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia”.

– Sergio Mattarella

Per me questa è una frase bellissima che ci sta dicendo – e lo dice “a tutti”, non solo agli imprenditori di Confindustria – di ricominciare a sognare, anche da adulti.

Perché sognare consente di immaginare, di accedere a quello spazio oltre la mente razionale che fa vedere nuovi mondi.

La mente logica razionalizza ed è utile (o utilitaristica, nell’ottica dell’efficienza), ovviamente.

La parte creativa di noi, quella che ci fa oltrepassare la soglia dei nostri miglioramenti e ci consente di progredire – e quindi di evolvere – invece, ci fa creare.

E non è vero che è “solo” Dio che crea. È come se noi fossimo il suo braccio fisico, esecutivo.

E ogni volta che immaginiamo qualcosa, lo stiamo facendo accedendo alla sua parte creativa, quella che con la nostra dimensione materiale, manifestiamo.

O manifestiamo insieme. Sì, proprio assieme a lui.

Perché, se pensiamo o ancora peggio siamo convinti di non dover o non poter sognare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa di immaginifico – una meravigliosa commistione tra immagine e magnificenzasaremo gli unici responsabili per confinarci da soli ai limiti di un mondo involuto, regresso, fermo, stagnante e che mira solo al mantenimento dello status quo.

Per paura di sbagliare, o ancor peggio, per il terrore di venire giudicati.

Per questo, e per tanti altri motivi, sono sostenitore del libero essere.

(dal video di Confindustria – Assemblea Pubblica 2019)

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ANCHE QUESTO PASSERÀ

ANCHE QUESTO PASSERÀ

Un re disse ai saggi che aveva a corte:

“Voglio farmi fare un anello bellissimo. Possiedo uno tra i diamanti più belli e voglio incastonarlo in un anello.

E nell’anello voglio tener nascosto un messaggio che mi possa essere utile in un istante di assoluta disperazione.

Dev’essere un messaggio brevissimo, in modo che lo possa nascondere sotto il diamante, all’interno dell’anello stesso”.

I saggi di quel re erano tutti grandi studiosi, uomini in grado di scrivere profondi trattati, ma dare al re un messaggio di non più di due o tre parole, in grado di aiutarlo in un istante di assoluta disperazione pensarono e scrutarono nei loro testi, senza riuscire a trovare nulla di nulla.

Il re aveva un vecchio servitore, per lui era quasi un padre ed era già stato al servizio di suo padre.

La madre del re era morta giovane e quell’uomo lo aveva accudito, pertanto il re non lo considerava un semplice servo, provava per lui un profondo rispetto.

Quel vecchio gli disse:

”Io non sono un sapiente, un uomo colto, uno studioso; ma conosco quel messaggio poiché esiste un unico messaggio.

Quelle persone non te lo possono dare; solo un mistico potrebbe, un uomo che ha realizzato il proprio essere”.

”Nella mia lunga vita qui a palazzo ho incontrato ogni sorta di persone, e una volta anche un mistico.

Anche lui era ospite di tuo padre e io ero stato messo al suo servizio.
Quando è ripartito, come ringraziamento per tutti i miei servigi, mi ha dato questo messaggio”, e il servitore lo scrisse su un pezzettino di carta, lo piegò e disse al re:

”Non leggerlo, tienilo semplicemente nascosto nell’anello.
Aprilo solo quando ogni altra cosa si sarà rivelata un fallimento; aprilo solo quando senti di non avere più alcuna via d’uscita”.

E quel momento venne ben presto. Il paese fu invaso e il re perse il suo regno.

Stava fuggendo con il suo cavallo per salvarsi la vita e i cavalli dei nemici lo inseguivano. Era solo, i nemici erano tanti.

A un certo punto il sentiero di fronte a lui terminò, si trovava in una gola cieca: di fronte a lui c’era un baratro, caderci dentro avrebbe significato una morte certa.

Non poteva neppure tornare indietro: i nemici gli erano alle calcagna e già poteva sentire lo scalpitare e i nitriti dei loro cavalli.

Non poteva più avanzare e non poteva prendere un’altra strada.
All’improvviso si ricordò dell’anello. Lo aprì, prese quel rotolino di carta e lesse un messaggio il cui valore era veramente prezioso.

Diceva semplicemente:
Anche questo passerà.

Sul re discese un profondo silenzio, mentre quella frase penetrava in lui: anche questo passerà e passò.

Tutto passa, in questo mondo nulla permane. I nemici che lo stavano inseguendo si perdettero nella foresta, presero un altro sentiero; pian piano lo scalpitare dei loro cavalli si allontanò e scomparve.

