L’IMPORTANZA DEL DONO
#219
Tutto quello che arriva è dono.
Quello che faccio, se buono e utile e quando ciò è riconosciuto perché altri ne hanno potuto beneficiare e hanno avuto il nobile intento di farmelo PURE sapere, è MERITO.
Non è scontato, non è dovuto.
Se faccio qualcosa di sbagliato, è COLPA?
Non è colpa, l’errore è sempre esperienza.
La differenza tra “error” e “mistake” gli anglosassoni la conoscono bene (in Italia, i confini tra le due accezioni sono piuttosto confusi):
- error quando non sapevi,
- mistake quando sapevi ma non hai “performato” appropriatamente.
Da noi la presunzione d’ignoranza non è contemplata.
Occorrerebbe partire sapendo già le cose, quindi?
Quindi in caso siamo nell’ottica del mis-take, di una “presa omessa” non per errore ma per mancata performance.
Se imparo non è colpa. E SE, rigorosamente, il mio intento non è stato malevolo, egoico, di ripicca, di risentimento, di livore, di memoria tossica.
Quando i miei figli sbagliano, faccio di tutto per non farli sentire in colpa spiegando loro che l’errore è il mezzo tramite il quale si giunge al compimento corretto del gesto, dell’azione, dell’intento di fare quella data cosa. E se sbagliano è perché le loro sinapsi non hanno ancora consolidato la mappatura, il percorso di come si fa a fare quella data cosa.
Esattamente come quando si impara a guidare: le azioni da incompetenti divengono prima competenti consce (ci devi pensare), poi inconsce (non ci devi pensare).
- Se ho imparato, sì! È merito.
- Se NON ho imparato, è facile sia portato a compiere di nuovo lo stesso errore. Ed esso si ripresenterà fintantoché non avrò imparato.
Ci pensa la vita a mettere in riga le persone. E per le persone che pensano a voler mettere in riga le altre persone, ci pensa la vita a mettere in riga loro perché all’uomo non è permesso il giudizio. Né il pregiudizio. Non è permessa la violazione del libero arbitrio.
Dell’errore ne dovrò esser grato finché non avrò capito perché è lì per insegnare, non per denigrare, criticare, offendere come alcune persone pensano.
Non nasciamo “imparati”, ecco perché non è colpa.
Non mi approprierò mai del merito altrui. Né dirò che il dono è merito mio.
- Se avrò fatto del mio meglio e non sarò riuscito, può darsi ci riproverò.
- Se avrò fatto del mio meglio e ci sarò riuscito, ebbene, mi rallegrerò e passerò oltre.
Non dirò “io io io, ho fatto ho fatto ho fatto, sono il meglio perché perché perché” perché non servirà che a mettermi in cattiva luce. Le persone vedono e sanno già. Anche se stanno zitte. E sarà comunque l’EGO a parlare, non i fatti stessi, quand’anche ve ne fossero.
C’è sempre un modo per vedere le cose: il proprio.
Le persone vedono non le cose per come sono ma per come sono loro. Ormai è una vecchia storia.
Chiunque può leggere queste parole come “ispirate” (e in effetti sì, dal bellissimo libro che sto leggendo MESSAGGIO PER UN’AQUILA CHE SI CREDE UN POLLO) o come per dire “ah sì? Fai errori e te ne freghi?”.
Non me ne frego, però, per quanto mi è concesso e in base a chi sono, alle informazioni che ho disponibili, a quello che so fare e come so pensare, faccio il mio possibile in modo di imparare.
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Sono un imprenditore che ha a cuore la responsabilità non solo d’impresa ma anche di quella legata al ruolo sociale dell’imprenditore.
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Leonardo Aldegheri
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