Il re provò una profonda gratitudine per il suo servitore e per quell’ignoto mistico.

Quelle parole si rivelarono miracolose. Ripiegò il foglietto, lo rimise nell’anello, ricostruì il suo esercito e riconquistò il regno.

E il giorno in cui rientrò nella capitale, vittorioso, mentre tutti inneggiavano a lui e lo festeggiavano con musiche e danze, e lui si sentiva al settimo cielo per la felicità e l’orgoglio di quella conquista, di fianco al suo cocchio camminava il vecchio servitore che gli disse:

“Anche questo è un momento adatto per leggere un’altra volta quel messaggio”.

Il re disse: “

”Cosa vuoi dire? Adesso sono un vincitore, il popolo mi sta festeggiando. Non sono affatto disperato, non sono in una situazione senza vie d’uscita”.

E il vecchio gli disse:

“Ascolta. Ecco cosa mi disse quel mistico: questo messaggio non serve solo nei momenti di disperazione, serve anche quando si è alle stelle per la felicità.

Non serve solo quando si è sconfitti; è utile anche quando si è vincitori, non solo quando ti trovi in fondo a un vicolo cieco, ma anche quando sei in cima a una vetta”.

Il re aprì di nuovo l’anello, lesse il messaggio: “

anche questo passerà, e all’improvviso la stessa pace, lo stesso silenzio, tra quella folla che festeggiava e lo inneggiava, che danzava intorno a lui ma ogni orgoglio, l’ego se n’erano andati. Tutto passa.

Il re chiese al vecchio servitore di salire sul cocchio e di sedere vicino a lui.

E gli chiese: “

”C’è qualcos’altro? Tutto passa. Il tuo messaggio mi è stato di immenso aiuto”.

E il vecchio disse: “

”La terza cosa che quel santo mi disse è questa: ricorda, tutto passa. Tu solo permani sempre; tu resti in eterno, in quanto testimone”.

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IL LIBERO ARBITRIO E L’UNIVERSO

IL LIBERO ARBITRIO E L’UNIVERSO

“Il Big Bang significa due cose completamente diverse a seconda di chi ne sta parlando”;

– come a dire che il mondo come lo vedo io è diverso da come lo vedi tu e da come lo vede lui. Ed è vero. Salvo essere lo stesso mondo per tutti e tre. E per tutti gli altri.

“Il Big Bang è un’esplosione di spazio, e non nello spazio. Non c’è centro o margine per l’esplosione”;

– come a dire che è lo spazio che riempie il tutto e non il tutto, lo spazio (prima vuoto). Significa che lo spazio è già pieno di per sé ed è pieno di me, di te di lui.

“Quando si dice che l’universo è in espansione, non è che si espande nello spazio ma è lo spazio ad espandersi dilatando l’universo”.

Ecco, appunto.

In pratica, nulla ci è dato da sapere se non il fatto che nel libero essere, possiamo vivere noi stessi pienamente, con la mente qui e nell’adesso come entità facenti parte di tutto questo e pressoché da sempre, costantemente riempiendolo.

Non siamo noi a riempire le nostre vite.

Sono le nostre vite a riempire noi.
A noi è dato gestirle. Custodirle. Valorizzarle.

Per ciò non possiamo intervenire sul libero arbitrio degli altri, ma solo sul nostro.

E con esso, possiamo fare davvero molto.

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LE INTELLIGENZE MULTIPLE E L’EDITORIA

LE INTELLIGENZE MULTIPLE E L’EDITORIA

Da sempre ho avuto a cuore un impegno. Quello di compiere al meglio qualsiasi cosa in cui mi applichi.

Ovviamente, ciò vale anche per il lavoro. Capirai, è questione di professionalità. Certo. Ma ci mancherebbe altro.

Partendo dal presupposto che parrebbe non esista un modo univoco per concepire una data cosa in senso assoluto, ne consegue che una cosa fatta bene per te può essere diversa da come la vedo io o Giovanni o Gabriele o Giuditta.

C’è una mente più matematica e analitica, una più linguistica, un’altra più artistica.

Anzi, imporre ad una mente artistica compiti di natura analitica o tecnica, significa probabilmente condurla all’infelicità.

Secondo la Teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, sono annoverabili ben sette intelligenze distinte, il ché spiega davvero tante cose:

  • Intelligenza logico-matematica
  • Intelligenza linguistica
  • Intelligenza spaziale
  • Intelligenza musicale
  • Intelligenza cinestetica o procedurale
  • Intelligenza interpersonale
  • Intelligenza intra-personale

Per non parlare di quella finanziaria che, oggi giorno, stabilisce lo spartiacque in una economia iper competitiva tra persone che stanno bene e che stanno meno bene, da un punto di vista di libertà di movimento e di gestione del proprio tempo.

Così valutare – quando non giudicare – uno studente o un professionista per IL PROPRIO MODO DI VEDERE LE COSE avendo la presunzione di credere che il proprio sia l’unico modo possibile, non fa che generare persone infelici attorno a sé.

Persone che, data la condizione, producono insoddisfazione quando non demotivazione per se stesse e per quelle vicine.

Fare al meglio il proprio lavoro spesso coincide con il vedere le opportunità dove spesso esse si nascondono.

Se si è per gli altri il sole e li si illumina senza tornaconto, non si avranno problemi di spegnere in loro il loro talento e le loro attitudini e le persone saranno grate per questo.

Si tratta, in pratica, di uno degli aspetti fondamentali, a mio modo di vedere, del mestiere dell’imprenditore.

E fare impresa nel mondo dei libri può anche significare offrire l’opportunità di capire meglio come funziona questo mondo ove pubblicare sembra essere difficilissimo, se non impossibile, ove paradossalmente sono immesse nel mercato editoriale diverse decine di titoli ogni giorno.

Ho la fortuna di essere nato e cresciuto in un ambiente davvero “cosmopolita“.

Fin da piccolo, grazie a mio padre, giravano per casa editori ed illustratori esteri: inglesi, tedeschi, giapponesi, francesi, svizzeri, indiani, austriaci, cecoslovacchi.

E sentivo parlare inglese dai tedeschi, francese dagli italiani, italiano dagli esteri. Insomma, un meraviglioso potpurri fatto di lingue disegni coloratissimi, di libri e di pubblicazioni, di serate estive stupende all’insegna dell’esercizio multiculturale, dove avevo di fatto la possibilità di parlare un po’ di inglese fin dalle elementari e disegnare le farfalle come mi aveva insegnato Stephan Zavrel.

Insomma, una fortuna sfacciata. Che riconosco ogni giorno nell’attività di stampa e produzione di albi meravigliosi.

Poi il tempo passa, i bambini diventano adulti, le cose cambiano.

Cambia l’editoria, arriva internet, alcuni di quei vecchi protagonisti se ne vanno, altri ne arrivano.. cambiano gli usi, i costumi, i gusti, le modalità di pubblicazione, le modalità di produzione.

Cambiano anche le modalità di promozione, naturalmente.

Cambiano le cose perché è cambiato il mondo. Internet ha seriamente minacciato il libro nel 2010.

Arriva il tablet, il kindle, arriva l’iPad e arrivano le app.

Ma nel 2019, incredibilmente, il libro è rimasto quello.

La grande quercia – Gerda Muller, Laura Tenorini (traduttrice) – Natura e Cultura Editore

E la cosa davvero bella è che oggi più che mai nel passato, grazie al libro e alla crescente presa di consapevolezza delle persone (che leggono, si documentano e si informano), è possibile capire la natura di ciascun essere umano, apprezzandone l’individualità non nella standardizzazione ma nella valorizzazione dei talenti.

E ciò senza per forza doverli spegnere come è norma in una mentalità antica (quando non retrograda) – ma apprendendo semplicemente che le intelligenze – e le attitudini – sono diverse, spesso sfumate.

In pratica, multiple.

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IL POTERE DELLA PAROLA DECIDERE

IL POTERE DELLA PAROLA DECIDERE

Ancora una volta ci viene in aiuto l’etimologia. Chi è venuto prima di noi ha posto le radici del nostro modo di relazionarci con le parole (e con le persone) ed esse hanno potere sulla conduzione della nostra esistenza.

Quel potere delle parole è un tipo di potere risolutivo.

Come la parola DECIDERE. E le implicazioni del suo non uso, possono essere deleterie.

Avete notato che chi non decide mai rende la vita difficile alle persone che ha attorno?

Perché, ad esempio, a non decidere mai, si spreca una vita a lamentarsi.

E chi si lamenta non solo spreca il suo tempo ma anche quello degli altri, costretti ad ascoltarlo, in aggiunta drenati delle loro energie.

Perché chi si lamenta punta (inconsciamente) a succhiargliele, non a risolvere.

Origine Lat. decidĕre, der. di caedĕre ‘tagliar via’.

Treccani dice (tagliando qua e là):

decìdere v. tr. [lat. decīdĕre, comp. di de– e caedĕre «tagliare», propr. «tagliar via»].

  • Risolvere, definire pronunciando un giudizio: duna liteuna controversiauna causa;
  • Scegliere fra cose o possibilità diverse: non ho ancora deciso il colore della stoffad. di partiredobbiamo d. sul da farsi; a chi si mostra incerto sulla risoluzione da prendere
  • Stabilire, fissare: la data delle nozze non è stata ancora decisa
  • Indurre, determinare: dqualcuno a parlare. Più com. il rifl. decidersi, indursi a fare una cosa, prendere una risoluzione: non riesco ancora a decidermi a cominciare il lavoronon sa mai decidersi, di persona sempre titubante, irresoluta (cfr. indeciso). 
  • Tagliare, separare. ◆ Il part. pass. deciṡo, oltre che con i sign. proprî del verbo (la questione è ormai decisa, definita, risolta.

DECIDERE significa IN PRATICA “porre termine a una situazione problematica”.

Facciamo che decidere sia il veicolo per porre una fine a qualcosa che non ha motivo di protrarsi.

De-Cidere = Recidere. Tagliare, porre fine.

Per me è bene guardarsi da chi non decide, perché o non ha il coraggio o perché non sa cosa fare o come farlo ma sostanzialmente non vuole, altrimenti l’avrebbe già fatto. Oppure, perché, semplicemente, gli va bene così.

E alla fine decidere significa anche decidersi.

Ad esempio, decidersi a fare qualcosa della propria vita.

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STARE SULLE SPALLE DEI GIGANTI

STARE SULLE SPALLE DEI GIGANTI

Empire state building.

La magnificenza di questo edificio è sempre davvero impressionante, ogni volta ne rimango affascinato e mi domando quali menti possano avere concepito una simile idea quasi un secolo fa.

Non ero mai salito sul Rockfeller Center e la prima cosa che ho pensato mentre si stagliava di fronte a me questa imponente sagoma è stata:

  • semplicemente, tutte le cose prima di essere fatte, sono pensate.

Almeno per ciò che attiene a progetti di questo tipo.

Ultimamente sto ascoltando l’album degli OasisStanding on the Shoulder of Giants, per me uno dei migliori capolavori della band britannica, con pezzi come Who feels love che è un inno alla vita vero e proprio.

Nel booklet sono presenti immagini che ho finalmente visto dal vivo con i miei occhi.

Che c’entrano le due cose?

Apparentemente nulla, se non per la foto più o meno simile.

Invece la connessione sta nella creatività.

E nel fatto che esiste una connessione tra l’atto creativo e l’atto ricettivo/percettivo in quanto per “ricevere” si deve comunque in qualche modo essere sintonizzati e questo vale per ricevere, semplicemente, “tutto il resto”, nel bene e nel meno bene.

È una questione di sintonia, né più né meno di quando si usa la manopola della radio.

Isaac Newton

L’uomo è incredibilmente capace di creare.

Ogni volta che ascoltiamo della musica, c’è stato qualcuno prima che ha trasposto la sua sensibilità #artistica in note che poi sono arrivate a qualcun altro.

Ogni volta che ammiriamo una particolare architettura, un quadro, un’opera d’arte, leggiamo un libro, mangiamo del cibo buono, ogni volta che assaporiamo ogni singola cosa di queste e infinite altre, c’è stato qualcuno che prima ci ha pensato e “ci ha messo del suo”.

Per tale motivo, è importante la dedizione e l’impegno mentre si fa qualcosa perché questi elementi fanno la differenza tra tutte le persone che pensano e fanno la stessa cosa, la stessa musica, lo stesso cibo, etc.

E ciò vale nell’impegno sul lavoro, nel cimentarsi in un compito, nel tagliare l’erba, persino nel lucidare i pomelli dei paletti in una stazione dei treni in Giappone, come recita la famosa storia del capostazione giapponese.

Poi c’è chi queste cose le vuole vedere e chi no, ma non importa, è un’altra storia e comunque non deve essere un pretesto per non fare.

Quindi, se vogliamo fare qualcosa di interessante o di magnificente come l’Empire State Building, sappiamo che nel momento in cui avremo dato qualcosa di meraviglioso anche solamente ad un’altra persona, avremo fatto qualcosa di importante per gli altri attraverso la nostra creatività.

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È sempre una questione di dove viene posto il focus. Ovvero, la nostra energia attenzionale.

BITTER SWEET SYMPHONY

Bitter sweet symphony

“È stata una cosa davvero gentile e magnanima e non erano affatto tenuti a farla, grazie tante Keith Richards e Mick Jagger per avermi riconosciuto come l’autore di questo fottuto #capolavoro, vivrà per sempre”.

Era la mattina del primo gennaio 1998 – in radio girava Lucky Man – quando quel soleggiato giovedì si stava manifestando come foriero di un anno per me magnifico e meraviglioso.

Avevo appena terminato un corso di memoria e apprendimento rapido, avevo appena iniziato a frequentare una ragazza con la quale avrei condiviso diversi anni a venire, avrei concluso la maturità linguistica di lì a qualche mese, suonavo la batteria.

But how many corners do I have to turn? How many times DO I HAVE TO LEARN all the love I have is in my mind?

Mi divertivo un sacco. Stavo per compiere 19 anni e il mondo sorrideva.

Negli anni, poi, ho appreso una cosa. Che se avessi voluto “vedere” un mondo sorridente, avrei “dovuto” sorridere io stesso.

E i sorrisi, si sa, sono quelli con gli occhi, quelli che tracciano le zampe di gallina.

Altrimenti sono finti.

Quella mattina uno sbalzo di corrente aveva fatto partire Urban Hymns dei Verve [uno dei tre album che classicamente porterei su un’isola deserta] a palla, con Bitter Sweet Symphony che ci aveva svegliato dal nulla, ad alto volume.

Live like a rockstar

Le cose andavano bene perché andavano bene da sole, in quel periodo. Non bisognava fare nulla se non il proprio.

Ma quei violini suadenti, quel ritmo ipnotizzante, quel pezzo di grandissimo successo che aveva reso al mondo la dignità di una band fantastica degli anni ’90, non era ancora di Ashcroft.

E a distanza di 21 anni (una vita) e di una valanga di “diritti” persi, solo un grande uomo può dire “grazie”.

Perché Richard sa benissimo che se non fosse stato per il contributo di “altri” non avrebbe ottenuto quello che ha ottenuto e soprattutto non avrebbe raggiunto e allietato decine di milioni di persone nel mondo con note magnifiche.

C’è ovunque, forse, qualcosa di dolce e amaro, qualche boccone che non si capisce bene se sia buono o meno buono. Ma alla fine di tutto, conta “solo” sorridere.

E avere le zampe di gallina.

Il mondo è brutto e cattivo: è vero. Il mondo è bello: è vero.

Come dicevo a mio figlio in auto accompagnandolo a scuola, il mondo è uno specchio. Lui da sempre ragione.

Ed esattamente come uno specchio, ti fa vedere quello che sei.

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Happiness, more or less, it’s just a change in me something in my liberty oh my, my happiness, coming and going. I watch you look at me, watch my fever growing
I KNOW JUST WHERE I AM […]
WELL, I’M A LUCK MAN – WITH FIRE IN MY HANDS

BREVI DAL G20 SUL SOLE 24 ORE

Brevi dal G20 sul Sole 24 ore.

A poche ore dal mio rientro dal Giappone, le prime considerazioni.

Nel mondo inclusivo di oggi dove le regole universali di collegamento tra ogni cosa e tutto ciò che esiste non è più solo un’idea ma ha un impatto “fenomenologico” evidente, occorre ripensare il modo di produrre e consumare, di intessere relazioni, di fare impresa, di divulgare, di educare ovvero disimparare per lasciare spazio al nuovo.

E per quanto mi riguarda, anche di leggere
Leggere non solo tanti libri ma leggere la realtà.

Quella in cui siamo calati, quella in cui sono calati gli altri. E trovare la collocazione adeguata nella frequenza adeguata.

Ove il nuovo è in sintonia con il mondo di oggi e soprattutto quello di domani.

Di ritorno da un viaggio davvero impegnativo e stimolante in Giappone, la considerazione immediata è che fare impresa non è mai solo limitato alle mura del proprio stabilimento.

Oggi fare impresa è inevitabilmente una responsabilità globale, serve per dare il proprio contributo imprenditoriale al mondo:

nel mentre in cui si fa in modo di efficientare le proprie quattro mura si pensa al mercato e alle persone che lo popolano. E il mercato premia.

Perché il cliente stesso è ormai già da tempo sintonizzato su questa frequenza.

Lo sviluppo è e deve essere sostenibile e occorre pensare a quello che si sta facendo non solo in termini di prodotto e ora più che mai di mercato ma anche e soprattutto in termini di IMPATTO, ambientale e culturale.

“Abbiamo il dovere di immaginare il futuro dell’economia globale e interpretare il nostro business in chiave innovativa e di sviluppo sostenibile per contribuire ad una crescita inclusiva che persegua gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”

Sul Sole24Ore.

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